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Novità e mosse sulla scacchiera del Nord Stream 2

Nord Stream 2

Riprendono i lavori per il Nord Stream 2, tutte le ultime novità

Come previsto, nelle acque danesi del Mar Baltico sono ripresi i lavori per completare il gasdotto Nord Stream 2, che dovrebbe raddoppiare il flusso di gas dalla Russia alla Germania che dal 2011 passa attraverso i condotti del Nord Stream 1. Con una settimana di ritardo rispetto a quanto annunciato a fine novembre, Gazprom ha spedito in acque danesi due navi russe, dopo che quelle della società svizzera Allseas avevano abbandonato i lavori a 76 chilometri dal traguardo per non incorrere nelle sanzioni degli Stati Uniti.

Dopo un anno di sospensione dunque, il consorzio energetico russo prova a chiudere la partita: dei 76 chilometri che mancano (sui 1.234 complessivi), 60 insistono nelle acque territoriali danesi e 16 in quelle tedesche.

Nel frattempo, al largo della costa del Meclenburgo, sono riprese le operazioni che riguardano 2,6 chilometri di tubature a sud della riserva naturale marina di Adlegrund, dove si trovano le due estremità dei tubi che dal capolinea tedesco di Lubmin si proiettano verso il Baltico.

Ma se il controverso progetto russo-tedesco vedrà la luce, più che dai lavori nel Baltico dipenderà da quel che accadrà a oltre 6 mila chilometri di distanza. A Washington il Congresso degli Stati Uniti ha approvato nuove sanzioni di vasta portata contro Nord Stream 2, lasciando tuttavia all’esecutivo un certo grado di discrezionalità.

Dipenderà dunque da come la nuova amministrazione di Joe Biden vorrà affrontare una delle questioni più spinose nei già turbolenti rapporti transatlantici, sebbene il Nord Stream 2 sia un tema molto complesso, nel quale la posizione dell’Europa è tutt’altro che unitaria. La spina punge soprattutto i rapporti tra Usa e Germania e sebbene le sanzioni extraterritoriali imposte da Washington vengano respinte anche dall’Unione Europea, il progetto è controverso nella stessa Ue e apertamente osteggiato dalla gran parte dei paesi del bordo orientale, Polonia e Repubbliche Baltiche in testa. E coinvolge anche l’Ucraina, fuori dall’Ue ma da questa spalleggiata nel suo conflitto con la Russia.

La scorsa settimana il Congresso americano ha varato la legge di bilancio per la difesa, all’interno della quale spicca il Protecting Europe’s Energy Security Clarification Act of 2020 (Peesa), che permette un’estensione delle sanzioni contro le aziende che partecipano alla costruzione del Nord Stream 2. Nel mirino entrano anche società assicurative e di certificazione, cui spetta tra l’altro il compito di ispezionare e validare i tubi che vengono depositati in mare.

Sono rimaste fuori misure ancora più forti, come quelle paventate contro porti e funzionari tedeschi di agenzie pubbliche, ma analisti americani ritengono che anche solo le sanzioni alle società di certificazione potrebbero infliggere un colpo mortale al gasdotto. Per ora hanno determinato il ritiro della Det Norske Veritas-Germanischer Lloyd (DNV-GL), la più grande società di classificazioni di navi del mondo. In un comunicato i norvegesi hanno riconosciuto che “le attività di gestione del rischio per le navi attrezzate che servono il progetto Nord Stream 2 sono soggette a sanzioni statunitensi” e annunciato la sospensione di qualsiasi servizio in contrasto con il Protecting Europe’s Energy Security Act.

Il governo tedesco osserva i movimenti all’interno della politica statunitense, monitorizza la fase di transizione da un’amministrazione all’altra, vaglia i nomi che il presidente eletto Biden indica per i posti strategici in politica estera.

Il Congresso scrive le leggi, ma ha scarsa influenza su come il governo le mette in pratica. Qui risiede la speranza di Berlino di evitare un braccio di ferro fino all’ultimo con il suo alleato più importante. Un’indiscrezione di Bloomberg ha acceso una luce: il team di Biden vuole riallineare la politica delle sanzioni, mettere in discussione i programmi in corso e coordinarsi più strettamente con i partner internazionali. Biden e il suo designato segretario di Stato Antony Blinken conoscono bene il dossier Nord Stream 2: il primo era vicepresidente, il secondo vice consigliere per la sicurezza nazionale alla Casa Bianca quando il progetto sul gas naturale fu bloccato.

L’Handelsblatt ha trovato un’ulteriore traccia che suggerirebbe ottimismo. Nei giorni scorsi i redattori del quotidiano economico sono andati a ripescare un vecchio libro del 1987, scritto proprio da Blinken, dal titolo profetico: “Ally versus Ally”. Affrontava le divergenze tra Usa ed Europa sul piano della sicurezza energetica, preconizzando una possibile escalation: “Se questi problemi non vengono affrontati a fondo, è solo questione di tempo prima che una nuova crisi scuota l’Alleanza”.

Un libro pressoché dimenticato diventa adesso la traccia di una auspicata diversa linea strategica. Blinken analizzava i contrasti tra le due sponde dell’Atlantico nei primi anni Ottanta per il progetto del Tran Siberian Pipeline, il gasdotto lungo 4500 chilometri che avrebbe trasportato il gas dal giacimento di Urengoj nall’Alta Siberia fino all’Ucraina e poi in Europa. Progetto peraltro annunciato dall’allora cancelliere tedesco Helmut Schmidt al ritorno da un viaggio a Mosca nel 1980. Anni di scontri culminati nelle sanzioni comminate nel 1982 dall’amministrazione Reagan alle aziende coinvolte nel progetto, poi rimosse alla fine di quell’anno. Il gasdotto entrò in funzione nel 1984.

Il “rifiuto di commerciare”, come chiama l’imposizione di pesanti sanzioni economiche, “ha fallito e continuerà a fallire”.

Nel suo libro Blinken criticava aspramente le sanzioni del 1982, giudicate un affronto per gli europei, con tono molto simile a quello utilizzato oggi dai politici tedeschi per il Nord Stream 2: gli Stati Uniti hanno assunto sfacciatamente il diritto di condurre la politica estera e commerciale per i propri alleati. Washington costringeva gli stati alleati sovrani e le società indipendenti a fare quella che percepivano essere una violazione dei loro interessi nazionali ed economici, osservava Blinken nel 1987. E riportava la frase del ministro degli Esteri francese Claude Cheysson, dopo che Reagan decretò le sanzioni il 18 giugno 1982: “Questo giorno potrebbe segnare l’inizio della fine dell’Alleanza Atlantica”. Frasi che riecheggiano anche oggi nelle drammatizzazioni che si ascoltano a Berlino, dove il Nord Stream 2 continua a essere visto non come un progetto di interesse tedesco ma europeo, nonostante l’opposizione di una parte dell’Europa.

Alcuni avanzano l’ipotesi di una qualche forma di moratoria: mettere in ghiaccio il progetto per provare a trovare una soluzione negoziale nel quadro di una rivitalizzazione dei rapporti tra gli Usa e i suoi alleati europei. È una strada sussurrata da diversi attori, che le danno anche valenze diverse, più o meno rilevanti nello scenario politico di oggi. Come Robin Quinville, incaricata d’affari dell’ambasciata Usa a Berlino dopo le dimissioni del ruvido Richard Grenell, che intende la sospensione del Nord Stream 2 come un segnale verso Mosca di reazione alla sua linea politica aggressiva. O il candidato alla presidenza della Cdu Friedrich Merz, che pensa a uno stop di due anni per rimettere tutti gli attori coinvolti attorno al tavolo (Russia, Ue, Usa) ritrovando innanzitutto un consenso all’interno dell’Ue: ma non per abbandonare il progetto, “perché economicamente sarebbe un errore”.

Un ultimo spunto lo offre Jamie Fly, ex consigliere per la politica estera del senatore repubblicano Marco Rubio, attraverso l’Handelsblatt: “Completare il gasdotto ma non ottenere gas da esso finché Putin avvelena i membri dell’opposizione, attacca gli stati vicini e interferisce nelle nostre elezioni”.

Ognuno insomma immagina una tale moratoria in forme e con scopi differenti. Ma il governo di Berlino, che attraverso i suoi ministri economico-finanziari ha detto di non volerne sapere, attende la mossa di Joe Biden. Con speranza e una preoccupazione: l’opposizione al Nord Stream 2 unisce negli Usa democratici e repubblicani e il nuovo presidente può rasserenare i rapporti con gli alleati europei ma non a scapito di un indebolimento della posizione verso Mosca, che gli costerebbe molto sul piano del consenso interno.

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