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Nucleare

Giochiamo la carta nucleare?

Oggi i sondaggi rivelano che il vento di paura dell'energia nucleare, comprensibile ma irragionevole, non soffia più in modo dominante nella società e nella politica. Il Taccuino di Guiglia.

Pannelli solari, pale eoliche, tecnologie per le energie rinnovabili e, rieccolo, il nucleare. Quasi quarant’anni dopo i tre referendum che nel 1987 portarono alla chiusura delle centrali in Italia, l’Europa rilancia la sua strategia per dar vita alla politica industriale a emissioni zero quale obiettivo della transizione verde da raggiungere entro il 2030. Senza il tabù della potente e pulita energia dell’atomo, che per troppi decenni ha, invece, paralizzato la politica energetica italiana, penalizzando la nostra grande ricerca nel campo dell’ingegneria e della fisica – ambiti di mantenuta eccellenza a livello mondiale -, aggravando, inoltre, i costi per far funzionare le nostre imprese e illuminare le nostre case, e sottomettendoci alla dipendenza dall’estero. Con tutti i rischi del caso, come ha mostrato l’importazione del gas russo – il 40 per cento del fabbisogno – fino all’aggressione di Putin all’Ucraina. L’autonomia energetica è diventata un prioritario interesse nazionale.

L’altolà al nucleare italiano pativa la sindrome di Chernobyl, il più grave disastro nella storia di quest’energia che nell’86 aveva colpito l’allora Unione Sovietica. Una catastrofe frutto, però, anche dell’incompetenza, dell’incapacità al libero confronto scientifico su un impianto obsoleto e mal progettato, dell’assoluta mancanza di trasparenza nella gestione tecnica, economica e comunicativa da parte del regime comunista.

In Italia, a differenza di buona parte dell’Occidente, l’incidente fu preso a pretesto per chiudere le centrali operative e vietare il nucleare. Anche se nessuno dei tre quesiti referendari chiedeva ciò che l’effetto politico determinò: basta con quell’energia in Italia.

Oggi i sondaggi rivelano che il vento di paura, comprensibile, ma irragionevole, non soffia più in modo dominante nella società, nella politica e nel governo. E poi il nucleare s’è evoluto, diventando di “ultima generazione”. Pur con i suoi noti problemi, come il deposito delle scorie radioattive, è presente in più della metà dei Paesi dell’Ue. Compresi i per noi confinanti Francia e Slovenia. Nuovi reattori, progettati o in costruzione, sorgono anche fuori dall’Europa.

Perché il punto non può essere più, come in passato, fideistico pro o contro l’atomo. Il punto è stabilire come assicurare la totale decarbonizzazione in Europa entro il 2050, garantendo non una, ma più fonti alternative e sicure, pulite ed efficaci. Un pacchetto nel quale non può mancare il nucleare, come Bruxelles ora certifica col via libera alla prima legge che vincola i 27 a produrre il 40% del fabbisogno annuo di materiali che riducano l’impatto ambientale.

Intanto, sul tema dell’ecocompatibilità dei prodotti l’Italia s’è astenuta al Consiglio Ue -ambito agricoltura-, perché il testo non terrebbe nel debito conto le esigenze della nostra industria manufatturiera. Clima, ambiente e produzione: tutto si tiene.

Pubblicato su Il Giornale di Vicenza
www.federicoguiglia.com

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