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Il dilemma energetico della Germania

Germania

Mentre riflette sulle future sfide sul fronte della sicurezza energetica, del cambiamento climatico e dell’economia, la Germania è chiamata a compiere scelte difficili che scaturiscono dalle decisioni prese – e non prese – nel corso dell’ultimo mezzo secolo. Stephen Dover, Head of Franklin Templeton Institute, dice la sua sui problemi energetici della Germania

 

Mentre riflette sulle future sfide sul fronte della sicurezza energetica, del cambiamento climatico e dell’economia, la Germania è chiamata a compiere scelte difficili che scaturiscono dalle decisioni prese – e non prese – nel corso dell’ultimo mezzo secolo. Questo potrebbe non essere un buon punto di partenza per la “Energiewende” (transizione energetica), ma i tedeschi non hanno alternativa.

Di seguito esaminiamo lo stato attuale del dilemma energetico tedesco, la sua evoluzione e le scelte che il governo, le imprese e i comuni cittadini in Germania si trovano ad affrontare, sapendo che le loro decisioni abbracciano obiettivi economici, strategici e ambientali potenzialmente contrastanti. Il percorso intrapreso dalla Germania avrà ampie implicazioni per gli investimenti.

Forte dipendenza dalle importazioni di energia

La Germania è il maggior consumatore di energia dell’Europa occidentale e il settimo al mondo. Tuttavia, il paese ha relativamente poche fonti naturali di approvvigionamento energetico e importa circa due terzi del suo fabbisogno. I combustibili fossili (petrolio, gas naturale e carbone) rappresentano oltre il 75% del consumo energetico totale della Germania. La produzione nazionale soddisfa circa un terzo del fabbisogno energetico tedesco; di questo, le energie rinnovabili (eolica, solare e biomassa) rappresentano oggi il 40% circa del totale, mentre il nucleare costituisce un altro 12%.

L’energia è il motore delle economie moderne. Serve sia alle famiglie che alle imprese. Un utilizzatore particolarmente importante di energia è il settore manifatturiero. In Germania, ad esempio, la sola industria chimica rappresenta circa un quinto del consumo totale di elettricità per usi industriali.

Come la Germania è arrivata a questo punto

Per la maggior parte della storia, la sicurezza energetica è stata un obiettivo primario dei governi tedeschi. Dotata di carbone con cui dare impulso al suo processo di modernizzazione nel XIX secolo, la Germania ha costruito un’economia basata su carbone, acciaio, elettricità, chimica e ingegneria: fondamenta che hanno resistito fino a oggi. Ma nel XX secolo, quando il petrolio ha sostituito il carbone come fonte primaria di energia per i trasporti, la Germania è diventata sempre più dipendente dalle importazioni energetiche. In tempi di guerra o di crisi, tra il 1914 e il 1945, il paese ha fatto spesso ricorso a combustibili liquidi sintetici per sostituire le scarse forniture di petrolio.

Uscendo dalla distruzione della Seconda guerra mondiale, la Germania è tornata a concentrarsi sul carbone, integrato dalle importazioni di petrolio e gas naturale, oltre che da una completa ricostruzione della rete elettrica della Germania (Ovest). Il paese ha giocato un ruolo determinante nella fondazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, precursore dell’attuale Unione europea (UE).

In risposta all’impennata dei prezzi dell’energia e alle minacce alla sicurezza nazionale poste dagli embarghi petroliferi in Medio Oriente negli anni ’70, la Germania ha quindi iniziato a investire pesantemente nell’energia nucleare. Tuttavia, due fattori in definitiva hanno ostacolato lo sviluppo dell’energia nucleare sul territorio tedesco. Il primo è stato la diffusa opposizione dei giovani, che hanno visto sempre più rappresentate le loro istanze nel nascente Partito dei Verdi, oggi parte della coalizione di governo. Il secondo fattore è stato una serie di disastri nucleari sfiorati in tutto il mondo, culminati con la fusione nucleare di Fukushima (2014), che ha rallentato, fermato e infine annullato le ambizioni nucleari tedesche.

Di fronte ai rischi posti dall’incertezza delle forniture energetiche mediorientali e al venir meno del sostegno al nucleare, la Germania si è rivolta a Est. Con alcune aperture già in corso sotto forma di “Ostpolitik” (dialogo con la Germania Est) e “Wandel durch Handel” (cambiamento attraverso il commercio), negli anni ’70 e ’80 la Germania è stata in prima linea negli sforzi tesi a rafforzare i legami con i paesi dietro la Cortina di ferro, inclusa l’Unione Sovietica.

Una debole partnership

Con il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, la strategia tedesca è parsa dare i suoi frutti. Si riteneva che una Russia più democratica e aperta potesse essere un partner strategico in campo energetico, date le sue abbondanti riserve di petrolio, gas naturale e carbone. Nei trent’anni successivi si sono registrati enormi investimenti in condutture e strutture di stoccaggio per il gas naturale, tutti con il deciso supporto dei governi che si sono succeduti.

Gli investimenti, peraltro, non si sono limitati ai combustibili fossili. All’inizio degli anni ’70 i piani di transizione energetica hanno cominciato a prendere forma, in quanto la Germania è diventata uno dei primi paesi ad adottare alternative a zero emissioni, tra cui il l’eolico, il solare e la biomassa. Le politiche volte ad affrontare il cambiamento climatico hanno trovato sostegno in tutto lo spettro politico tedesco. Le alternative, fortemente sovvenzionate e costose, rappresenteranno presto quasi la metà della produzione tedesca di energia elettrica. Dato l’alto costo delle fonti alternative, le famiglie tedesche pagano l’elettricità circa il 40% in più rispetto alla media europea e oltre il 60% in più rispetto alla vicina Francia, che è dotata di numerosi impianti nucleari.

La strategia energetica della Germania ha avuto anche un costo indiretto: la forte dipendenza dalla Russia per il petrolio, il carbone e soprattutto il gas naturale, che deve essere trasportato tramite gasdotti. Prima della guerra in Ucraina, il 40% del gas naturale tedesco proveniva dalla Russia. Questa percentuale si è ridotta al 20% e sarà prevedibilmente azzerata entro la metà del 2024. In realtà, questa riduzione degli approvvigionamenti potrebbe accelerare, dato che il gasdotto Nord Stream 1, il principale vettore di gas dalla Russia alla Germania, sarà sottoposto a manutenzione ordinaria nel mese di luglio. È sempre più probabile che i flussi verso la Germania si concludano dopo questa data.

Qual è la risposta della Germania?

Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, la Germania non si aspettava certo una Russia con mire espansionistiche. Si pensava che il commercio e la globalizzazione avrebbero scongiurato le invasioni, le guerre d’elezione e le annessioni imperialistiche di terre.  Di fronte alla realtà di una Russia ostile, la Germania ha approvato l’embargo sul carbone e il petrolio russi. Questa decisione è stata agevolata dal fatto che entrambi i combustibili fossili possono essere reperiti altrove senza grandi difficoltà.

Lo stesso discorso non vale per il gas naturale. Attualmente la Germania non dispone di una capacità interna sufficiente per importare gas naturale liquefatto (GNL), anche se non si escludono approvvigionamenti da paesi come Qatar, Algeria e Norvegia. Di conseguenza, si sta procedendo alla progettazione e alla richiesta di autorizzazioni edilizie per nuovi terminali di GNL che dovrebbero accrescere la capacità del paese di sostituire il gas naturale proveniente dalla Russia con quello di altri fornitori.

La necessità di diversificare immediatamente le fonti energetiche ha comportato un aumento dell’uso del carbone. Questo cambiamento, tuttavia, è visto in gran parte della Germania come un passaggio temporaneo verso opzioni più “verdi”, alcune delle quali sono bloccate da un quadro normativo inefficiente. Ad esempio, nel 2017-2019 le installazioni di parchi eolici onshore si sono ridotte a causa della lentezza dei processi di autorizzazione. Tuttavia, a partire dal 2021 i permessi rilasciati sono più che raddoppiati grazie allo snellimento delle procedure. La guerra fornisce ulteriori incentivi a proseguire questo percorso di ampliamento e diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico.

Quali sono le implicazioni per gli investitori?

L’ultima “svolta” energetica della Germania crea interessanti opportunità – e rischi – per gli investitori. Tra questi:

La produzione interna di energia in Germania sarà prioritizzata, ad esempio tramite le fonti alternative. Prevediamo un’ulteriore rapida espansione della produzione di energia eolica, solare e da biomassa, nonché ingenti investimenti nelle reti elettriche tedesche ed europee.

Nel medio termine (ossia nei prossimi decenni), la Germania continuerà a importare combustibili fossili, in particolare petrolio e gas naturale. Lo stesso vale per la maggior parte dell’Europa, ad eccezione della Norvegia e dei Paesi Bassi, ricchi di materie prime energetiche. Per trovare nuove fonti di gas naturale sarà necessario investire nei terminali di GNL e, forse, in gasdotti attraverso il Medio Oriente, il Nord Africa o altre parti d’Europa (Spagna, Italia). Analogamente, è probabile che nei prossimi anni si registreranno investimenti consistenti nelle strutture di stoccaggio di petrolio e gas naturale sul territorio tedesco.

Nell’eventualità di un’escalation più grave dell’invasione russa dell’Ucraina (ad esempio, l’uso di armi nucleari o biologiche tattiche), l’opinione pubblica tedesca chiederà un embargo immediato del gas naturale russo. Con un’economia mondiale già a rischio a causa della stretta aggressiva della Fed, dei lockdown “zero Covid” in Cina e dell’impennata dei prezzi dell’energia e dei generi alimentari, una recessione in Germania e nell’UE potrebbe infliggere un duro colpo ai mercati finanziari.

La Germania si trova a un punto di svolta critico della sua storia per quanto riguarda la sicurezza nazionale e l’energia. Le sfide che è chiamata ad affrontare sono immense, ma anche superabili. La transizione verso un futuro energetico più sicuro e più verde richiederà enormi quantità di capitale politico e finanziario. La capacità della Germania di contemperare efficacemente desideri e i bisogni contrastanti in materia di energia sarà un fattore cruciale per determinare dove investire al meglio il capitale all’inizio della svolta.

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