Da quando la Russia ha invaso l’Ucraina nel febbraio 2022, l’Europa ha dovuto ridisegnare in fretta e furia la mappa delle sue forniture energetiche. Gli Stati Uniti sono diventati in pochissimo tempo uno dei fornitori principali di gas naturale liquefatto e petrolio per l’Unione Europea.
Come sottolinea un nuovo report dell’European Council on Foreign Relations firmato da Szymon Karda, è stata una svolta necessaria per non restare al freddo e al buio, ma oggi – con Donald Trump tornato alla Casa Bianca – molti si chiedono se non abbiamo semplicemente cambiato padrone.
Usa nuovo fornitore di fiducia
Nel 2021 gli Stati Uniti fornivano meno del 6% del gas importato dall’Europa, sottolinea Karda. Entro il 2025 la quota è balzata oltre il 26%.
Per il petrolio greggio il discorso non cambia di molto: gli Usa si sono piazzati al secondo posto assoluto, subito dopo la Norvegia.
Dopo l’invasione russa, i flussi di gas da Mosca si sono drasticamente ridotti e l’Europa ha cercato alternative ovunque.
Le grandi compagnie energetiche europee e diversi governi hanno firmato contratti pluriennali con esportatori americani di GNL. La politica ha fatto il resto: nel marzo 2022 Ursula von der Leyen e Joe Biden hanno stretto un’intesa per aumentare le forniture di materie prime energetiche dagli Stati Uniti verso l’Europa. In quattro anni gli USA sono passati da fornitore marginale a partner di peso decisivo.
Trump e il campanello d’allarme
Con il secondo mandato di Trump l’atmosfera si è fatta più tesa, ammonisce l’autore. Il presidente americano non fa mistero di voler rafforzare il “dominio energetico americano”: più trivellazioni, più export, prezzi competitivi per conquistare mercati. Allo stesso tempo usa dazi, tariffe e minacce commerciali senza guardare in faccia a nessuno, compresi gli alleati storici come l’Unione Europea. Le sue dichiarazioni sulla Groenlandia hanno solo alimentato il nervosismo.
In diverse capitali europee si è diffusa l’idea che affidarsi così tanto a Washington possa trasformarsi in un boomerang: un giorno potrebbero alzare i prezzi, imporre condizioni o usare l’energia come leva politica.
Però, se guardiamo con attenzione i dati e il funzionamento reale del mercato, la situazione appare meno drammatica di quanto sembri a prima vista.
Tre buoni motivi per non perdere la calma
Primo: la nostra dipendenza dagli Stati Uniti è molto più contenuta rispetto a quella che avevamo con la Russia fino al 2021. Allora Mosca copriva quasi il 45% del gas importato (circa 157 miliardi di metri cubi), mentre gli Usa arrivavano a stento a 21 miliardi. Oggi siamo a 83 miliardi dagli americani, ma su un totale di importazioni più basso (da 361 a 313 miliardi) e con un ventaglio di fornitori decisamente più ampio: Norvegia, Algeria, Qatar, Nigeria, Trinidad e Tobago e altri.
Per il petrolio la quota Usa è intorno al 15% e il mercato globale, grazie alla facilità di trasporto e alla concorrenza, permette di cambiare fornitore molto più rapidamente.
Secondo: il rischio di un’interruzione “politica” delle forniture è praticamente nullo. Con la Russia c’erano contratti con Gazprom, un colosso di fatto diretto dal Cremlino.
Con gli Stati Uniti parliamo invece di aziende private – Exxon, Cheniere, Venture Global e altre – che rispondono al mercato, agli azionisti e alla legge, non a un presidente. Trump potrà rendere il GNL più caro con qualche misura protezionistica, ma bloccare le spedizioni verso un cliente che paga bene è un’ipotesi molto remota.
Terzo: l’Europa resta un mercato fondamentale per gli americani. Nel 2025 circa il 60% del GNL esportato dagli Usa è finito nei porti europei. Con i nuovi terminali in costruzione la capacità di esportazione americana dovrebbe quasi raddoppiare nei prossimi anni.
Le compagnie hanno investito miliardi proprio pensando all’Europa: staccarsi da noi non sarebbe conveniente né per loro né, alla fine, per la strategia energetica di Trump.
Cosa fare?
Non bisogna però cullarsi nell’idea che tutto fili liscio. L’Europa dovrebbe agire su tre fronti principali.
Prima di tutto continuare a diversificare senza sosta: più Paesi fornitori, meno concentrazione su uno solo. L’accordo commerciale siglato nel luglio 2025 con gli Stati Uniti – che impegna l’Europa a comprare energia americana (GNL, petrolio e prodotti nucleari) per 750 miliardi di dollari entro il 2028 – rischia di spingerci verso una quota di gas Usa vicina al 40% entro il 2030. È una strada pericolosa, soprattutto se nei prossimi anni arrivassero nuove pressioni da Washington.
Secondo, serve uno strumento di controllo serio: un database pubblico e sempre aggiornato di tutti i contratti a lungo termine con fornitori extra-UE, magari gestito da un’agenzia europea dedicata. Solo così si può accorgersi in tempo se stiamo esagerando con un singolo Paese.
Terzo, e decisivo: accelerare davvero l’uscita dai combustibili fossili. Servono più impianti eolici e solari, reti più efficienti, interventi massicci sull’efficienza negli edifici e nelle industrie, e dove è possibile anche nuove centrali nucleari di ultima generazione.
Più riduciamo il volume complessivo di gas e petrolio che importiamo, meno saremo in balia di qualunque fornitore, sia esso russo, americano, qatariota o saudita.
Guardare avanti
Le forniture dagli Stati Uniti hanno permesso all’Europa di respirare dopo lo choc russo e restano oggi una componente importante del nostro mix energetico. Le tensioni con Washington non devono spingerci a reazioni impulsive o a scelte affrettate.
La vera sicurezza, conclude l’autore, non sta nel trovare l’alleato perfetto, ma nel costruire un sistema energetico più vario, più efficiente e meno dipendente dai fossili importati. Solo con diversificazione intelligente, monitoraggio costante e una transizione energetica seria l’Europa potrà affrontare il futuro – con Trump, dopo Trump o con qualunque altro scenario – senza doversi sempre guardare le spalle.




