Energia

Eni, ecco che cosa cambierà per l’Italia dopo gli accordi in Oman ed Emirati Arabi su gas e petrolio

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“Dal punto di vista geopolitico, il pivot di Eni nella Penisola Arabica offre all’Italia l’opportunità di ribilanciare la sua posizione tradizionalmente fortemente pro-Iran, tra le due sponde del Golfo Persico”.

E’ quello che sottolinea in una conversazione con Start Magazine Cinzia Bianco, analista esperta di Paesi del Golfo Persico, che analizza portata ed effetti, non solo sull’energia ma anche nella geopolitica, degli ultimi accordi annunciati da Eni negli Emirati arabi Uniti, in Oman e in Bahrein.

Bianco, che collabora con il Middle East Institute, il Middle East Policy Council e la rivista Limes, è consulente della società americana Gulf State Analytics.

Eni ha annunciato che rafforzerà la presenza negli Emirati Arabi con alcune concessioni sia offshore che onshore. Riguardano sia petrolio sia gas?

Le attività di Eni negli Emirati Arabi Uniti riguardano sia giacimenti di petrolio che di gas, ma si concentrano in modo predominante sul secondo. E’ da tenere conto che il mercato del petrolio, forse momentaneamente più lucrativo di quello del gas negli EAU, è saturo di altri player internazionali che hanno rapporti strategici di lunghissima data dal punto di vista politico in loco. Il mercato del gas invece è sicuramente più recente e quindi ancora più un’opportunità di investimento a lungo termine, che di guadagno immediato. Ma, nello stesso tempo, il gas sta diventando una commodity sempre più futuribile, e anche particolarmente importante a livello locale.

L’Autorità nazionale per il petrolio e il gas del Regno del Bahrain (NOGA) ed Eni hanno firmato un Memorandum d’Intesa (MoU) su future attività di esplorazione nel Blocco 1, un’area offshore ancora in gran parte inesplorata situata nelle acque territoriali settentrionali del Regno del Bahrein. E’ una novità anche questa per Eni in Bahrein?

La presenza di Eni in Bahrein non è recentissima, ma quest’ultimo Memorandum è qualitativamente differente. Il governo del Bahrein sostiene che il giacimento di petrolio recentemente scoperto, Khaleej Al-Bahrain, di cui fa parte il cosiddetto Blocco 1, conterrebbe circa 80 miliardi di barili di petrolio. Si tratterebbe, se le ipotesi venissero confermate, del più grande giacimento mai scoperto in Bahrein. Inoltre Eni, poiché coinvolta nella fase di esplorazione, ha una posizione molto favorevole per aggiudicarsi la fase di sfruttamento, potendo così capitalizzare su tutto il processo. E per questo il coinvolgimento di Eni in un progetto di tale importanza sarebbe il più importante di sempre per l’azienda italiana in Bahrein.

Quanto sono strategici questi progetti per Emirati Arabi e Bahrein?

Mentre il petrolio per gli EAU è un bene da esportare, il gas è una risorsa sempre più necessaria a livello domestico. Oltre il 60% dell’energia consumata negli Emirati è prodotta da gas naturale. Sebbene gli Emirati abbiano già una produzione locale di gas, il paese è importatore netto da gasdotti. Ad oggi, infatti, gli EAU importano circa il 30% del loro fabbisogno di gas naturale tramite gasdotto dal Qatar, che è anche per loro rivale geopolitico. Che gli EAU debbano dipendere da esterni, specialmente se rivali, per il loro approvvigionamento gasifero è inaccettabile per uno stato che ha grandi ambizioni dal punto di vista regionale. Sul lungo periodo maggiore indipendenza nel mercato gas può garantire quindi enormi benefici politici.

E nel caso del Bahrein gli ultimi annunci che cosa significano?

Il Bahrein, pur essendo il primo paese del Golfo ad avere scoperto e sfruttato il petrolio, è anche il primo a doversi preoccupare di esaurirlo. Ad oggi, il Bahrein produce circa 50.000 barili di petrolio al giorno dal giacimento Bahrain Field, e ne riceve altri 150.000 dal giacimento di Abu Saafa, che però è condiviso con l’Arabia Saudita. Inoltre, il Bahrein è, insieme all’Oman, la monarchia del Golfo in cui il modello di politica economica rentier, in cui il budget statale è basato quasi unicamente sulle risorse energetiche, è più in crisi.

Perché in crisi?

Perché la combinazione di risorse energetiche scarse e popolazioni in forte crescita sta creando per entrambi i Paesi enormi disequilibri finanziari e crescenti deficit. La crisi economica, unita alle disuguaglianze, fu proprio tra le principali cause delle proteste di piazza del 2011 in Bahrein. Dunque, avere la disponibilità di nuove risorse energetiche sarebbe per la monarchia di Manama di rilevanza strategica per garantire maggiore stabilità politica nel lungo periodo.

Qual è la valenza geopolitica di queste operazioni per Eni?

Per Eni questo pivot sulla Penisola Arabica è, per certi versi, un’avventura relativamente nuova. Eni entra prepotentemente nella scena geopoliticamente più strategica per l’oil&gas e in un’ottica di lungo periodo. Quello che potrebbe essere interessante è capire se questi recentissimi accordi, avvenuti tutti nel giro di pochissimi giorni e in tre paesi diversi (EAU, Oman e Bahrein) siano parte di una strategia regionale che, magari, vada anche al di là della Penisola Arabica. Le monarchie del Golfo hanno infatti crescente influenza in diversi altri paesi della regione mediorientale e del continente africano.

Lei su Facebook ha commentato: “Queste sono cose che hanno molto più impatto di politica estera delle dichiarazioni del governo”. In che senso? Vuole dire che i grandi gruppi italiani, come Eni, fanno la vera politica estera di un Paese come l’Italia?

Per l’Italia gli accordi e le attività di Eni hanno da sempre grande valenza geopolitica e danno input molto importanti in politica estera. In un paese politicamente instabile come l’Italia, in cui diversi governi non hanno completato una legislatura e il ricambio di cariche istituzionali è frequentissimo, è inevitabile che la politica estera sia modellata da organismi più stabili. La politica estera è infatti sopratutto strategia, e la strategia è, per definizione, di lungo periodo. Se la strategia italiana cambiasse con la frequenza con cui cambiano i governi, sarebbe debolissima, quasi inesistente. Questo vale anche e sopratutto nell’epoca del populismo, in cui le dichiarazioni politiche cambiano con la frequenza dei mal di pancia dell’opinione pubblica. Invece i grandi gruppi italiani hanno interessi continuativi e quelli con una presenza internazionale hanno un grandissimo peso specifico all’interno del paese.

Questo non vale solo per l’Italia, penso…

Questo meccanismo vale persino per un paese come gli Stati Uniti dove i grandi gruppi globali (non solo quelli energetici ma, ad esempio, anche quelli tecnologici come Google) hanno la capacità di influenzare la direzione politica del paese. D’altra parte le istituzioni italiane beneficiano in modo importante del soft power di aziende come Eni.

Come?

Ad esempio, avendo la capacità di stringere rapporti di lungo periodo, tramite Eni l’Italia spesso può avere continuità geopolitica nonostante la sua instabilità politica e accesso privilegiato in contesti in cui, politicamente, non avrebbe possibilità di accedere.

Qual è la vera opportunità per l’Italia con gli ultimi accordi di Eni?

Dal punto di vista geopolitico, il pivot di Eni nella Penisola Arabica offre all’Italia l’opportunità di ribilanciare la sua posizione tradizionalmente fortemente pro-Iran, tra le due sponde del Golfo Persico. Se l’Italia riuscisse a ritagliarsi una posizione bilanciata sarebbe tra i pochissimi paesi occidentali ad essere in grado di comunicare in modo efficace con tutti gli attori dell’area, coinvolti in molteplici scontri e conflitti che vanno ad aggravare guerre locali dalla Siria, all’Iraq, allo Yemen. Insomma c’è la possibilità, sebbene nel lungo termine, di rafforzare l’influenza italiana ed europea nell’area e magari, in futuro, giocare un ruolo importante, e costruttivo.

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