Energia

Enel, A2A e Eph. Che cosa succederà con la carbon tax a 5 stelle?

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Carbon Tax

In Senato è già pronto un disegno di legge M5s per l’istituzione di una carbon tax che colpirebbe l’utilizzo del combustibile fossile per i processi industriali, «modificando il testo unico sulle accise e introducendo una tassa indiretta sul carbone»

 

Il Green New Deal del neonato governo giallorosso potrebbe concretizzarsi anche in una nuova tassa da 10 miliardi. In Senato infatti è già pronto un disegno di legge per l’istituzione di una carbon tax che colpirebbe l’utilizzo del combustibile fossile per i processi industriali, «modificando il testo unico sulle accise e introducendo una tassa indiretta sul carbone», si legge nel documento, assegnato lo scorso giugno alla commissione Finanze del Senato.

In pratica, sulla scorta del principio «chi inquina paga», la nuova imposta colpirebbe le industrie che utilizzano ancora il carbone nei loro processi, dalle acciaierie, come l’Ilva di Taranto, ai cementieri, fino alle centrali a carbone per la produzione di energia elettrica. Queste ultime sono dieci in tutta Italia, fanno capo a grandi gruppi come Enel, A2A e la ceca Eph, e garantiscono circa il 10% della produzione di elettricità nazionale.

Non bruscolini insomma, senza contare l’utilizzo massiccio di coke che ancora alcune produzioni energivore fanno. Non stupisce allora che, secondo i calcoli del primo firmatario del disegno di legge, il senatore Cinquestelle Mario Turco (professore di Economia Aziendale), si possa arrivare a racimolare «anche più di 10 miliardi» dalla nuova imposta. Una stima vicina a quella fatta nel 2011 dai tecnici del Tesoro, sempre a proposito del gettito possibile di un’ipotetica carbon tax.

Turco però sottolinea che non c’è intenzione di penalizzare le imprese e, che, proprio con l’obiettivo di evitare effetti regressivi, la proposta prevede un credito d’imposta al 40% (nel limite massimo di 3 milioni l’anno a beneficiario) «sugli investimenti e progetti riconversione industriale volti a dismettere l’utilizzo nei processi produttivi del carbone coke», si legge nel testo. Per finanziare questa agevolazione fiscale e anche interventi a favore dei comuni, come quello di Taranto appunto, penalizzati dall’utilizzo del carbone nei siti industriali del loro territorio, si prevede l’istituzione di un Fondo per la decarbonizzazione e la riconversione economico-industriale, da alimentare appunto con i proventi della tassa sul carbone.

L’idea è che la nuova gabella affianchi e non sostituisca l’attuale sistema di penalizzazione delle produzioni inquinanti, basato sulle aste dei permessi a inquinare (cap and trade), definito però «inefficace» nel preambolo della proposta, anche a causa dei prezzi troppo bassi dei permessi di emissione di Co2. «Il prezzo del carbone oggi è di circa 50 euro a tonnellata ma se si aggiunge al costo della materia prima quello dei permessi a inquinare, il costo per le aziende più che raddoppia, visto che negli ultimi mesi i valori dei permessi sono arrivati a quasi 30 euro», dice a MF-Milano finanza Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia.

In pratica l’esperto contesta il ragionamento alla base della proposta grillina, sostenendo che si tratta di un’impostazione datata: «I prezzi dei permessi sono esplosi negli ultimi 12 mesi, passando da meno di 10 euro a quasi 30 euro. E per il nuovo periodo 2020-2030 si prevede carenza di questi strumenti, il che farà aumentare ancora il costo dell’utilizzo del carbone per le aziende». Al di là delle differenti vedute, di certo c’è, assicura il senatore Turco, che la proposta ha il placet del Movimento, che la sosterrà nel cammino parlamentare.

(articolo pubblicato su Mf/Milano Finanza; qui la versione integrale)

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