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Ecco i tesori energetici di Russia e Donbass

Ucraina Elettricità

Energia, metalli e terre rare: che cosa c’è in Ucraina (anche nel Donbass) e in Russia. Fatti, numeri e approfondimenti

 

Eliminare la dipendenza dal gas russo. Questo è l’obiettivo, ambizioso, della nuova piattaforma europea per l’acquisto comune di gas, gas naturale liquefatto (Gnl) e idrogeno. Si tratterà, come deciso dai capi di Stato e di governo al Consiglio europeo del 25 marzo scorso, di un meccanismo di coordinamento volontario che riunirà la Commissione e gli Stati membri. L’approvvigionamento energetico è diventato, ancor di più, uno snodo cruciale per il mantenimento della pace nel continente europeo ed è la leva sulla quale gli Stati membri vogliono incidere per arrestare l’aggressione russa ai danni dell’Ucraina.

La dipendenza europea dalle fonti energetiche russe

L’UE dipende dalle importazioni di combustibili fossili (gas, petrolio e carbone) per un fabbisogno energetico tra il 57 e il 60 %. Negli ultimi anni la produzione interna di fonti energetiche rinnovabili è aumentata sensibilmente ma il calo della produzione europea di carbone, lignite e gas fa sì che l’UE continui a dipendere dalle importazioni di gas (90 % del consumo), petrolio (97 %) e carbon fossile (70 %). Nel 2021 la Russia ha fornito circa il 45 % delle importazioni totali dell’UE. Gli altri grandi fornitori dell’UE sono stati Norvegia (23 %), Algeria (12 %), Stati Uniti d’America (6 %) e Qatar (5 %). La Russia è anche il principale fornitore delle importazioni UE di greggio (27 %), seguita da Norvegia (8 %), Kazakistan (8 %) e Stati Uniti d’America (8 %). Lo stesso discorso vale per il carbon fossile (46 %), seguita da Stati Uniti d’America (15 %) e Australia (13 %).

La transizione verde dell’Ue e la guerra del litio

La transizione energetica europea renderà i paesi del Vecchio continente dipendenti dal litio, materiale indispensabile per produrre le batterie delle auto elettriche. Kiev prima dell’inizio degli scontri stava per diventare uno dei maggiori fornitori di litio a dell’UE. Proprio il governo di Zelensky aveva firmato un’alleanza strategica per fornire il prezioso materiale alla Ue il 13 luglio scorso. Il litio nel corso del 2021 ha quintuplicato il suo valore arrivando alla media di 76.700 dollari a tonnellata, un anno fa veniva scambiato a 13.400 dollari la tonnellata. Nel 2021 Kiev aveva iniziato a mettere all’asta i permessi di esplorazione per sviluppare le sue riserve di litio e nel novembre 2021 la European Lithium, una società australiana, aveva dichiarato l’ormai prossima chiusura di un accordo per assicurarsi i diritti su due promettenti giacimenti di litio scoperti negli anni Ottanta e Novanta. Insomma, attraverso il litio, l’Ucraina stava per diventare cruciale nel mercato dell’energia pulita, divenendo uno dei cinque Paesi maggiori fornitori di litio al mondo insieme con Cina, Australia, Cile e Congo.

Le materie prime energetiche dell’Ucraina

L’Ucraina detiene oggi le seconde riserve di gas conosciute in Europa. Alla fine del 2020, le riserve ucraine conosciute ammontavano a 1,09 trilioni di metri cubi di gas naturale, seconde solo alle risorse conosciute della Norvegia di 1,53 trilioni di metri cubi. Solo nell’area del Donesk i giacimenti stimati conterrebbero fino a 113 miliardi di metri cubi di gas. Tuttavia, come riportato dal dossier Ucraina: la guerra russa per il gas e le materie prime dell’ufficio studi di FdI al Senato, oggi l’Ucraina ha un basso tasso di utilizzo della riserva annuale di circa il 2%.

Carbone: la ricchezza del Donbass

Nelle intenzioni dichiarate di Mosca l’operazione speciale condotta in Donbass sarebbe finalizzata a portare soccorso alla popolazione russa schiacciata e discriminata dal governo di Zelensky. Pura propaganda: il Donbass è anche un territorio molto ricco dal punto di vista minerario. Secondo un report della Banca mondiale, in Donbass ci sono 900 siti industriali, 40 fabbriche metallurgiche, 177 siti chimici ad alto rischio, 113 siti che usano materiali radioattivi, 248 miniere, 1.230 chilometri di tubature che trasportano gas, petrolio e ammoniaca, 10 miliardi di tonnellate di rifiuti industriali.

I gasdotti: le autostrade che fanno gola a Putin

La Russia, con 37,39 trilioni di tonnellate di gas stipate nel sottosuolo, è la prima produttrice di gas al mondo. L’economia russa si basa principalmente sull’estrazione e sull’esportazione di risorse naturali. Mosca però è parzialmente dipendente dal sistema di trasporto del gas ucraino (GTS) e non ha il pieno controllo delle sue relazioni energetiche con l’UE. Fino al 2006 i due terzi di tutti i ricavi della multinazionale russa Gazprom, controllata dal Governo della Federazione Russa, provenivano dalle vendite di gas che attraversa l’Ucraina, attraversamento che ancora oggi genera tasse di passaggio per il 4 per cento del Pil ucraino. Per superare questi balzelli dal 2004 la Russia sta costruendo nuovi gasdotti, specificamente progettati per aggirare l’Ucraina e consentirle più libertà nei rapporti con l’Occidente.

La geopolitica dei gasdotti

La costruzione del primo gasdotto Nord Stream è iniziata nel 1997 al fine di trasportare il gas naturale russo dalla Russia alla Germania (sotto il mar Baltico) senza attraversare i Paesi Baltici, i paesi quelli del Gruppo di Visegrad (Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia e Ungheria), la Bielorussia e l’Ucraina. Attraverso Nord Stream i gas che parte dalla Russia arriva alla Germania attraverso il Mar Baltico e questo, dal 2012, ha ridotto il ruolo del GTS ucraino per le esportazioni di energia russa nell’UE fornendo, come scritto nell’articolo Ukraine’s Low-Carbon Gas Potential and the European Union dell’Harvard international review, una precondizione necessaria per l’annessione della Crimea da parte della Russia.

Il Nord Stream 2 e gli interessi europei

Anche il gasdotto Nord Stream 2 ha la medesima finalità: liberare le mani della Russia nelle relazioni energetiche con l’Europa. L’infrastruttura è costata 12 miliardi di dollari e segue lo stesso percorso del Nord Stream 1, completato più di dieci anni fa. Il gruppo russo Gazprom ha una partecipazione di maggioranza nel progetto da 10 miliardi di euro (12 miliardi di dollari). Nell’azionariato della società che lo gestisce ci sono anche le compagnie tedesche Uniper e Wintershall, la francese Engie, l’anglo-olandese Shell e l’austriaca Omv. La società possiede anche il 51% del gasdotto originale Nord Stream.

USA e Ucraina contrarie a Nord Stream 2

Gli Stati Uniti si sono opposti a lungo al progetto del Nord Stream 2. Washington temeva che, una volta concluso il gasdotto, il blocco europeo sarebbe diventato fortemente dipendente dalla Russia dal punto di vista energetico. Sulla stesa lunghezza d’onda anche l’Ucraina è sempre stata contraria al Nord Stream 2 e non solo per questioni economiche. Il Ministro degli affari esteri dell’Ucraina Dmytro Kuleba, in un’intervista alla “Radio NV”, ha sostenuto che se il Nord Stream 2 fosse stato completato, avrebbe minato la sicurezza nazionale dell’Ucraina. “Nel caso in cui la costruzione sarà completata – aveva detto il ministro -, non ci sono dubbi che la Russia userà il progetto come strumento per spingere i suoi interessi geopolitici, anche nell’ambito del formato Normandia e nel Gruppo di contatto trilaterale. È una minaccia alla sicurezza di tutta l’Europa”. Parole che purtroppo si sono rivelate profetiche.

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