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Ecco i primi subbugli green in Germania

Germania

Il quotidiano economico tedesco Handelsblatt rivela che, subito dopo le elezioni del 26 settembre, è in arrivo una stangata per gli automobilisti tedeschi. Ecco perché. L’articolo di Tino Oldani per Italia Oggi

Arrivano dalla Germania i primi segnali sul conto da pagare per il Green Deal, varato dalla Commissione Ue a metà luglio per decarbonizzare le economie europee. Il quotidiano economico Handelsblatt rivela che, subito dopo le elezioni del 26 settembre, è in arrivo una stangata per gli automobilisti tedeschi: il prezzo della benzina potrebbe salire fino a 2,20-2,50 euro al litro. Un rincaro monstre, dovuto all’aumento, ritenuto inevitabile, della componente fiscale legata alla decarbonizzazione, imposta dal Green Deal ai 27 paesi Ue.

La previsione del giornale si basa su uno studio del centro di ricerca Instituts fur Witschaftsforschung, dove si afferma che per raggiungere gli obiettivi climatici stabiliti dall’Unione europea ci sarà un aumento fiscale della benzina di circa 70 centesimi al litro. Il tutto a seguito del fatto che la Germania registrerà, alla fine di quest’anno, un’eccedenza nella produzione di carbonio (CO2) pari a 7 milioni di tonnellate, destinata a salire a 22 milioni di tonnellate l’anno prossimo. Uno squilibrio che, per il Green Deal, deve essere sanzionato in base al meccanismo degli Ets (Emission trading system), per cui il carbonio in eccesso prodotto da alcuni settori industriali particolarmente inquinanti (acciaio, cemento, ferro, fertilizzanti, centrali elettriche), a cui l’Ue ha aggiunto i trasporti e il riscaldamento domestico, verrà a costare 50 euro per ogni chilo di CO2 in eccesso, con tendenza a salire a 90 euro entro il 2030.

Ovviamente, la mazzata fiscale colpirà tutti i settori interessati, facendo lievitare sia i costi di produzione industriali che i prezzi finali. La ricerca, tuttavia, si concentra soprattutto sulle conseguenze per le famiglie tedesche che dispongono di una o due automobili, affermando che quelle che abitano in campagna, e hanno due vetture, finiranno per pagare 1.800 euro l’anno in più per la benzina, mentre le famiglie urbane, potendo disporre dei mezzi pubblici di trasporto, subiranno un salasso medio di 700 euro. Di tutto questo, sottolinea Handelsblatt fin dal titolo, i leader politici in corsa per la cancelleria si guardano bene dal parlare nei loro comizi. E questo non fa loro onore: «Gli obiettivi climatici sono stati stabiliti dai politici, che li hanno annunciati come una conquista, tutti bravi finché si gioca con i soldi sulla carta, ma molto meno bravi quando devono renderne conto alle famiglie meno abbienti».

Il giornale tedesco punta il dito soprattutto contro i tre principali candidati alla cancelleria. Al socialdemocratico Olaf Scholz (Spd) e al democristiano Armin Laschet (Cdu-Csu) rimprovera di «fare gli indiani», dopo che «i loro partiti si sono spinti troppo avanti con le promesse di rendere green l’economia tedesca, mentre ora si avvicina il momento di pagare il conto con i soldi, come sempre, dei cittadini». Quando alla verde Annalena Baerbock, ne sottolinea l’ennesimo errore: la proposta di introdurre nuovi limiti di velocità, allo scopo di limitare i consumi di benzina, segno che per i Verdi la mazzata fiscale va bene, ma non basta.

Vedremo presto, dopo il voto del 26 settembre, se e quanto il costo del Green Deal Ue possa avere influito sulla corsa alla cancelleria, per sostituire Angela Merkel. Quanto all’Italia, dove il dibattito politico ruota da settimane intorno al Green Pass, il rischio che sul prezzo della benzina si ripeta quanto sta accadendo in Germania, paese trainante sul resto d’Europa, non è da escludere. In fondo, il Green Deal europeo riguarda tutti i paesi Ue e si fonda sul progetto «Fit for 55» presentato da Ursula Von der Leyen a metà luglio come «il piano più ambizioso al mondo» per contrastare le emissioni inquinanti, con l’obiettivo dichiarato di ridurle del 55% entro il 2030 e arrivare alla neutralità climatica entro il 2050.

Come ho già spiegato (ItaliaOggi del 16 luglio), oltre a fissare paletti ambiziosi sulle emissioni di CO2, quel piano ha messo per la prima volta le mani delle tasche dei contribuenti europei, introducendo nuove tasse, come la carbon tax, che in realtà servono a finanziare il Next Generation Ue, noto come Recovery Plan, ovvero i famosi 750 miliardi per rilanciare l’economia Ue dopo la pandemia. Orbene, è vero che circa 200 di quei 750 miliardi sono stati destinati all’Italia, tra prestiti e grants. Ma è altrettanto vero che, subito dopo il varo del «Fit for 55», il ministro per la transizione ecologica, Roberto Cingolani, suonò l’allarme, proprio con riferimento alla carbon tax: «I prezzi della CO2 potrebbero crescere a tre cifre, influendo sulla competitività del sistema, oltre che sull’equità sociale e del lavoro».

A sua volta, in luglio l’Arera (Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente) ha certificato che, proprio a seguito del costo degli Ets, la bolletta elettrica per le famiglie avrebbe registrato un aumento del 20% se il governo di Mario Draghi non fosse intervenuto a calmierarlo con un’iniezione di 1,2 miliardi sugli oneri di sistema. Per questo, l’aumento delle bollette per il terzo trimestre è del 9,9% per la luce e del 15,3% per il gas. Aumenti destinati probabilmente a ripetersi, soprattutto se il governo non potrà disporre in futuro di un’entrata provvidenziale come quella di 1,2 miliardi, registrata grazie al saldo dell’import-export degli Ets, a tutto vantaggio dell’Italia. Un’entrata che potrebbe non ripetersi nei prossimi mesi, a seguito della ripresa post-pandemia delle attività industriali, dei trasporti e degli impianti di riscaldamento. E calmierare anche l’aumento della benzina, in tal caso, sarebbe molto difficile, probabilmente impossibile.

 

Articolo pubblicato su italiaoggi.it

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