Energia

Bp, Shell e Total al ballo delle lobby negli Usa

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Bp

Come cambiano i rapporti delle compagnie Bp, Shell e Total nelle associazioni di settore negli Stati Uniti

L’evoluzione dei giganti petroliferi europei sul cambiamento climatico sta incrinando – ma non ancora rompendo del tutto – le relazioni di lobbying e di advocacy con gli stakholder del settore negli Stati Uniti.

COSA STA FACENDO BP

Solo per fare un esempio, cita Axios, BP ha riferito che sta per abbandonare tre gruppi di lobbying statunitensi proprio le differenze riscontrate sulla politica climatica: American Fuel & Petrochemical Manufacturers (AFPM), Western States Petroleum Association (WSPA) e Western Energy Alliance (WEA).

Si tratta di un passo importante, “perché rappresenta la mossa più audace mai fatta dai colossi del petrolio che stanno rivalutando le loro adesioni ai gruppi” attivi nei settori petroliferi come parte dei loro sforzi “per fare di più sul riscaldamento globale” e “affrontare la pressione degli attivisti”. L’anno scorso anche Shell e Total hanno lasciato l’AFPM.

UN SEGNALE

Un segnale, insomma, rileva Axios, di come le Big Oil stiano sempre più creando un solco con le associazioni di settore. Solco testimoniato da aziende come BP che chiedono sempre di più misure che includano la fissazione del prezzo del carbonio e la regolamentazione delle emissioni di metano.

L’ESAME DI BP SU 30 GRUPPI

La BP, che due settimane fa ha lanciato nuovi impegni per il clima, ha detto di aver esaminato 30 gruppi di lobbying e di advocacy in tutto il mondo per capire quanto fossero in sincronia con le posizioni della compagnia. Tra i temi presi in considerazione rientrano il sostegno all’accordo di Parigi, la scienza del clima, il prezzo del carbonio, i regolamenti e altro ancora. Di questi 30 gruppi 22 gruppi sono risultati allineati alle priorità di Bp. Cinque sono considerati “parzialmente allineati”, mentre il resto non è stato in grado di conciliare il loro punto di vista con i target BP.

PERCHÉ BP HA ROTTO CON AFPM, WSPA E WEA

BP ha riferito di aver rotto con l’AFPM perché “non allineati nelle attività per far progredire i programmi di fissazione del prezzo del carbonio a livello statale in assenza di una politica nazionale statunitense”. Motivi analoghi anche per l’abbandono del WSPA mentre la compagnia sta abbandonando la WEA per l’opposizione del gruppo alle normative federali sul metano.

NON L’AMERICAN PETROLEUM INSTITUTE

Nonostante ciò, tuttavia, nessuna delle major ha abbandonato i gruppi più grandi e potenti come l’American Petroleum Institute (API), la U.S. Chamber of Commerce e la National Association of Manufacturers su cui la stessa Bp ha detto di essere “parzialmente” allineata.

Per quanto riguarda l’API, Bp ha notato che, pur essendo in disaccordo con le normative federali sul metano, ha dovuto prendere atto del lavoro fatto dal gruppo sugli sforzi volontari dell’industria. Mentre per quanto riguarda la U.S. Chamber of Commerce Bp ha riferito che sono solo parzialmente si sente in sintonia sulla scienza del clima e sulla riduzione delle emissioni.

I TEMPI CHE CAMBIANO

Segno dei tempi che cambiano, Axios ricorda che Bp ha speso molto per aiutare a sconfiggere un’iniziativa per la fissazione del prezzo del carbonio nello Stato di Washington nel 2018. Ma, come ha riferito il Seattle Times, il mese scorso ha lanciato una campagna, al contrario, a favore della determinazione dei prezzi.

EQUINOR LA PROSSIMA?

Ma Bp non è solo in questo percorso: come ricorda sempre Axios, la multinazionale norvegese Equinor, dovrebbe annunciare i risultati del suo esame di adesione alle associazione di categoria entro la fine di questo trimestre.

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