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Cop26, tutti gli effetti della mossa di Cina, India e Sudafrica

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Nel testo finale della Cop26, su pressione di Cina e India, è stato sostituito il termine “phase out” (uscita) dal carbone per la produzione energetica con il termine “phase down” (diminuzione). Fatti e approfondimenti

 

I delegati dei circa 200 Paesi presenti alla Cop26 di Glasgow hanno raggiunto un accordo sul clima accettando un compromesso finale: nel testo, su pressione di Cina e India, è stato sostituito il termine “phase out” (uscita) dal carbone per la produzione energetica con il termine “phase down” (diminuzione).

L’intesa lascia appesa a un filo la speranza di contenere il riscaldamento globale a fine secolo a +1,5°C. Per avvicinarsi all’obiettivo tutti i Paesi hanno deciso di tornare al tavolo dei negoziati l’anno prossimo, in una conferenza in Egitto, e riesaminare i propri piani nazionali, con l’obiettivo di aumentare gli impegni per i tagli alle emissioni, ha scritto il Guardian.

il delegato indiano fa scacco matto al termine della sessione  con un emendamento last minute alla plenaria finale: «Chiediamo di utilizzare il termine phase down invece di phase out». “Diminuzione” dell’utilizzo di carbone invece di “rinuncia”.

“L’India, con Cina, Bolivia, Sudafrica e i silenti sauditi come quinte colonne, l’ha spuntata grazie al ricatto finale. Inglesi, americani ed europei ingoiano il rospo”, ha commentato Repubblica: “Certo, la Cop26 ha significato anche molti progressi, firmati da circa 200 Paesi: centinaia di miliardi di dollari promessi ai Paesi poveri contro il climate change; l’intesa strategica Cina-Usa; gli accordi su deforestazione, riduzione gas metano e stop agli investimenti sui combustibili fossili all’estero, in vista della Cop27 di Sharm el Sheik in Egitto”.

Il colosso asiatico è il secondo consumatore al mondo (dopo la Cina) del più inquinante tra i combustibili fossili. Oltre il 70% dell’elettricità indiana è prodotta da centrali a carbone e solo la compagnia mineraria Coal India dà lavoro a 270mila persone.

“Una economia “fossile” difficile da smantellare in tempi brevi e che colloca Nuova Delhi al terzo posto tra i maggiori emettitori mondiali di gas a effetto serra”, ha chiosato Luca Fraioli del quotidiano diretto da Maurizio Molinari.

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Vediamo tutti i dettagli in sintesi e che cosa è emerso dalla Cop26, in una scheda dell’agenzia Agi:

Al termine di due settimane di convulso negoziato, le quasi 200 nazioni presenti a Glasgow hanno siglato l’accordo per combattere il cambiamento climatico, il cosiddetto Patto climatico di Glasgow.

Un accordo di compromesso, fatto di luci ed ombre, e che secondo molti non rappresenta quello che la scienza dice essere necessario per contenere pericolosi aumenti di temperatura.

L’obiettivo del vertice Onu sul clima era tracciare un percorso per mantenere il surriscaldamento climatico del pianeta limitato a 1,5 C, considerato il limite massimo per evitare catastrofi.

Il testo afferma che limitare il riscaldamento globale a 1,5 C richiederà grandi tagli alle emissioni, incluso lo zero netto entro il 2050; e impegna i Paesi a rafforzare i loro obiettivi di riduzione delle emissioni per il 2030 entro la fine del 2022.

Ma gli scienziati calcolano che quando gli impegni formali di tutti i Paesi saranno sommati, il mondo sarà sulla buona strada per raggiungere i 2,4 C di surriscaldamento entro la fine del secolo.

Da notare che l’accordo di Parigi che impone al mondo di ridurre le emissioni di gas serra che provocano il riscaldamento del pianeta non contiene le parole ‘carbone’, ‘petrolio’, gas naturale’ o ‘combustibili fossili’; il che può sembrare strano, visto che il riscaldamento globale è causato in modo predominante dalla combustione degli idrocarburi, ma aiuta a spiegare perché la prima menzione del termine ‘combustibili fossili’, menzione che c’è in questo nuovo accordo, è stata descritta come “storica” e “senza precedenti”.

L’accordo sull’impegno a ridurre il carbone e a porre fine ai sussidi ai combustibili fossili è stato però annacquato all’ultimo minuto, per responsabilità di India, Cina, Sudafrica e Arabia Saudita: il testo infatti impegna i 197 firmatari dell’Accordo di Parigi a “ridurre gradualmente le centrali a carbone senza mitigazione (quelle che non hanno una tecnologia di cattura del CO2 per compensare i gas che immettono nell’atmosfera) e i sussidi ai combustibili fossili inefficienti” (una prima bozza invece invitava le parti ad “accelerare l’eliminazione graduale” del carbone e dei sussidi per i combustibili fossili).

L’accordo inoltre chiede alle nazioni ricche di “almeno raddoppiare” la quantità di denaro che danno a quelli in via di sviluppo per adattarsi ai cambiamenti climatici entro il 2025; e impegna anche i Paesi a dare impulso all’agenda del negoziato su come pagare le perdite e i danni che il cambiamento climatico infligge ai Paesi in via di sviluppo (questi ultimi si sono detti delusi per la mancata creazione di un meccanismo formale per la consegna di fondi alle nazioni colpite dalle violenze del cambiamento climatico).

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Estratto di un articolo di Luca Fraioli del quotidiano Repubblica sui risultati comunque raggiunti dalla Cop26:

Nel documento approvato ieri alla Cop26 dalle quasi 200 delegazioni presenti ci sono altri provvedimenti che, se pur insufficienti, vanno nella direzione giusta. A cominciare dalla finanza, con i famosi 100 miliardi di dollari l’anno per sei anni (dal 2020 al 2025) che i Paesi industrializzati avevano promesso a quelli in via di sviluppo proprio per aiutarli, tra l’altro, nella transizione ecologica. Finora le promesse non sono state mantenute (forse nel 2023 si completerà la prima tranche di 100 miliardi sui 600 complessivi). E però nella notte tra venerdì e sabato sono state date ulteriori garanzie, anche grazie all’intervento dell’Unione europea, ai Paesi africani, a quelli del Sudest asiatico e alle piccole del Pacifico. Un fronte di 120 nazioni arrivato, a Glasgow pronto a dare battaglia per incassare i soldi necessari appunto alla mitigazione (la riduzione delle emissioni) e all’adattamento (la messa in sicurezza preventiva di popolazioni e infrastrutture minacciate dal cambiamento climatico). Dopo due settimane di schermaglie anno accettato l’accordo: le promesse non si sono ancora trasformate in “bonifici” ma sembrano più solide. E a proposito di emissioni, un altro risultato positivo è l’impegno, preso da tutti ma soprattutto dai paesi più ricchi e inquinanti, di rivedere già l’anno prossimo i propri Ndc ( i tagli alle emissioni di CO2 che ogni nazione ha deciso e comunicato all’Onu). Per tenere vivo il sogno degli 1,5 gradi, occorre che agisca subito chi può permettersi di farlo, riducendo le proprie emissioni o aiutando economicamente chi da solo non ce la fa.

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Estratto di un articolo del Corriere della Sera su Cop26:

Cosa significa il compromesso sul carbone?

È stato un colpo di scena finale per alcuni inatteso, ma chi conosce bene i negoziati si aspettava qualcosa di simile. I cinesi fino all’ultimo sembravano quelli da convincere per far approvare il testo ma alla fine hanno lasciato uscire allo scoperto l’India che ha puntato i piedi. Anche se annacquato, però, nel Patto di Glasgow per la prima volta c’è un impegno globale ad «intensificare gli sforzi verso la riduzione (e non più eliminazione come nella bozza, ndr) del carbone senza sistemi di cattura (CO2) e la fine dei sussidi ai combustibili fossili inefficienti».

Qual è il risultato migliore di questa COP?

«È il segnale di accelerazione rispetto ai tagli alle emissioni nel breve periodo: nel 2022 i Paesi devono tornare al tavolo con piani per il 2030 più ambiziosi — spiega l’analista italiano Luca Bergamaschi, cofondatore della think tank ECCO —. Il Patto è un buon testo di compromesso, un consenso di questa portata non era scontato». Concorda anche la direttrice di Oxfam International, Gabriela Bucher: «Il lavoro inizia ora. I grandi emettitori, in particolare i Paesi ricchi, devono ascoltare la chiamata e allineare i loro obiettivi per darci le migliori possibilità di mantenere 1,5° a portata di mano. Nonostante anni di colloqui, le emissioni continuano ad aumentare».

3E il risultato peggiore?

«La COP26 ha mostrato un nuovo livello di riconoscimento politico della necessità di un maggiore sostegno ai Paesi vulnerabili per affrontare gli impatti climatici devastanti. Ma ha lasciato il compito chiave di mettere i soldi sul tavolo alla prossima COP in Egitto — spiega Alex Scott, analista della think tank europea E3G —. Ci sono stati alcuni progressi con la decisione sul raddoppio dei finanziamenti per l’adattamento entro il 2025 e il finanziamento di una rete per aiutare i Paesi a elaborare piani per affrontare perdite e danni. Ma i Paesi sviluppati non hanno accettato di proporre uno strumento di finanziamento per affrontare adeguatamente perdite e danni devastanti».

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