Energia

Chi rema contro Eni e l’oil&gas italiano?

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Una grande Eni per una grande Italia: il concetto che ho utilizzato per il mio intervento all’assemblea di bilancio del Cane a sei zampe del 14 maggio mi pare riassuma in maniera efficace cosa è e, soprattutto, quale ruolo deve interpretare la più importante partecipata dello Stato per essere, come è il suo destino, una delle forze positive del Sistema Italia.

Del resto i dati di bilancio del 2018, che sono stati presentati all’assemblea sono inequivocabili: l’azienda gode di buona salute, con un utile netto di 4.126 milioni di euro e un impegno a investire in ricerca e sviluppo pari a 900 milioni di euro nel quadriennio 2019-2022.

Partendo da qui mi pare ci sia terreno per una breve analisi su quali dovrebbero essere gli impegni che le spettano. E per farlo parto proprio dal mio breve intervento di fronte alla platea dei soci Eni e del suo consiglio d’amministrazione.

Eni dovrà muoversi in un panorama italiano che sta scontando le difficoltà provocate dal decreto semplificazione: in sostanza il blocco della ricerca e produzione di gas naturale. Mi sono agganciato a questo elemento di difficoltà per portare all’attenzione dell’assemblea di Eni due temi strettamente collegati alla crisi del settore in Italia e che avrebbero come conseguenza a un depauperamento sia economico sia culturale.

Il primo è quello di perdere la palestra di formazione della classe dirigente e dei tecnici dell’oil&gas italiano. Ho ricordato che nel passato la classe dirigente di Eni cresceva, faceva esperienza, si formava nelle strutture produttive e industriali italiane, che erano, anzi sono un’eccellenza assoluta nel mondo. Una realtà che lo stesso amministratore delegato Claudio Descalzi conosce bene, essendo stato il direttore del distretto di Ravenna.

Stiamo parlando di una classe dirigente e di tecnici che grazie all’esperienza fatta nelle strutture produttive e industriali italiane, sono diventati un’eccellenza assoluta nel mondo, ma ancora di più: questa palestra, facendo crescere la grande impresa ha permesso la nascita e lo sviluppo di un indotto di piccole e medie imprese altamente qualificato. Questo è il timore che ho condiviso con gli azionisti di Eni: che l’eventuale chiusura delle attività in Italia rischi di spingere tecnici, progettisti, dirigenti di Eni e dell’indotto a formarsi solo all’estero, dove ci sono realtà industriali operative.

Il secondo elemento che ho portato all’attenzione dell’assemblea è legato ad un evento che si svolge nel territorio che rappresento nel consiglio regionale dell’Emilia-Romagna: l’Offshore Mediterranean Conference. Ho spiegato l’importanza dell’OMC che ogni due anni si tiene a Ravenna perché proprio a Ravenna c’è uno dei più importanti distretti oli& gas italiani perché c’è Eni e dove è nata la cultura europea dell’offshore del gas. Gli incontri, i convegni e i dibattiti che vengono ospitati all’Omc sono un elemento fondamentale per capire cosa succede nel settore, sopratutto per il suo sviluppo tecnologico e cosa succederà in futuro a livello mondiale. Ed Eni è un protagonista di primo piano su tutti questi livelli: ritengo che debba continuare questo impegno perché senza Eni non esiste nemmeno l’OMC.

Nelle conclusioni ho sottolineato come questo scenario di depauperamento economico e culturale abbia bisogno di un impegno di tutti gli attori in gioco.

Un impegno per dare continuità alle estrazioni in Adriatico, anzi auspicando che ci siano le condizioni per svilupparle, soprattutto per consolidare il ruolo di ‘scuola sul campo’ per la classe dirigente del futuro e continuare a produrre ricchezza per i territori. Un invito che ho rivolto ovviamente al principale azionista di Eni, che è lo Stato Italiano. Ciò permetterebbe di mantenere anche il prestigio dell’Omc, gran parte del quale si basa proprio sulla presenza di Eni sul territorio.

La performance di Eni che è stata disegnata dai dati di bilancio, è una buona notizia perché conferma che esiste un’Italia di cui si parla poco ma che ogni giorno lavora producendo ricchezza sui territori e costruendo prestigio nel mondo.

E occorre insistere perché nelle strategie future tracciate dalla dal Cane a sei zampe l’indotto italiano deve potere continuare a seguire tale crescita.

Se saremo in grado di difendere questo patrimonio di lavoro e intelligenza, oltre a una Grande Eni avremo anche una Grande Italia.

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