Energia

Basta Trivelle? L’Italia sarà costretta a importare più energia

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L’analisi degli economisti Marzio Galeotti e Alessandro Lanza tratta dal sito Lavoce.info

Il programma del governo M5s-Pd rilancia lo stop a nuove concessioni di trivellazione per l’estrazione di idrocarburi. Ma senza politiche per migliorare l’efficienza energetica, tutto ciò potrebbe tradursi in un semplice incremento delle importazioni.

TORNA DI MODA IL BLOCCO DELLE TRIVELLE

Sulla base degli indirizzi condivisi da Movimento 5 stelle, Partito democratico e Liberi e uguali, il nuovo governo giallorosso ha presentato un programma in 29 punti che costituiranno il quadro generale della sua azione. Il tema dell’ambiente, e in particolare quello del cambiamento climatico, è presente e sparso per tutto il testo.

Tra i punti del programma che riguardano la materia, ritorna – e succede ciclicamente – l’annosa questione della ricerca e produzione di idrocarburi. In altre parole, il dibattito sulle “trivelle”, sintesi giornalistica di non particolare efficacia.

Il punto 9 dell’accordo recita: “Bisogna introdurre una normativa che non consenta, per il futuro, il rilascio di nuove concessioni di trivellazione per estrazione di idrocarburi. In proposito, il governo si impegna a promuovere accordi internazionali che vincolino anche i paesi che si affacciano sul Mediterraneo a evitare quanto più possibile concessioni per trivellazione”. Alla Camera poi, in sede di dibattito sulla fiducia, il presidente del Consiglio è stato meno sfumato: “Siamo determinati a introdurre una normativa che non consenta più il rilascio di nuove concessioni di trivellazione per l’estrazione di idrocarburi”.

Il tema delle “trivelle” era presente fra quelli proposti dal M5s per le elezioni politiche (“È necessario ripristinare il divieto, nelle zone di mare poste entro dodici miglia dalle linee di costa lungo l’intero perimetro costiero nazionale e dal perimetro esterno delle aree marine e costiere protette, anche per i processi autorizzativi in corso, le prospezioni e le perforazioni”), non c’è n’era traccia nell’accordo Lega-M5s, ed è riapparso nei programmi del nuovo governo a indicare una sensibilità del M5s che era stata sopita nel rapporto con il precedente alleato.

La proposta del governo – rispetto al programma elettorale del M5s – presenta un importante elemento di novità: fa riferimento al rilascio di nuove concessioni, limitando in questo modo, e non di poco, il problema.

LA GEOGRAFIA DELLE CONCESSIONI

Abbiamo già avuto modo di commentare questioni analoghe in passato. Partiamo dalla definizione di “nuove concessioni”. La normativa vigente prevede tre tipologie di permessi (più propriamente detti titoli minerari): di prospezione, di ricerca, di coltivazione. Un po’ grossolanamente, possiamo dire che in genere sono permessi che vengono rilasciati nel tempo secondo un certo ordine.

Secondo i dati Unimg (Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse del ministero dello Sviluppo economico), al 31 gennaio 2019 risultavano vigenti sul territorio italiano 73 permessi di ricerca (di cui 47 in terraferma e 26 in mare) e 182 concessioni di coltivazione (di cui 116 in terraferma e 66 in mare). Sempre in quella data, erano operativi in Italia 760 pozzi produttivi attivi, di cui 436 a terra e 324 a mare. Il primato per gli impianti a terra spetta all’Emilia Romagna con 192 pozzi, seguita dalla Sicilia con 101. Quello per le infrastrutture a mare è invece del mare Adriatico che tra Alto, Medio e Basso (Zona A, B e D) raccoglie oltre il 90 per cento dei pozzi in attività. Le installazioni propriamente dette (le piattaforme) sono 138 poiché a ciascuna possono corrispondere più pozzi.

In realtà, in attesa del “Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee allo svolgimento delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi” (che dovrà essere adottato entro agosto 2020), con la legge 11 febbraio 2019 (il cosiddetto decreto semplificazioni) – per 18 mesi a partire da quella data – sono stati sospesi i permessi, inclusi quelli già concessi, sia per aree in terraferma che in mare, con conseguente interruzione delle relative attività. La sospensione tuttavia non riguarda le istanze di concessione di coltivazione già presentate né le attività di coltivazione in essere.

Il governo ha dunque tutto il tempo per riflettere sul futuro dell’industria degli idrocarburi in Italia e adottare le decisioni conseguenti. Dovrebbe essere chiaro che la questione ha poco a che vedere con il consumo degli idrocarburi nel nostro paese e le emissioni da essi generate. Il tema della composizione della domanda domestica di idrocarburi tra produzione domestica e importazioni rimane tutto sul tavolo.

LA FATTURA ENERGETICA DELL’ITALIA

Abbiamo bisogno di nuove concessioni? L’Italia dispone di scarse risorse fossili. Il deficit rispetto ai consumi è particolarmente acuto per il petrolio: il nostro paese importa oltre il 90 per cento del greggio che consuma, quota in leggera diminuzione visto che nel 1990 il valore era pari al 95 per cento.

Dunque, nonostante il gran vociare di trivelle, la produzione nazionale di petrolio ha conosciuto un incremento assai modesto, passando da 4,7 Mton nel 1990 a 5,1 Mton nel 2018. Assai peggio è andata per il gas naturale, passato da 17,3 miliardi di metri cubi nel 1990 a 5,4 nel 2018 (figura 1).

L’assenza di produzione interna pesa sulla fattura energetica complessiva, che nel 2018 è stimata intorno ai 40 miliardi di euro, di cui circa metà attribuibile al petrolio importato. Per il quale, in passato, il costo (a prezzi constanti 2018) è stato anche più salato, raggiungendo il picco di 36,7 miliardi di euro nel 2011, a riprova che il prezzo del barile contribuisce in modo determinante alla fattura complessiva.

Allo stesso tempo, da dieci anni i consumi finali stagnano. Il petrolio subisce la concorrenza del gas naturale nel settore civile e quella della motorizzazione ibrida o elettrica. La quota di mercato del gas naturale si riduce invece a causa dell’incremento delle rinnovabili nel settore elettrico.

L’incentivo ad aumentare la produzione interna esiste, dunque, solo in una logica di sostituzione rispetto alle importazioni. Se il governo, al contrario, decidesse non solo di non favorire nuova produzione interna, ma addirittura di chiudere i pozzi, il risultato – in assenza di politiche diverse e più efficaci sul lato dell’efficienza energetica – potrebbe tradursi semplicemente in un incremento delle importazioni e quindi della nostra fattura energetica.

Di questo bisogna essere consapevoli. Ed è possibile che il nuovo governo debba anche rimettere mano alla Strategia energetica nazionale. In tal caso si tratterebbe di una buona occasione per una riflessione complessiva e inclusiva dei molti problemi sul tappeto.

 

(Estratto di un articolo pubblicato su Lavoce.info, qui la versione completa)

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