Mobilità elettrica

Perché l’Italia deve accelerare sulle auto elettriche

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L’intervento del segretario generale di Motus-e, Dino Marcozzi

Quindici Paesi nel mondo producono più di un milione di auto all’anno. Si va dai 25 milioni della Cina al milione della Slovacchia. L’Italia non è presente nella classifica: nel nostro Paese, infatti, si assemblano solo 740.000 auto (dati Anfia, 2017), cioè otto volte meno della Germania, tre volte meno della Spagna, metà del Regno Unito, della Francia, della Repubblica Ceca.
A fronte di questi dati sconsolanti, l’Italia resta pur sempre il secondo produttore europeo di componentistica per auto. Non troviamo, tuttavia, alcuna azienda italiana tra le prime quindici, mostrando ancora una volta che la forza del comparto è nelle piccole e medie imprese, che riescono a crescere grazie a flessibilità e creatività nello sfruttamento della supply chain.

In questo quadro, mentre tutta l’industria mondiale dell’auto si lancia in massicci investimenti nella trazione elettrica (è molto recente la notizia sull’investimento da 80 miliardi di euro del Gruppo Volkswagen), stringendo alleanze, aprendo stabilimenti presso il “nemico” cinese, o puntando sul packaging delle batterie anche nel cuore dell’Europa, noi ci rintaniamo nella zona di comfort del “follower”, quello che aspetta e segue l’onda, accontentandosi delle briciole.
La parola d’ordine, insomma, è “cedere con fermezza” di fronte all’ineluttabile transizione, lamentandosi continuamente dei tempi necessari e paventando rischi occupazionali.
Se la risposta che viene data sui motivi del ritardo dell’industria italiana risiede solo sull’assenza di un mercato reale e sul rischio di invenduto, allora forse è proprio la visione industriale a mancare.

Eppure ci sarebbe tanto da fare, e senza tanti stravolgimenti industriali: l’elettrico è semplice dal punto di vista tecnologico e meno “capital intensive” del fossile.
Pensiamo, ad esempio, al trasporto merci locale, il cosiddetto “ultimo miglio”. Le limitazioni al traffico inquinante faranno sviluppare sempre più questo comparto: non è così complicato creare powertrain e packaging di batterie per un furgone, o addirittura fare il retrofit delle “stufe a quattroruote” parcheggiate nei nostri centri storici.
Se poi esploriamo il settore del Trasporto Pubblico Locale (Tpl) scopriamo che siamo riusciti, grazie ad una conflittualità sconsiderata e a gare pubbliche insensate, a cedere il campo a bus elettrici cinesi e polacchi.

Ci si continua a lamentare per un bonus alle elettriche che è un semplice e positivo segnale di attenzione della politica verso la sostenibilità e per un malus che chissà quali danni produrrebbe in questo quadro appena tratteggiato. È vero, il programma dei malus è, usando un eufemismo, perfettibile, applicandosi a nuove immatricolazioni e non al circolante, non contribuendo pertanto rinnovo del più vecchio parco mezzi d’Europa. Ricordiamo inoltre che il problema più grave per le nostre città è l’inquinamento locale di particolato (Nox, ozono etc.), altro che accademie sui grammi al km della CO2 e come stare dentro i limiti del malus!

È ora di cambiare visione.
Il tessuto industriale italiano ha competenze, in qualche caso vere e proprie eccellenze e, soprattutto l’atteggiamento flessibile e pronto ai cambiamenti tipico delle piccole e media imprese.
Il Governo guardi un po’ più in là delle prossime elezioni europee e cominci a traguardare obiettivi di crescita sostenibile, aiutando la rinascita di una filiera tecnologica e moderna.

Si cominci a smettere di pensare da “follower” e si inizi a pensare da “driver” per guidarlo, questo cambiamento.

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