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Vi svelo lo zampino rigorista nelle conclusioni dell’Eurogruppo

Quello che lascia davvero perplessi delle conclusioni dell’Eurogruppo è l’enfasi sulla necessità di una politica di bilancio restrittiva, sia nel 2024 che oltre. Il commento di Giuseppe Liturri

Dopo le intense consultazioni delle ultime settimane e mesi, ci siamo quasi. Non è stato possibile giungere ad un accordo su tutte le consultazioni politiche, giuridiche e tecniche, ma speriamo di ultimare il lavoro nei prossimi giorni e settimane, in modo da poter trovare un accordo politico entro fine anno”.

Con queste parole il ministro spagnolo dell’economia Nadia Calviño ha riassunto i lavori del Consiglio Ecofin, conclusosi venerdì a Bruxelles, sotto la presidenza di turno del suo Paese.

L’unica decisione presa è stata quella dell’approvazione dei Recovery Plan revisionati da parte di tredici Paesi (tra cui l’Italia), per i quali la Commissione aveva già dato una preliminare valutazione positiva. Diventa così pienamente efficace il nuovo PNRR da 194,4 miliardi, con la quota di sovvenzioni salita a 71,8 miliardi (+2,9) e quella di prestiti rimasta inalterata a 122,6 miliardi.

Sono invece rimaste sul tavolo le tre proposte legislative (due regolamenti ed una direttiva) su cui il lavoro continuerà nei prossimi giorni, fino a giungere ad un Ecofin straordinario da tenersi tra il 18 e il 21 dicembre. Quello che sembrava un accordo ormai vicino, su cui la presidenza spagnola manifestava ottimismo da qualche mese, appare ancora lontano. Soprattutto se si considera il fatto che almeno un regolamento è soggetto ad approvazione all’unanimità e quindi non contano le alleanze. Ognuno tutela i propri interessi e oggi, nella prima fila del fuoco non ci siamo noi ma la Francia.

Che proprio ieri è stata messa nel gruppo dei “cattivi” nelle conclusioni dell’Eurogruppo. Infatti, nelle conclusioni sulle bozze delle rispettive leggi di bilancio del 2024 già oggetto delle valutazioni della Commissione qualche giorno fa, l’Eurogruppo separa gli Stati membri in tre gruppi. Quelli i cui bilanci sono in linea con le raccomandazioni della Commissione (Cipro, Estonia, Grecia, Spagna, Irlanda, Lituania e Slovenia); quelli che sono sostanzialmente in linea (Austria, Germania, Italia, Lussemburgo, Lettonia, Malta, Olanda, Portogallo e Slovacchia); quelli che invece sono a rischio di non conformità (Belgio, Finlandia, Francia e Croazia). Questi ultimi sono stati “invitati” dall’Eurogruppo ad allinearsi “tempestivamente” alle raccomandazioni della Commissione.

Quello che lascia davvero perplessi delle conclusioni dell’Eurogruppo è l’enfasi sulla necessità di una politica di bilancio restrittiva, sia nel 2024 che oltre.

Lascia perplessi perché l’economia dell’eurozona è ancora, e lo sarà a lungo, sotto l’effetto restrittivo dello shock del rialzo dei tassi di interessi in una misura con pochi precedenti storici (450 punti in 12 mesi). Tale effetto restrittivo ha appena cominciato a farsi sentire sui redditi dei cittadini e sull’attività delle imprese e presto vedremo crescere le sofferenze bancarie. Allo stesso tempo, l’inflazione risente prepotentemente in fase discendente della corrispondente dinamica dei prezzi energetici, e la Bce si gode lo spettacolo di una discesa a cui ha contribuito poco o nulla.

Aggiungere a tali effetti quelli, altrettanto restrittivi, della politica di bilancio, appare davvero una punizione autoinflitta, a cui peraltro l’Eurozona è abbastanza abituata.

Tali effetti restrittivi potrebbero essere ancora più evidenti, qualora da i limiti del riformando Patto di Stabilità non si riuscissero a escludere almeno gli investimenti del PNRR. Infatti se la riduzione di deficit e debito dovesse riguardare tutte le spese dello Stato – all’interno delle quali ci sono le rilevanti spese del PNRR – a comprimersi saranno giocoforza tutte le altre voci di spesa. Perché è il totale che conta. E non vogliamo immaginare gli effetti su sanità, pensioni, dipendenti pubblici e consumi della PA.

Insomma, ancora una volta stiamo inseguendo prescrizioni di politica economica gravemente recessive. Con l’aggravante che ne abbiamo già provato gli effetti dal 2011 al 2019 ma, evidentemente, non è bastato.

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