Economia

Vi svelo le ultime boiate a 5 stelle su pensioni d’oro, d’argento e di bronzo. Il commento di Cazzola

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Che cosa sta escogitando il governo M5S-Lega sulle pensioni? L’analisi dell’editorialista Giuliano Cazzola

 

Il Senato (per fortuna non è stato abolito!) dovrà grattarsi anche la rogna delle pensioni d’oro. Il governo – nella sottospecie ‘’grillina’’ – non rinuncia a gettare in pasto alla plebe, che lo ha votato, la testa di quanti hanno il torto di aver maturato una pensione equipollente, nella sostanza, al reddito acquisito, con il lavoro, nell’ultima parte della loro vita attiva in conformità a quanto prevedevano le leggi vigenti.

Sono dunque annunciati dei tagli, sulla legittimità dei quali eviterò di soffermarmi per diversi motivi:

  1. perché non ha senso dissertare su norme che ancora non esistono;
  2.  perché le soluzioni che si profilano sono diverse nelle conseguenze e per le platee interessate;
  3. perché si tratta di misure che saranno assunte comunque, a prescindere da qualsiasi valutazione preliminare di carattere normativo.

Mi basterebbe capire soltanto quali obiettivi intendono realizzare ‘’questi qui’’. Si accontentano di umiliare le élite, additandole al ludibrio pubblico come parassiti, scrocconi, sanguisughe e via discorrendo? Oppure gradirebbero anche realizzare un ‘’tesoretto’’ che consenta di migliorare i trattamenti più bassi nella prospettiva di una ‘’pensione di cittadinanza’’?

Ovviamente senza porsi per niente la domanda sui motivi che hanno determinato un gran numero di queste prestazioni monetarie. Guai a banalizzare una questione seria come quella di tanti pensionati percettori di assegni modesti: ma quale pensione può ricevere, da anziano, una persona che ha accuratamente e continuativamente evaso il fisco (e quindi anche i versamenti contributivi)? O un’altra che per sua scelta o per disavventura ha lavorato pochi anni percependo redditi bassi? Il sistema pensionistico non è un ‘’raddrizzatore di torti’’, ma la proiezione di una condizione economica consolidata durante la vita attiva.

Certo sono indispensabili istituti di carattere solidaristico per assicurare a chiunque i mezzi necessari a condurre una vita decente. Ma sta passando nell’opinione pubblica un sovraccarico di invidia sociale che conduce ad un egualitarismo punitivo in particolare in materia di pensioni (non così ad esempio in tema di retribuzioni). Basti pensare che nessuno, da lavoratore, si interesserebbe dello stipendio del proprio vicino di casa; mentre da pensionato, maturerebbe un odio profondo nei suoi confronti se scoprisse che percepisce mille euro al mese in più di lui.

Ma chiudiamo pure questa parentesi di meschinità per tornare al tema: quale sarà il destino delle pensioni d’oro? In una recente trasmissione televisiva il sottosegretario Durigon, il rappresentante della Lega al Lavoro, ha ammesso che il ddl D’Uva-Molinari (il progetto che legava, anche in modo retroattivo, il taglio delle pensioni di 4,5mila euro mensili netti all’età effettiva della decorrenza senza tenere in considerazione la storia contributiva del soggetto) non sarà la soluzione finale ed ha ricordato quanto è scritto in proposito nel contratto di governo (la nuova Costituzione materiale del Paese): “Per una maggiore equità sociale riteniamo altresì necessario un intervento finalizzato al taglio delle c.d. pensioni d’oro (superiori ai 5.000,00 euro netti mensili) non giustificate dai contributi versati”.

Intendeva forse tranquillizzare i ‘’riccastri’’ spaventati dalle minacce di Giggino Di Maio, il quale si era fatto poco prima riconoscere, nei consueti panni di un Savonarola da strapazzo, minacciando tagli fino al 40% delle quote di origine retributiva? Di rincalzo è sceso in campo anche il Capitano il quale ha scolpito nel bronzo la seguente dichiarazione: ‘’ Pensioni d’oro? Per evitare ricorsi e controricorsi, si può bloccare l’adeguamento annuale delle pensioni extra-ricche, sopra i 5mila euro, e non coperte da contributi’’.

Una prova di buon senso, non c’è dubbio. Ma anche in questo caso tra il ‘’dire’’ e il ‘’fare’’ ci sono di mezzo due questioni che evidentemente Salvini non conosce (‘’il suo cervel, Dio lo riposi, in tutt’altre faccende affaccendato, per queste cose è morto e sotterrato’’). Già la normativa vigente in materia di perequazione al costo della vita ha abolito la rivalutazione per i trattamenti oltre sei volte il minimo (un ammontare di circa 3 mila euro mensili lordi). Vediamo la scheda:

Scheda
Per il 2016:
. 100% dell’Istat fino a 3 volte il minimo Inps;
• 20% oltre 3 e fino a 4 volte il minimo;
• 10% oltre 4 e fino a 5 volte il minimo;
• 5% oltre 5 e fino a 6 volte il minimo;
• nessuna rivalutazione oltre sei volte il minimo.

Dal 2017 avrebbe dovuto essere ripristinata l’indicizzazione precedentemente in vigore, ossia indicizzazione al 100% del costo vita sulla quota di pensione fino a 3 volte il trattamento minimo; 90% sulla quota di pensione compresa tra 3 e 5 volte il tratta-mento minimo; 75% sulla quota di pensione superiore a 5 volte il trattamento minimo. Ma la legge di stabilità 2016 ha prorogato il regime provvisorio in vigore nel 2015 a tutto il 2018.

Quindi al governo – se intende seguire le indicazioni di Salvini – basterebbe rendere strutturale questo regime. L’asino casca quando si va attorno ai contributi versati. Perché – anche se Di Maio non riesce a capirlo – più è elevata la pensione liquidata secondo il metodo retributivo più la stessa è corrispondente ai contributi versati. Sono, infatti, i trattamenti medio bassi ad essere premiati dal calcolo retributivo. La ragione è semplice. Basta solo ricordarla. Più è alto è il reddito nel retributivo, più si abbassano i rendimenti a fini pensionistico (che decrescono, per fasce crescenti di retribuzione dal 2% allo 0,90%). La tabella svela l’arcano.

Rimane un solo modo per fare cassa, se è questa l’intenzione del governo: quello del contributo di solidarietà indicato da Alberto Brambilla, insieme con Antonietta Mundo e Gianni Geroldi, nelle pubblicazioni di Itinerari previdenziali. ‘’Si potrebbe pensare –scrivono – di sottoporre tutte le pensioni da 2.000 € lordi (ma questa è una decisione eminentemente politica) a un contributo di solidarietà (omissis) che cresce progressivamente fino al 12%-15% per le pensioni più elevate; il contributo è calcolato sulla base dei singoli scaglioni di pensione (non sull’importo totale)’’.

Un’operazione siffatta – secondi i proponenti – potrebbe recuperare più di un miliardo di entrate da destinare ad interventi a favore dell’occupazione giovanile e della disabilità: obiettivi questi molto più utili e sensati che non l’introduzione di una pensione di cittadinanza. Anche perché un contributo di solidarietà, per sua natura temporaneo, non sarebbe in grado di finanziare stabilmente una misura di carattere strutturale come quella scritta nel contratto “del nostro scontento’’.

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