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De Benedetti

Vi svelo le amnesie di De Benedetti su Repubblica

Ecco come sul Fatto Quotidiano Giovanni Valentini, l'ex direttore del settore l'Espresso, ha stroncato le tesi di Carlo De Benedetti su Repubblica e non solo.

 

Più che un j’accuse, è una chiamata in correità quella lanciata da Carlo De Benedetti in un’intervista al Foglio contro John Elkann, imputandogli di aver “distrutto Repubblica”. Alla veneranda età di 89 anni, può anche darsi che l’Ingegnere abbia qualche vuoto di memoria. Ma in realtà, se oggi il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari attraversa una crisi d’identità e diffusione, la colpa è innanzitutto sua.

Fu proprio De Benedetti, da presidente del Gruppo L’Espresso, a promuovere la maxifusione da cui è scaturito l’ircocervo “Stampubblica”: cioè, l’infausto connubio con Itedi (Fiat) che già controllava La Stampa di Torino e Il Secolo XIX di Genova. È stato ancora lui a nominare direttore Mario Calabresi, senza neppure interpellare o consultare il fondatore Scalfari. E, per finire, ha regalato ai figli il pacchetto azionario dell’ex Gruppo Caracciolo che poi l’hanno ceduto appunto a Elkann. A quell’epoca l’Ingegnere li scomunicò, definendoli pubblicamente “incapaci e incompetenti”. Come se non li conoscesse e non li avesse insediati lui stesso. Ora si attorciglia in una delle sue sfrontate contraddizioni per dire che era contrario a quella vendita, ma “loro hanno fatto la cosa giusta liberandosi di un gruppo che li obbligava a schierarsi”. Come se non sapesse prima quale fosse il loro orientamento.

Nell’intervista al Foglio, De Benedetti stranamente non cita L’Espresso fra i cespiti venduti. Se non si tratta di un altro vuoto di memoria, è un lapsus che rivela la sua cattiva coscienza: il settimanale che dalla metà degli anni Cinquanta del secolo scorso ha segnato la storia nazionale, e da cui prese nome tutto il gruppo editoriale, non stese il tappeto rosso ai suoi piedi quando lui l’acquistò. “Venduti e comprati restiamo noi stessi”, scrissi in un editoriale. E Giorgio Bocca, nella sua rubrica “L’Antitaliano”, spiegò: “Eravamo quelli, o i nipoti di quelli, che ‘andavamo a passeggio a via Veneto’, per usare il titolo scalfariano, per dire i creatori e i continuatori di un giornalismo fatto da giornalisti, mirato alle avanguardie politiche e civili del Paese. Da qui un vantaggio rispetto ad altri giornali, ad altri giornalisti, da qui anche l’anomalia che alla lunga è diventata debolezza”. A quella gloriosa testata è toccata la sorte peggiore, cambiando tre volte proprietà in meno di due anni.

(Estratto di un articolo pubblicato sul Fatto quotidiano; qui l’articolo integrale)

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