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Vi spiego perché i parlamentari non avevano diritto al bonus di 600 euro

Quota 100

Il bonus da 600 euro per le partite Iva non era dovuto ai parlamentari e, in generale, ai consiglieri regionali. Ecco perché? L’analisi di Giuliano Cazzola

 

E’ talmente gratificante farne una questione di malcostume politico che nessuno si premura di considerare se veramente le norme consentissero, ai parlamentari e agli altri (2mila?) “politici’”, coinvolti nell’affaire 600 euro, di presentare la domanda ed incassare l’una tantum, nel marzo scorso. Anzi, il caso viene presentato sui media come legittimo, ma profondamente immorale, senza porsi il problema del perché in uno stato di diritto il principio della legalità dovrebbe essere in contrasto con i valori dell’etica.

L’aspetto più singolare è la discriminante del reddito. Per alcuni si dovrebbe chiudere un occhio nel caso di consiglieri comunali che percepiscono solo striminziti gettoni di presenza, mentre il più netto ‘’crucifige’’ dovrebbe essere riservato ai parlamentari (due sono stati sospesi dalla Lega) e ai consiglieri regionali che percepiscono una vera e propria indennità ragguardevole (in questi casi i media denunciano – per fare più colpo, l’importo dei redditi al lordo, mentre quando parlano di pensioni o di stipendi si accontentano delle cifre al netto). Nessuno si è posto quello che, a mio avviso, è il nocciolo della questione.

Questo bonus era dovuto o no? Presentare la domanda da parte di un parlamentare (ed intascare il bonus) è stato un atto immorale oppure un tentativo di eludere la legge? Ovviamente una corresponsione, non conforme alla legge, chiama in causa la responsabilità dell’ente erogatore e magari anche la corretta interpretazione delle norme. In sostanza, cercherò di dimostrare che esiste, innanzitutto, una questione di carattere giuridico, la sola che conta in uno stato di diritto: la prestazione non era dovuta ai parlamentari e, in generale, ai consiglieri regionali  mentre per i politici ‘’minori’’ occorre valutare la loro specifica posizione professionale e previdenziale (non quanto percepiscono dalla istituzione di cui fanno parte). Vediamo perché.

Gli articoli da 27 a 31 e 38 (Indennità per alcune categorie di lavoratori) del decreto Cura Italia – si veda anche il Dossier predisposto dai Servizi studi delle Camere – riconoscono in favore di alcune categorie di lavoratori un’indennità per il mese di marzo 2020, pari a 600 euro.

Il beneficio può riguardare, a determinate condizioni: i liberi professionisti (titolari di partita IVA) iscritti alla cosiddetta Gestione separata INPS ed i titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa iscritti alla medesima Gestione; i lavoratori autonomi iscritti alle gestioni speciali dell’INPS (relative agli artigiani, agli esercenti attività commerciali ed ai coltivatori diretti, mezzadri, coloni e imprenditori agricoli professionali); i lavoratori dipendenti stagionali del settore turismo e degli stabilimenti termali; gli operai agricoli a tempo determinato; i lavoratori dello spettacolo.

Il successivo articolo 96 prevede il riconoscimento dell’indennità di 600 euro, sempre per il mese di marzo 2020, in favore di titolari di rapporti di collaborazione presso federazioni sportive nazionali, enti di promozione sportiva, società e associazioni sportive dilettantistiche.

In tutti questi casi è prevista la medesima ‘’condizionalità’’: l’una tantum è dovuta qualora i soggetti interessati non siano titolari di pensione e non siano iscritti ad altre forme previdenziali obbligatorie, diverse dalla Gestione separata presso l’Inps. Sappiamo, in proposito, che per i parlamentari è obbligatoria l’iscrizione ad un regime specifico che, con le recenti modifiche, ha assunto un profilo pensionistico più deciso e pertanto sembrerebbe evidente l’esclusione dal beneficio.

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