Economia

Vi racconto l’ìntossicazione informativa su Iva e clausole di salvaguardia

di

Numeri e dibattito sulle clausole di salvaguardia con l’aumento dell’Iva analizzati e commentati da Mario Seminerio, curatore del blog Phastidio.net

Partiamo da un punto fermo: qui ed ora, cioè a legislazione vigente, l’aumento Iva scatterà il prossimo primo gennaio. Spetterà al governo agire per evitarlo, in tutto o in parte. Il Def presentato nei giorni scorsi non poteva che essere costruito su questo dato di fatto. Premesso questo, passiamo al dibattito pubblico sul tema, che pare confermare che in campo sono rimaste due ipotesi: la prima, che si vada verso quell’aumento e ora bisogna solo cercare di trovare le parole per dirlo; la seconda, che un parassita stia divorando il cervello degli italiani, colpendo preferibilmente politici e giornalisti.

Perché dico questo? Perché da giorni è in corso una commedia degli equivoci piuttosto stucchevole, con i giornali impegnati a ispessire la cortina fumogena prodotta dalla politica, per creare confusione tra i sudditi e poterli alleggerire meglio, nel gioco delle tre carte.

Tutto o quasi è cominciato ricordando all’orbe terracqueo che Giovanni Tria era (è) favorevole allo scambio Iva contro Irpef. Ormai da giorni lo ripetono tutti, ossessivamente: anche prestigiosi anchor come Lucia Annunziata; che, pur non sapendo di che diavolo si stia parlando, si è messa a fare l’eco, ché male non fa. Solo che questa posizione nulla c’entra con la situazione attuale, perché oggi parliamo dell’ipotesi di aumentare l’Iva per ridurre il deficit di bilancio, e non di altro.

In altri termini, non c’è in ballo alcuno scambio tra imposte, ma solo un aumento della pressione fiscale complessiva. Se solo questo punto fosse compreso anche dal giornalista collettivo saremmo a cavallo, anziché nella sala d’attesa di un pronto soccorso psichiatrico.

La variazione sul tema è che si, l’Iva potrebbe aumentare, ma solo “selettivamente”, e comunque i leggendari generi di prima necessità sarebbero aiutati a trovare collocazione di aliquota vantaggiosa. Peccato che, seguendo questa linea di pensiero, che già rottama ogni ipotesi di scambio tra imposte, i numeri semplicemente non quadrino.

Prendete il pezzo sul Sole, a firma dell’esperto Dino Pesole. Dove si parla di “aumento selettivo e ponderato” e “contestuale rimodulazione di alcuni beni da un’aliquota all’altra”. Dopo di che, Pesole ribadisce che

Il ministro Tria, in linea peraltro con le raccomandazioni che da anni l’esecutivo comunitario rivolge al nostro paese, è favorevole all’ipotesi di trasferire gradualmente il prelievo dai fattori di produzione verso settori meno penalizzanti per la crescita. È quella che i tecnici definiscono una “svalutazione interna”, che si traduce in un aumento dell’Iva sui beni importati, sui beni di consumo, favorendo in tal modo le esportazioni e dunque le imprese.

Peccato che questa ormai ossessiva considerazione c’entri assolutamente nulla con la situazione attuale italiana, perché noi dobbiamo chiudere buchi di bilancio, non rimodulare il gettito tra imposte differenti. Del resto, è lo stesso Pesole che, poco prima di questa frase di rito, precisa che il gettito di tale “intervento selettivo” sull’Iva non supererebbe i 700 milioni. Quindi, vediamo: 700 milioni da “rimodulazione” a fronte di 23,1 miliardi di clausole. Meraviglioso, no?

Peraltro, nulla viene detto circa gli interventi e le “rimodulazioni” che porterebbero a questo gettito. A me l’intera operazione ricorda gli analfabeti pentastellati che si esaltano per risparmi di dieci milioni a fronte di 2.300 miliardi di debito pubblico, ma non divaghiamo.

Stiamo ai soldoni: e gli altri 22,4 miliardi di euro da recuperare? Presto detto:

All’incremento selettivo dell’Iva, si accompagnerebbero coperture da individuare sia sul versante dei tagli alla spesa corrente che da quello delle agevolazioni fiscali, le cosiddette tax expenditures, da tempo oggetto di possibili interventi di riordino, puntualmente riposti nel cassetto perché alla fine si tradurrebbero in aumento della pressione fiscale.

Ecco, appunto, aumento di pressione fiscale. Bravo Pesole ad averlo detto, sia pure occultando il concetto in mezzo a fumisterie tecniche. E poi, certo, possiamo “negoziare nuova flessibilità con la nuova Commissione Ue”, ça va sans dire.

Quindi, per sintesi: stanno girando spifferi di provenienza ignota (si fa per dire), che chiedono ai giornali di scrivere che ci sarà un “intervento selettivo” sull’Iva, che vuole dire esattamente nulla ma aiuta a confondere. Dopo di che, si immaginano manovre di aumento di pressione fiscale ed impossibili revisioni di spesa. Il tutto condito da considerazioni “teoriche” che nulla c’entrano con la situazione corrente ma continuano ad essere reiterate.

Una gigantesca operazione di intossicazione informativa, in pratica, volta ad occultare la realtà. Per ora, ribadiamolo, l’unica certezza è che l’aumento Iva dal primo gennaio 2020 è legge dello Stato. Tutto il resto, inclusi deliri su “aumenti selettivi” che portano noccioline in luogo di gettito, sono solo diversivi. Come quello sulla cosiddetta flat tax, ad esempio, che è la prova provata che “qualcuno” considera gli elettori poco meno che minorati encefalici.

P.S. (ad abundantiam): dire che l’aumento Iva è già legge dello Stato e scatterà il primo gennaio 2020 non vuol dire che ciò accadrà. I nostri eroi potrebbero tentare di trasformarlo in ennesimo deficit, pagandone pesantemente il conto sui mercati. Quello che intendo criticare qui sono le tesi, a metà tra il fulminato e la malafede, che teorizzano una sorta di scambio alla pari tra un aumento d’imposta contro riduzione di altre. Non accadrà nulla del genere, ovviamente.

 

Estratto di un articolo pubblicato su phastidio.net

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