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Venezuela

Vi racconto la storia dell’oro del Venezuela

Che cosa insegna il contenzioso legale e politico sull'oro del Venezuela depositato alla BoE. L'approfondimento di Liturri

Su Nicolas Maduro e il Venezuela negli ultimi giorni abbiamo letto e sentito di tutto. Ma la vicenda dell’oro “dei venezuelani” (capirete dopo il motivo delle virgolette) è praticamente passata sotto silenzio, salvo due rapidi cenni sul Sole 24 Ore e su La Stampa, ha avuto spazio solo sul britannico The Guardian. Niente sul Corriere, sull’Ansa o su La Repubblica.

Eppure il caso è molto interessante in sé – parliamo di 31 tonnellate di oro, mentre una quantità imprecisata è custodita in Svizzera, che ai prezzi attuali valgono intorno a 5 miliardi di dollari, il 15% delle riserve valutarie di Caracas – perché questo rischia di diventare un caso di scuola e un pericoloso precedente per tutti.

Il punto è che dal 2019 il governo di Maduro (che la Gran Bretagna, insieme a decine di altri Paesi non riconosce come leader legittimo) sta cercando di rimpatriare quei lingotti e la Banca centrale inglese (BoE), su richiesta del Foreign Office, a sua volta su richiesta degli Usa, come ammesso dal consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, rifiuta di farlo.

Ancora prima, tra il 2013 (anno in cui Nicolás Maduro assunse la presidenza) e il 2016, il Venezuela ha effettuato massicce spedizioni di oro dalle sue riserve centrali verso la Svizzera, uno dei principali hub mondiali per la raffinazione, certificazione e commercio dell’oro. All’epoca si parlò di 113 tonnellate metriche di oro per un valore stimato di circa 4,14 miliardi di franchi svizzeri, equivalenti a 5,2 miliardi di dollari e tutto l’oro proveniva dalle riserve della Banca Centrale del Venezuela (BCV), non da miniere private o esportazioni minerarie.

In quegli anni il governo Maduro era in grave crisi economica a causa del crollo del prezzo del petrolio (principale fonte di entrate), iperinflazione, carenza di valuta estera e difficoltà a ottenere prestiti internazionali. Pertanto le spedizioni servivano principalmente a ottenere liquidità immediata, raffinare e certificare l’oro in Svizzera per renderlo vendibile sui mercati globali, vendere parte dei lingotti per finanziare importazioni essenziali, pagare debiti o sostenere l’economia e, in alcuni casi, usare l’oro come garanzia per prestiti o rifinanziamenti. Il picco fu raggiunto nel gennaio 2016, quando in un solo mese furono spedite 35,8 tonnellate (valore ~1,28 miliardi di dollari), per coprire pagamenti di bond.

Da notare che la BoE è depositaria di circa 400.000 lingotti di oro nei propri caveaux per conto di numerosi istituzioni finanziarie e governi mondiali e l’Italia stessa ha depositato circa 141 ton (il 6% circa delle proprie disponibilità). Si tratta di una pratica diffusa, in una logica di diversificazione del rischio e per facilitare eventuali operazioni sul mercato londinese, uno dei principali hub mondiali per il trading dell’oro.

Quella che sembra essere una linea rossa invalicabile (guai se venisse meno la fiducia nei confronti del depositario di un bene così prezioso) è invece almeno stata messa in discussione dal 2018, con le sanzioni Usa della prima amministrazione Trump contro il leader chavista.

Così dal 2020 si è aperto un contenzioso presso il Tribunale di Londra, anche perché il leader dell’opposizione Juan Guaidò ha rivendicato anch’egli il controllo di quei lingotti e la battaglia legale si è ulteriormente ingarbugliata dopo che il governo UK ha riconosciuto quest’ultimo governo (salvo poi disconoscerlo nel 2022).

Nelle aule di tribunale è accaduto di tutto. Dapprima l’Alta Corte ha giudicato legittimo il sequestro operato dalla BoE. Poi la Corte d’Appello ha rovesciato il primo verdetto e infine nel 2021 la Corte Suprema ha bloccato nuovamente la restituzione dell’oro, citando la dottrina della “voce unica”. In pratica, Il potere esecutivo ha l’esclusiva competenza nel riconoscere (o non riconoscere) Stati esteri, governi o capi di Stato stranieri. I tribunali britannici devono seguire senza contestazioni le dichiarazioni ufficiali del Governo su tali riconoscimenti.

Quindi se il Governo UK dice «non riconosciamo Maduro come presidente legittimo del Venezuela», i giudici non possono discostarsene e devono trattare Maduro (e i suoi atti/governo) come non legittimo agli effetti del diritto inglese. Questo evita che il Regno Unito “parli con voci diverse” (esecutivo vs giudiziario) nelle relazioni estere, mantenendo unità di posizione (“one voice”).

Nel caso del Venezuela, questa dottrina è stata decisiva: la Corte Suprema UK nel 2021 ha applicato il principio per riconoscere Juan Guaidó come presidente ad interim (quando il Governo UK lo riconosceva), bloccando così il rilascio dell’oro a Maduro. Anche dopo che il riconoscimento a Guaidó è decaduto, la dottrina continua a influenzare il congelamento, perché i tribunali devono allinearsi alla posizione attuale del Governo britannico (non riconoscimento di Maduro). Posizione peraltro ribadita da Yvette Cooper, la segretaria agli Esteri, che lunedì alla Camera dei Comuni ha detto che la Gran Bretagna continua a non riconoscere ufficialmente l’amministrazione venezuelana.

Quindi l’oro sta bene la dov’è, per il momento, dicono gli inglesi. Ma appare evidente come questa vicenda sollevi pesanti interrogativi sulla sicurezza dei beni sovrani (come l’oro, ma non solo, si pensi alle riserve valutarie della banca centrale russa depositate in Belgio) in un contesto di sanzioni geopolitiche. Insomma uno degli architravi dell’ordine finanziario mondiale.

Il pensiero non può non andare alle riserve auree italiane che “appartengono al Popolo italiano” (come da interpretazione autentica dell’ultima legge di bilancio), sotto l’essenziale condizione che il governo di Roma non diventi improvvisamente inviso a qualcuno tra New York e Londra…

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