Economia

Usa, Giappone e i miracoli della monetizzazione del debito. L’analisi di Fugnoli (Kairos)

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Che cosa succede al debito di Usa e Giappone? L’analisi di Alessandro Fugnoli, strategist dei fondi Kairos

Dopo la Grande Recessione del 2008 la crisi del canone occidentale è andata accelerando. L’idea di una crescita bassa ma costante e duratura (una versione light della Grande Moderazione) ci ha certamente evitato una ricaduta nel caos, ma si è scontrata con la constatazione che gli stimoli monetari necessari a mantenere un minimo di crescita non solo vanno resi permanenti ma perdono efficacia nel tempo. Senza contare che la crescita bassa, alla lunga, genera nella pubblica opinione una grande voglia di cambiare classe dirigente e paradigma sociale.

L’idea che a tassi più bassi e, nel caso, negativi corrisponda sempre una minore propensione al risparmio e una maggiore disponibilità a consumare e a investire si è infranta davanti alle famiglie che, per compensare i tassi negativi, risparmiano di più e non di meno e davanti alle imprese che, con denaro a costo zero per tutto l’orizzonte prevedibile, non hanno nessuna fretta di correre a farsi prestare soldi per ampliare la capacità produttiva quando è più semplice e divertente usare la liquidità per comprare azioni proprie e alimentare la bolla.

La Grande Recessione ha messo in crisi anche l’idea premodernista dell’austerità come via dolorosa verso la crescita, la riduzione del debito pubblico e la compressione dei tassi da pagare per questo debito. Nel 2000 gli Stati Uniti erano in surplus di bilancio, avevano un debito pari al 55 per cento del Pil che pensavano di azzerare entro dieci anni (secondo i calcoli ufficiali del Congressional Budget Office) e pagavano sui Treasury decennali l’astronomico tasso reale (reale, si noti, non nominale) del 4.3 per cento.

Vent’anni dopo si ritrovano con la prospettiva a perdita d’occhio di un disavanzo pubblico del 5 per cento, con un debito netto proiettato al 2030 al 105 (che diventa ben più alto se calcolato all’europea) e con tassi reali sul decennale a meno 0.5. È evidente, scrive sul suo diario l’ambasciatore marziano, che sulla Terra più sale il debito più scende il suo costo.

Sono i miracoli della monetizzazione di fatto del debito, quella che riduce non solo il costo ma anche la quantità del debito stesso. Fino a pochi anni fa il debito pubblico giapponese era del 240 per cento del Pil, oggi è del 140 nonostante i continui deficit annuali. Si è semplicemente cambiato il metodo di calcolo e si è convenuto che i titoli acquistati dalla banca centrale sono di fatto ritirati per sempre dalla circolazione, in pratica annullati. Soluzioni semplici per problemi che sembravano tragici.

E d’altra parte non si parla più nemmeno di crowding out (e i giovani non sanno nemmeno che cos’è) perché non è più vero che le emissioni crescenti di debito pubblico tolgono spazio a quelle di debito privato aumentandone il costo. Ormai le banche centrali comprano anche debito privato, che del resto gode comunque di tassi negativi o risibili. E un giorno non lontano le banche centrali compreranno anche azioni, quando non lo fanno già come in Giappone.

Di fronte a un quadro che cambia così radicalmente è legittimo che un investitore si chieda quanto abbia ancora senso agire su base fondamentale e studiare i bilanci degli stati e delle società prima di comprare qualcosa. Non è meglio chiudere gli occhi e buttarsi nel flusso?

Questa è probabilmente la domanda per i prossimi dieci anni. Ovviamente non abbiamo la risposta, ma proviamo a dare qualche spunto di riflessione.

In primo luogo ricordiamo che i valori relativi rimangono. A è meglio di B, che è meglio di C. Studiare conviene ancora.

In secondo luogo rammentiamo che qualcuno continuerà a fallire. I mercati tenuti artificialmente in piedi salvano molti, ma al margine chi non ha un effetto sistemico verrà comunque abbandonato, nel caso, al suo destino.

In terzo luogo la fiducia in alcune leggi bronzee non deve vacillare. Gli edifici modernisti del Bauhaus o quelli postmoderni di Gehry sono comunque sottoposti alla forza di gravità, che non è stata ancora decostruita o destrutturata da nessuno.

La legge della domanda e dell’offerta vale probabilmente anche su Alfa Centauri, altre leggi che credevamo eterne vanno invece storicizzate. Per capire quali, bisogna continuare a studiare.

In pratica, il compito da svolgere, per ogni investitore, è quello di rimanere mentalmente aperto ai tempi nuovi senza rinunciare a esercitare il suo spirito critico.

Non c’è niente di male, per una parte del portafoglio, a sospendere il giudizio e ad adeguarsi senza capire tutto fino in fondo. Certi treni passano una volta sola nella vita ed è un peccato perderli. Se poi ci viene detto dall’alto dove investire (dalle banche centrali che spingono a prendere rischi, dai regolatori che spingono verso l’ESG e il verde ecc.) ha perfettamente senso tenerne conto e approfittarne, anche perché questa sarà un’altra caratteristica del prossimo decennio.

(Estratto di un’analisi che si può leggere qui nella versione integrale)

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