Economia

Vi racconto 3 bufale su lotta al contante ed evasione fiscale. L’analisi di Liturri

di

Gucci

Il caso Gucci dimostra che i grandi numeri dell’evasione fiscale non dipendono dall’uso del contante. La tracciabilità dei movimenti finanziari è solo una pre-condizione per recuperare gettito fiscale. L’analisi di Giuseppe Liturri

La gioiosa macchina da guerra mediatica finalizzata al disincentivo dell’uso del contante e, per questa via, alla lotta all’evasione fiscale, ha subito ieri un imprevisto e duro colpo.

Peccato, stava andando tutto per il meglio. I titoli sul Sole 24 Ore spaziavano dal ‘la lotta all’evasione riparte dai contanti’ del 23 settembre, al ‘doppio bonus fiscale per la moneta elettronica’ del 20 settembre e tutta ‘la meglio gioventù’ della politica nostrana si spellava le mani nell’inneggiare al grimaldello decisivo nella lotta dell’evasione: l’eliminazione del contante.

C’erano già state avvisaglie che questa narrazione a senso unico non poteva reggere a lungo. Ma nel corso della giornata di ieri, tre notizie in rapida sequenza inceppavano la macchina da guerra.

Il primo granellino di sabbia è arrivato con la sentenza della Corte Ue che confermava la decisione della Commissione Ue relativa ad un tax ruling (un accordo bilaterale tra contribuente ed amministrazione fiscale di uno Stato) tra il Lussemburgo e Fiat Chrysler Finance Europe (gruppo Fca). Con la decisione, la Commissione giudicava tale accordo, senza del quale la società avrebbe dovuto dichiarare utili 20 volte maggiori, un aiuto di Stato distorsivo della concorrenza nel mercato interno. La società dovrà pertanto versare al Granducato circa € 30milioni di tasse arretrate.

Con questa vicenda, giungeva l’ennesima conferma della natura fortemente distorsiva dei regimi fiscali di alcuni Paesi dell’Unione (Lussemburgo, ma non solo, in testa).

La giornata vedeva ancora una volta protagonista la Vestager, questa volta nel ruolo di sconfitta. Infatti la Corte dell’Ue decideva a favore del ricorso di Starbucks e dello Stato olandese contro una decisione della Commissione che valutava come aiuto di Stato un analogo accordo tra la società ed il fisco olandese. Il punto decisivo della sentenza della Corte Ue era costituito dall’assenza di vantaggio economico per la società Usa.

Ma il colpo ad effetto giungeva poco dopo le 17 di ieri, quando Bloomberg pubblicava la notizia relativa ad una nuova ipotesi di evasione fiscale riguardante Gucci. La società, facente parte del gruppo Kering che di recente aveva definito un accertamento con adesione col fisco italiano, accettando di versare circa €1,4 miliardi, tornava sotto il mirino del fisco italiano per presunte irregolarità relative agli stipendi dei proprio top manager. In particolare, fonti riservate di Bloomberg rivelavano che ci potrebbero essere circa € 80 milioni di euro di stipendi pagati a top manager di Gucci, che svolgevano effettivamente la loro attività a Milano, da una società svizzera del gruppo Kering, eludendo così la tassazione italiana. Una vicenda che varrebbe ‘decine di milioni’ di tasse da versare al fisco italiano.

Questi casi si aggiungono ai numerosi altri (Booking, Apple, Google, Facebook, Amazon) di cui si parla da tempo e, pur trattandosi di casi diversi fra loro (una cosa è stipulare un accordo con un’autorità fiscale e ritrovarsi con l’opposizione della Commissione che li ritiene aiuti di Stato, ben altra cosa è il deliberato e fraudolento sfruttamento di regimi fiscali privilegiati, pur non avendone titolo), il quadro che ne emerge è sconvolgente.

Appare da tempo in atto un sistematico e profondo sfruttamento di tutti i mezzi, leciti e soprattutto illeciti, per minimizzare il carico fiscale di gruppi societari medio-grandi con articolazione internazionale. Ma non è questo il punto, essendo ovviamente possibile il perseguimento di un beneficio da parte di un soggetto privato nell’ambito del legittimo e consentito. Il punto dirimente è la scandalosa presenza all’interno dell’Unione, di regimi fiscali così distorsivi da generare ed anzi incentivare, nel silenzio complice degli Stati, questa caccia al paradiso fiscale.

Un recentissimo studio è arrivato a stimare che l’Italia, a causa del sistematico spostamento di utili societari verso altri paesi a fiscalità privilegiata, perde il 19% delle imposte societarie per un valore di circa $7,5 miliardi (di cui $5,5 miliardi solo a favore di Olanda, Lussemburgo ed Irlanda).

Qui non si vuole mettere in discussione il principio di efficienza economica e di equità sociale che deve guidare la doverosa lotta all’evasione, né giustificare nessuno di fronte all’inadempimento di un dovere che è alla base del patto sociale. Ma questi dati e l’imponente fenomeno che descrivono impongono riflessioni su tre aspetti:

  • I proventi della lotta all’evasione non possono migliorare il deficit né, per questa via, alleggerire il debito pubblico; possono solo redistribuire il medesimo gettito fiscale all’interno della platea dei contribuenti o su una platea più vasta. A meno che non si ritenga accettabile una pressione fiscale suicida che, dall’attuale 42% circa, decolli verso il 50%.
  • I grandi numeri dell’evasione sono collegati a fenomeni che con il contante non hanno alcuna relazione, come dimostrano i casi qui illustrati.
  • La tracciabilità dei movimenti finanziari è solo una pre-condizione per recuperare gettito; deve essere accompagnata e seguita da capacità di analisi ed operativa, strumenti normativi capaci di stabilire relazioni tra tali movimenti e base imponibile anche attraverso presunzioni legali spesso molto discutibili. Non è proprio una strada tutta in discesa.

Allora, se la limitazione del contante pare servire poco o nulla ai fini di un consistente recupero di gettito, trova applicazione l’ormai famosa legge del Pedante: ‘se una cosa non serve a nulla, allora serve a qualcos’altro’.

Avrei un paio di ipotesi, ma scopriremo presto di cosa si tratta.

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