Economia

Verità e bugie su evasione fiscale e uso del contante. L’analisi di Liturri

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L’approfondimento dell’analista Giuseppe Liturri

 

Non sono un cacciatore e quindi non conosco il calendario della stagione venatoria.

Conosco invece molto bene il calendario della caccia all’evasore che comincia generalmente a metà settembre e si conclude a dicembre con l’approvazione della legge di bilancio da parte delle Camere.

L’apertura della stagione è caratterizzata dal florilegio di numeri sull’entità del fenomeno: si spazia dai €35 miliardi dell’Iva fino ai €120 miliardi dell’evasione complessiva. Non mi soffermo sulla natura e sull’attendibilità di tali stime, ma qui basti osservare che un aumento delle entrate tributarie di €100 miliardi derivante dalla doverosa lotta all’evasione non potrebbe ragionevolmente avere alcun impatto sul debito pubblico, ma si tratterebbe unicamente di una misura di equità ed efficienza in quanto dovrebbe distribuire lo STESSO carico fiscale in modo diverso tra i contribuenti. A meno che qualcuno non sia così folle da pensare che questo Paese possa sopportare un incremento della pressione fiscale del 6% circa, che salirebbe dal 42 al 48%. Il contrasto all’evasione dovrebbe essere come minimo contemporaneo ma, ancora meglio, dovrebbe essere preceduto da una significativa riduzione delle aliquote. Solo così potremo essere sicuri di non veder crollare quello che ancora resta in piedi di questo Paese sotto i colpi di maglio di una pressione fiscale insostenibile.

Ma gli obiettivi di efficienza ed equità prima evidenziati sono un motivo più che sufficiente per approfondire cosa ci riserva quest’anno la caccia all’untore già partita. Tale caccia quest’anno si presenta con particolari varianti, tutte comunque caratterizzate da un minimo comune denominatore: la relazione tra uso del contante ed evasione.

Con puntualità fin troppo sospetta (Cicero pro domo sua?) è arrivata la proposta di Confindustria che prevede disincentivi all’uso del contante ed incentivi all’uso della moneta elettronica. Sembra più una boutade che una proposta. Infatti, essa ha problemi applicativi quasi insormontabili (aumento del numero delle dichiarazioni, onere amministrativo per il contribuente, discriminazione per i non residenti fiscalmente in Italia) ma, soprattutto, non reggerebbe al vaglio dell’art. 53 della Costituzione. Quale manifestazione di capacità contributiva è collegata all’uso di uno strumento di pagamento anziché di un altro?

Sul tema è intervenuto sabato l’ex ministro dell’Economia, Giulio Tremonti che è stato tranciante. Ha definito la lotta al contante una “forma di intervento demagogico e regressivo, perché il contante è prima di tutto lo strumento dei poveri e degli anziani” e non produce gettito perché “spingi di più sul nero”. Ha infine aggiunto che “è poi sbagliato pensare che ci sia un legame diretto ed assoluto per effetto del quale se elimini il contante, elimini l’evasione”.

In altre parole, Tremonti, che sa di cosa parla, ha centrato il punto, sottolineando che in Italia il contante è lo strumento di pagamento di milioni di soggetti cosiddette ‘non bancabili’, a cui la banca non concederà mai l’uso della carta di credito o, peggio, non aprirà mai un conto. Queste persone sono, per la gran parte, anche il risultato della tremenda doppia recessione che ha investito il nostro Paese dal 2009. Un mondo sconosciuto a chi pontifica dalle asettiche stanze di qualche think tank lautamente finanziato da chi ha, casualmente, interesse alla diffusione della moneta elettronica. Ma, soprattutto, Tremonti punta il dito sulla pressoché totale assenza di nesso causale tra eliminazione del contante ed eliminazione dell’evasione.

Dobbiamo infatti ricordare che, negli ultimi dieci anni, il limite all’uso del contante nei pagamenti tra soggetti privati senza utilizzare un intermediario finanziario è cambiato per ben 6 volte, di cui ben 2 volte durante lo stesso anno (2008 e 2011). Qualcuno si ricorda apprezzabili variazioni nelle percentuali di evasione?

Certo, non si può negare il ruolo del contante in fenomeni di evasione e riciclaggio, soprattutto internazionale, ma da qui, a farne la panacea di cui si parla in questi giorni, la distanza appare notevole. Soprattutto perché i dati ci suggeriscono che forse, per incidere significativamente sul fenomeno evasione, bisogna guardare da qualche altra parte.

E qualche suggerimento giunge dalla recente legge di assestamento del bilancio 2019, in cui sono state accertate maggiori entrate tributarie per circa €2,9 miliardi che hanno permesso di contenere il deficit/Pil del 2019 al 2%. Ebbene, sapete qual è la voce di maggior rilievo? L’Iva, l’Irpef? No, circa €1 miliardo proveniente dalla chiusura di un solo accertamento con adesione con il Gruppo Kering/Gucci. Un solo accertamento ha generato entrate ben superiori ai modesti €300 milioni di gettito aggiuntivo rispetto alla stima, generato dalla tanto strombazzata fattura elettronica e dagli altri numerosi provvedimenti in materia di IVA che negli ultimi 3 anni hanno reso molto dura la vita dei cosiddetti ‘evasori senza consenso’.

Ma il caso Kering/Gucci è solo un episodio di una serie molto lunga (Google, Amazon, Facebook) intensificatasi negli ultimi anni grazie al meritorio lavoro dell’Agenzia delle Entrate, prevalentemente rivolto a verificare la fedeltà fiscale di grandi gruppi societari, generalmente attivi nell’erogazione di servizi (finanziari, di intermediazione, relativi al web) con raggio d’azione internazionale.

Ed i risultati sono sorprendenti. Si tratta quasi sempre di accertamenti da centinaia di milioni di euro, definiti spesso in una fase preliminare, con l’adesione del contribuente alle richieste dell’Agenzia che, per tale motivo, concede uno sconto rispetto alla richiesta iniziale, evitando un lungo contenzioso davanti alla giustizia tributaria.

L’ultimo caso è quello relativo al noto portale di prenotazioni Booking.com che ha avuto addirittura eco anche sul Financial Times. Si stima un’evasione dell’Iva per circa €350 milioni per una vicenda che partì nel settembre 2016, quando l’Agenzia delle Entrate rispose affermativamente ad una consulenza giuridica richiesta dalla Federalberghi, finalizzata a conoscere l’assoggettabilità ad Iva di prestazione di intermediazione rese dai portali a favore di strutture non gestite in forma imprenditoriale e quindi sprovviste di partita Iva. Accadeva infatti che il portale emetteva fattura senza Iva anche verso tali soggetti, mentre l’AdE ha affermato che il portale debba identificarsi fiscalmente in Italia e qui versare l’Iva. Considerata l’entità della ipotizzata evasione, è al lavoro anche la Procura della Repubblica e quindi sarà necessario conoscere l’esito del giudizio. Ma, prima di esso, è almeno possibile avanzare il dubbio su come sia stato possibile ignorare da parte di Booking una norma così chiara? Come qualsiasi addetto ai lavori potrà agevolmente verificare, è molto difficile che possano sorgere dubbi sul regime Iva di prestazioni di intermediazioni rese a committenti non soggetti passivi IVA (art. 7 sexies, comma 1, lettera a) del DPR 633/1972). Un gruppo che fattura 15 miliardi di dollari, con un utile di 4, poteva non sapere una simile banalità relativa al regime di territorialità dell’IVA?

Ma l’aspetto ancora più clamoroso è, secondo fonti citate dal Financial Times, il rifiuto delle autorità olandesi (residenza fiscale di Booking.com) di rispondere all’ordine di indagine europeo emesso dalle autorità italiane che ora saranno costrette a riemettere l’ordine di indagine.

Ordinaria amministrazione in un’Unione in cui vige la regola della difesa dei particolarismi e degli interessi nazionali, soprattutto in materia fiscale, che invece avrebbero dovuto costituire la prima area di armonizzazione, ben prima di partire con una disfunzionale unione monetaria.

Ma questa è, purtroppo, un’altra storia.

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