Economia

Verità e bugie su euro, Italia e Germania

di

L’analisi di Fabio Dragoni e Antonio Maria Rinaldi

 

Avviso ai naviganti. L’Italia non è entrata in crisi. L’Italia è in crisi dal 1999. Da allora fino a oggi il nostro pil reale è mediamente cresciuto ogni anno dello 0,2%. Faremmo prima a scrivere zero. Nel comunque non esaltante ventennio che va dal 1980 al 1999 – periodo in cui l’Italia ha ripetutamente e sciaguratamente tentato di abbandonare più volte il cambio flessibile per agganciarsi al marco in maniera più o meno rigida (con lo Sme prove tecniche di euro per intendersi) e iniziando a fare quelle politiche di austerità che avrebbero caratterizzato la nostra storia contemporanea (ricordate l’eurotassa di Romano Prodi?) – l’Italia cresceva comunque del 2% annuo in media. Vale a dire dieci volte tanto. Per non parlare del ventennio che va dal 1960 al 1979, periodo in cui «i cinesi eravamo noi», il tasso medio di crescita annuo del nostro pil reale – pari al 4,8% – superava la crescita complessivamente avuta dal nostro Paese nei vent’anni che vanno dal 1999 al 2018; in tutto il 4% per essere precisi.

Sempre in questi vent’anni il nostro pil reale pro-capite è cresciuto dello 0,1% all’anno. Sedici volte in meno di quanto ha fatto registrare l’Italia nel periodo 1989-1998. Vale a dire l’1,6%. È il risultato di un processo di deindustrializzazione dovuto a una globalizzazione sregolata (anzi con regole a vantaggio altrui) che ha visto diminuire in vent’anni la nostra produzione di oltre il 13% (20% se si fanno i conti dal 2008) contro un +40% della Germania nostro principale competitor. Effetti collaterali di una valuta unica artificialmente forte che rende più conveniente importare che produrre.

Quante imprese hanno delocalizzato una o più fasi del proprio processo produttivo per poi importare semilavorati se non addirittura il prodotto finito da vendere sul nostro mercato? Non è un caso che nel 1999 le importazioni fossero pari al 36% circa dei consumi totali mentre oggi si attestano intorno al 50%. E dove stavano le dotte analisi dei tanti centri studi in questi anni? Pronti a gridare alla crisi nel momento in cui due trimestri consecutivi chiudono col segno meno, o se lo spread supera 250 o se l’indice Pmi sta sotto quota 50 senza minimamente accorgersi o dando per scontato che gli italiani in povertà assoluta superino i 5 milioni di persone? Quasi il doppio del 2011? Avvisiamo nuovamente i naviganti. Per l’ultima volta. Alzate il naso e smarcatevi dalle ridicole polemiche politiche di questi mesi.

Nei vent’anni di euro l’Italia è mediamente cresciuta l’1% in meno rispetto alla Germania. E proprio in questi giorni il prestigioso istituto tedesco Ifo ha annunciato che le stime di crescita per l’economia della Germania nel 2019 scenderanno dall’1,8% allo 0,6% mentre il vice presidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis si degna di dirci cose che già sappiamo: «L’Unione europea è di fronte a un rallentamento continuo e marcato dell’economia». Grazie mille. Lo terremo presente quando fra un paio di settimane tornerà a dirci che l’economia italiana è un fattore di rischio per l’economia europea se non mondiale. Perché mai porsi limiti?

(articolo pubblicato su Mf e Scenari economici)

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