Economia

Ecco verità e bugie su decreto Dignità e contratti a termine

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cerco lavoro

Il commento di Giuliano Cazzola, blogger di Start Magazine

In merito alla polemica sulla tabella intrufolata, nottetempo e ad opera di una ‘’manina’’, nel decreto (in)degnità presentato dal ministro-ragazzino ed approvato dal governo, dove viene ipotizzata la perdita di 80mila posti di lavoro in un decennio, in conseguenza delle norme restrittive sulla disciplina dei contratti a termine, molti quotidiani e giornali on line riproducevano, nei giorni scorsi, la seguente ricostruzione, riprendendola probabilmente dalle agenzie.

“Quel numero, che per me non significa assolutamente nulla, è apparso nella relazione tecnica al decreto la notte prima che si inviasse al presidente della Repubblica – accusa (Luigi Di Maio, ndr) in una diretta su Facebook – Non è una cosa che hanno messo o chiesto i miei ministeri, e soprattutto non è una cosa che hanno chiesto i ministri”. Da dove viene allora? Per Di Maio “questo decreto ha contro lobby di tutti i tipi”. “Il mio sospetto – rivela – è che sia stato un modo per cominciare a indebolire questo decreto e fare un po’ di caciara”.

Insomma – proseguivano i commenti – la teoria del vicepremier è che nel viaggio tra il ministero del Lavoro alla Ragioneria dello Stato, che dipende dal ministero dell’Economia e deve ‘’bollinare’’ i provvedimenti accertandone oneri e coperture prima che vengano sottoposti alla firma del presidente della Repubblica, sia intervenuta una “manina” per danneggiare il governo e in particolare i gialli. Il sospetto che alimenta l’irritazione M5s è che negli uffici di via XX Settembre ci siano uomini vicini all’ex squadra di governo. Ecco perché, è il ragionamento, bisogna “fare pulizia” sia alla Ragioneria dello Stato che al Mef, luoghi strategici in cui c’è bisogno di persone di fiducia e non di chi rema contro esponendo a critiche, se non a un vero e proprio rischio boomerang come accaduto stavolta, il governo e i suoi provvedimenti.

Al Mef le dichiarazioni del vicepremier venivano accolte con molto imbarazzo, ma soprattutto sconcerto. Tanto più che, puntualizzavano dal ministero, il dato degli ottomila posti di lavoro a rischio con il decreto dignità era già contenuto nella relazione tecnica arrivata a via XX Settembre e veniva attribuito ad una stima dell’Inps. Di Maio ha avuto buon gioco a nascondere la mano con la quale aveva lanciato – nuovo Balilla – il sasso, dichiarandosi “sbalordito’’ per la reazione del Mef che lui non aveva mai nominato. Così la responsabilità è stata attribuita a Tito Boeri. Da energumeno quale è Matteo Salvini, da Mosca, è tornato a chiederne le dimissioni, mentre il suo compagno di merende è stato più prudente ed ha rimandato la decisione sul destino di Boeri al prossimo mese di febbraio quando scadrà il suo mandato. Nell’usare questa cautela il ‘’capo politico’’ pentastellato ha dato prova di un’insolita ed inattesa intelligenza, perché il presidente dell’Inps gli è indispensabile per eseguire l’operazione ‘’taglio delle pensioni c.d. d’oro’’, non solo sul piano tecnico, ma anche su quello politico. Dove la troverebbe Di Maio un’ altra personalità del calibro e del prestigio di Boeri disposta a fornirgli una copertura politico-culturale ad un’operazione tanto vile e vergognosa come quella che si appresta a compiere il governo dopo la mortificazione, ad opera dell’ayatollah Roberto Fico, dei vitalizi degli ex deputati? Il fatto è che non si è accorto della trappola tesagli da Giovanni Tria, il quale è riuscito a stilare insieme con lui una nota in cui viene allontanato ogni sospetto dal suo dicastero e dalla Rgs. In pratica una sonora smentita di quanto Di Maio aveva lasciato intendere. Ma una contropartita all’assoluzione d’ufficio (almeno per ora) dei dirigenti apicali del Mef (soggetti a spoil system) Di Maio l’ha ottenuta.

Nel comunicato si precisa, infatti, che “in merito alla relazione tecnica che accompagna il Dl Dignità, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ritiene che le stime di fonte Inps sugli effetti delle disposizioni relative ai contratti di lavoro contenute nel decreto siano prive di basi scientifiche e in quanto tali discutibili”. Per Di Maio avere un economista che evoca la mancanza di basi scientifiche della tabella incriminata non è sembrato vero. Il fatto è che Tria ha detto una cosa talmente ovvia da risultare persino banale. Quando mai una tabella inserita in una relazione tecnica allo scopo di prefigurare gli effetti finanziari di un provvedimento e quindi giustificarne le coperture ha avuto ‘’base scientifica’’? E chi tra quelli tenuti a formularla ha mai preteso che tale ‘’base’’ fosse riconosciuta? A Giggino Di Maio hanno appena finito di spiegare che esiste una procedura da seguire quando si avvia un processo legislativo: le norme di spesa devono avere una copertura e spetta alla RGS mettervi in calce il ‘’bollino’’ che attesta la regolarità dell’operazione. Ovviamente si resta nel campo delle ipotesi, perché nessuno è indovino. Si assumono dei riferimenti – per definizione ‘’discutibili’’ – e su di essi vengono definiti i possibili effetti delle nuove norme. Nel caso che ha suscitato tante polemiche, l’Inps aveva ipotizzato che, alla luce dei nuovi vincoli previsti nel decreto a proposito dei contratti a termine, una quota pari al 10% non sarebbe stata rinnovata. Se proprio si vuole essere onesti quella era stata una stima edulcorata perché gli effetti saranno più gravi. Lo ha spiegato correttamente il n.32 di Mercato del lavoro News a cura della Fondazione Anna Kuliscioff di cui riportiamo le considerazioni essenziali:

‘’Ma l’83,3% dei contratti a termine non dura più di 12 mesi: parliamo di 1.850.000 rapporti di lavoro. Durano meno di tre mesi 463.000 contratti, che mediamente vengono rinnovati una volta nei 12 mesi. Tutti questi contratti per essere rinnovati dovranno venire giustificati con le “causali” che, come tutti i giuslavoristi seri e gli operatori del Mercato del Lavoro hanno fatto osservare, saranno fonte di contenziosi e liti giudiziarie. Per evitare le quali le aziende potrebbero preferire non rinnovare il contratto a termine con il lavoratore, e assumerne invece un altro con un nuovo contratto a termine, o magari ricorrere al nero. Non certo passare il lavoratore a tempo indeterminato (anche perchè è meno conveniente, adesso che il Decreto Dignità ha aumentato l’indennità di licenziamento). Risultato: quanti di quei 1.850.000 contratti non verranno rinnovati? Certo moltissimo più di 8.000’’.

C’è poi un altro aspetto da tenere presente. Sarà anche vero che la tabella incriminata proveniva dall’Inps, ma l’ultima e definitiva parola sulla relazione tecnica che accompagna un provvedimento spetta alla RGS, prima di apporre in calce il bollino. Diciamo allora che vi è stata una convenienza politica dei due ministri a scaricare l’incidente sulle spalle di Boeri, il quale si è difeso con dignità ed argomenti inoppugnabili. Soprattutto ha ragione Gianfranco Polillo quando da par suo ha fatto notare su questo stesso Magazine che il più vistoso boomerang per Di Maio non sta nella tabella, ma nel comma 2 dell’articolo 14 della sua creatura deforme (il decreto), laddove è prevista la copertura finanziaria per un congruo numero di anni delle norme sui contratti a termine. Va da sé che non ce ne sarebbe stato bisogno se l’occupazione invece di diminuire – come avverrà – fosse cresciuta per di più a tempo indeterminato.

 

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