Economia

Unicredit, Ubi Banca e Banco Bpm, ecco le prossime sfide difficili per le banche

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L’approfondimento di Luca Gualtieri

A Palo Alto, nel cuore della Silicon Valley, nessuno si aspetterebbe di trovare dei banker. Invece da qualche mese JpMorgan ha avviato la costruzione di un campus per formare professionisti del fintech. Il progetto ospiterà oltre 1.000 dipendenti della divisione Chase Merchant Services, attiva nei servizi di pagamento per il mondo delle imprese, e costituirà uno dei perni della strategia digitale del colosso di Wall Street.

Solo per dare qualche coordinata, Jp Morgan ha previsto investimenti per 10,8 miliardi di dollari in tecnologia, una cifra che fa il paio con i 16 miliardi stanziati da Bank Of America Merrill Lynch, mentre Citigroup ha un budget di 8 miliardi. Complessivamente le prime cinque banche americane hanno messo in campo una potenza di fuoco da quasi 42 miliardi, quasi otto volte superiore ai profitti registrati dalle prime cinque banche italiane nel 2017.

Questi pochi numeri dimostrano la distanza siderale che ancora separa il credito tricolore da quello internazionale. La riprova? Secondo un’indagine conoscitiva condotta da Banca d’Italia nel corso del 2017, gli investimenti in tecnologie fintech si sono attestati ad appena 135 milioni. Questo gap dovrà essere parzialmente colmato nei prossimi anni, pena la perdita di consistenti quote di mercato in un settore sempre più competitivo.

Non c’è dubbio che nel 2017 le banche italiane abbiano avuto altre priorità. Sotto la spinta della Bce e del suo calendar provisioning, gli sforzi sono andati alla pulizia dell’attivo, che ha assorbito consistenti quantitativi di capitale. L’effetto combinato di gacs e nuovo principio contabile Ifrs 9 (che ha mitigato l’effetto patrimoniale delle cessioni) ha dato un contributo essenziale ai processi di derisking. Secondo il recente report di PwC intitolato NPL Entering a New Era, solo nel 2018 le cessioni di crediti deteriorati hanno raggiunto la soglia di 70 miliardi grazie soprattutto a grandi operazioni, come la cartolarizzazione Mps da 24,1 miliardi e l’alleanza Intesa Sanpaolo -Intrum da 10,8 miliardi.

«Negli ultimi due anni il sistema bancario ha fatto importanti passi avanti nella pulizia dell’attivo, con dismissioni per circa 140 miliardi lordi», spiega a MF-Milano Finanza Pier Paolo Masenza, partner e financial services leader di PwC. «Nel 2019, sempre sotto la spinta del calendar provisioning della Bce, ci aspettiamo ancora operazioni per circa 50 miliardi, ma l’approccio cambierà. L’attenzione delle banche sarà concentrata soprattutto sullo smaltimento degli unlikely to pay, che richiederà strumenti e competenze molto diversi rispetto a quelli messi in campo per gli npl», conclude Masenza. Se insomma il credito deteriorato resterà sotto i riflettori, nell’agenda 2019 dei banchieri entreranno anche altre priorità.

Sul fronte del funding, ad esempio, le banche dovranno prepararsi al rimborso della Tltro (previsto per il 2020) e fronteggiare i rifinanziamenti in un contesto di mercato ancora molto volatile. Basti pensare che negli ultimi sei mesi il rischio Italia ha fatto lievitare il rendimento di tutti gli strumenti di debito, a prescindere dal livello di subordinazione e dal rating dell’emittente. Turbolenze arrivate in una fase delicata nella quale gli istituti sono tra l’altro obbligati dalla disciplina Mrel a raccogliere ingenti quantità di titoli potenzialmente sottoponibili a bail-in, quindi più rischiosi per gli investitori e più costosi per gli istituti.

In un contesto in cui capitale, liquidità, asset quality e compliance assorbono gran parte delle energie, c’è stato finora poco tempo da dedicare al modello di business. Nel 2019 qualche banchiere vorrebbe fare di più, anche per sottoporre al mercato equity story che non parlino solo di sofferenze e accantonamenti. Finora del resto solo i grandi istituti hanno investito con decisione sul digitale: il nuovo piano industriale di Intesa , ad esempio, ha stanziato 2,8 miliardi per sostenere l’ampio raggio di attività coordinate dal chief It e digital e innovation officer Massimo Proverbio. Nella strategia al 2019 Unicredit ha invece previsto investimenti per 2,4 miliardi, budget che potrebbe essere ampliato nel nuovo piano previsto per l’autunno. Il gruppo Mediobanca invece ha il suo cuore digitale in CheBanca, che fin dalla fondazione nel 2008 ha puntato su un mix di competenze, network (filiali e consulenti) e tecnologia.

L’ecosistema insomma sta cambiando. Soprattutto nel 2018 si sono definitivamente affermati sul mercato italiano istituti specializzati, leggeri e altamente digitalizzati sul modello delle challenger bank inglesi. Si va da Banca Sistema a Credito Fondiario, da Banca Progetto a Guber Banca fino al fortunato exploit della Illimity di Corrado Passera. «Si tratta di nuovi player destinati ad acquisire uno spazio sempre maggiore in specifiche nicchie, come la specialty finance, il factoring o la gestione degli utp», spiega Masenza. «In un mercato sempre più competitivo del resto le strade percorribili per le banche italiane sono soprattutto un paio: aggregarsi per guadagnare volumi e allargare la base commissionale oppure specializzarsi su servizi ad alto valore aggiunto».

Ci sarà insomma meno spazio per le banche generaliste di respiro regionale o interregionale, che nei prossimi anni disporranno di armi sempre più spuntate per competere con i concorrenti bancari e non. Soprattutto i nani del credito non avranno capitali da investire nelle tecnologie del futuro, dall’intelligenza artificiale al data management, dal peer-to-peer lending alla cyber security.

Sul mercato del resto la guerra si preannuncia spietata. Un esempio: nei mesi scorsi Goldman Sachs ha lanciato un conto corrente digitale all’1,5% che sta spiazzando gran parte dei concorrenti negli Usa e in Uk. L’obiettivo della banca d’affari non è tanto allargare il bacino di raccolta quanto arginare l’avanzata delle fintech ed erodere quote di mercato agli altri istituti. Ma soprattutto la minaccia al sistema bancario potrebbe venire dai colossi tecnologici.

Google ad esempio ha appena ottenuto una licenza da Electronic Money Institution (Emi) presso la banca centrale della Lituania che gli permetterà di allargare sensibilmente il raggio d’azione in Europa. Facebook invece sarebbe pronto a entrare con forza nel settore dei pagamenti attraverso Messenger e Whatsapp, che entro il primo trimestre 2019 potrebbero mettere a disposizione una piattaforma simile a quella di PayPal. Per fronteggiare questi avversari le banche europee dovranno seguire l’esempio degli istituti americani e iniziare a investire con decisione. Non sarà solo un scommessa sui ricavi futuri, ma un’assicurazione sulla propria sopravvivenza.

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