Economia

Tv, che cosa cambierà per le opere made in Italy

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Sono scattate il primo gennaio 2020 le novità riguardanti programmazione e investimento da destinare a opere audiovisive italiane ed europee previste dal decreto Cultura

 

Anno nuovo, obblighi nuovi per emittenti televisive e piattaforme on demand. Sono scattate il primo gennaio 2020 le novità riguardanti programmazione e investimento da destinare a opere audiovisive italiane ed europee previste dal decreto Cultura (59/2019) varato ad agosto scorso. All’epoca a Palazzo Chigi c’era il governo Movimento Cinque Stelle-Lega e il ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo era Alberto Bonisoli.

Il decreto Cultura, come si diceva, ha prorogato l’applicazione della nuova disciplina dal primo luglio 2019 al primo gennaio 2020 e ha alleggerito alcuni obblighi per i broadcaster derivanti dal decreto legislativo 204/2017, cosiddetto decreto Franceschini dal nome dell’allora – e anche attuale – ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo.

In tutto questo c’è però un problema a monte perché il ministero dello Sviluppo economico e il Mibact devono ancora stabilire – tramite un regolamento specifico – che cosa si intenda per opere di espressione originale italiana. Senza questo passaggio c’è il rischio di avere problemi di interpretazione. Fatto non proprio secondario.

IL SISTEMA DELLE QUOTE

Il nuovo sistema delle quote inserito nel decreto regola gli obblighi di programmazione e di investimento nell’audiovisivo da parte dei fornitori di servizi di media audiovisivi lineari e non lineari, ovvero tv e piattaforme on demand. A tal proposito il dl Cultura prevede una novità che anticipa la Direttiva europea sui servizi media audiovisivi (Smav). Si tratta di un provvedimento che gli Stati Ue sono chiamati a recepire entro metà settembre del 2020.

Ma sulla questione delle quote obbligatorie di investimento e programmazione non è tutto filato subito liscio visto che per circa due anni broadcaster e produttori si sono scontrati. I problemi sono infatti iniziati proprio con il decreto legislativo 204/2017 che è uno dei decreti attuativi della Legge Franceschini (220/2016). Secondo questa normativa – che interveniva sul Testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici – il governo riceveva la delega in materia di promozione delle opere italiane ed europee.

Fin qui le questioni normative ma vediamo come si sviluppa questo sistema. Le emittenti televisive dovranno riservare alle opere europee il 50% del proprio tempo di trasmissione escludendo il tempo destinato a notiziari, manifestazioni sportive, televendite, pubblicità, giochi tv. Inoltre per le opere “di espressione originale italiana” ovunque siano prodotte gli operatori dovranno prevedere una sottoquota, rispetto a quella prevista per le opere europee, che sia di almeno la metà per la Rai e di un quinto per il 2020 e in seguito di un terzo per le altre emittenti televisive.

All’interno del sistema delle quote ci sono pure altri elementi da rilevare come il fatto che soltanto la Rai ha l’obbligo di riservare almeno il 12% del proprio tempo di diffusione, tra le 18 e le 23, alla trasmissione di opere cinematografiche e audiovisive di finzione, di animazione e di documentari originali di “espressione originale italiana”. Le altre emittenti televisive hanno invece l’obbligo di investire in opere europee di produttori indipendenti l’11,5% dei propri introiti netti per il 2020 e il 12,5% a partire dal 2021.

Passando alle piattaforme che forniscono servizi media on demand, il dl prevede l’obbligo di programmare opere audiovisive europee – realizzate negli ultimi cinque anni – in misura non inferiore al 30% del proprio catalogo e di investire in opere di produttori indipendenti per il 15%. Percentuali che dovrebbero scendere – per esempio dal 15% al 12,5% nel secondo caso – una volta adottato un Regolamento messo a punto dall’Autorità garante per le Comunicazioni che – secondo il Sole 24 Ore – dovrebbe essere deliberato dal Consiglio dell’Autorithy a fine mese. In un secondo momento tale Regolamento deve essere esaminato dal Mibact e dal Mise e ricevere l’approvazione definitiva dall’Agcom entro il mese di marzo. Lo stesso Regolamento però – così si legge nel dl – potrà innalzare la soglia d’investimento fino al 20% “in relazione a modalità d’investimento che non risultino coerenti con una crescita equilibrata del sistema produttivo audiovisivo nazionale”.

LA SEGNALAZIONE DELL’AGCOM

Da notare che l’Autorità per le Comunicazioni ha presentato una segnalazione all’esecutivo evidenziando possibili problemi di compatibilità con il diritto comunitario laddove la normativa prevede l’inasprimento degli obblighi (aumento dell’aliquota base fino al 3%) per le piattaforme di video on demand che non abbiano una sede operativa in Italia e non impieghino almeno 20 dipendenti.

Peraltro l’aumento dell’obbligo di investimento è previsto pure in caso di mancato riconoscimento in capo ai produttori indipendenti di una quota di diritti secondari proporzionale all’apporto finanziario del produttore all’opera in relazione alla quale è stato fatto l’investimento (aumento dell’aliquota fino al 4,5%).

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