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Tutto sulle rimesse degli emigranti

Quota 100

Ecco come sono cambiate le rimesse degli emigranti da e per l’Italia. L’analisi di Giuliano Cazzola

 

Ai miei tempi gli studenti di giurisprudenza erano molto interessati agli esami attinenti a materie non riconducibili al diritto. In alcuni casi – come Economia politica – erano esami obbligatori; in altri – come Medicina legale o Scienze dell’amministrazione – erano esami che allora erano definiti complementari, ma che venivano a far parte del piano di studi di parecchi futuri giuristi.

Ho sostenuto l’esame di Economia politica con Paolo Sylos Labini, che allora era titolare della cattedra all’Ateneo di Bologna. Ovviamente per me era un campo del tutto nuovo che mi fece scoprire aspetti fino ad allora vagamente presenti nel bagaglio culturale di un ex studente del liceo classico. Ricordo che mi colpì una definizione: le rimesse degli emigranti.

Allora – erano i primi anni ’60 – venne spiegato come una fonte di entrate importante, in quanto reddito netto acquisito in un altro Paese che entra a far parte dell’economia del Paese di provenienza dell’emigrato a favore dei parenti rimasti colà. Le rimesse in entrata e in uscita da ciascun Paese entrano nel conto corrente della bilancia dei pagamenti nazionale, nella voce “redditi secondari”.

Il professore spiegava però che questi flussi tendevano a diminuire col passare del tempo e con l’affievolirsi dei rapporti affettivi. Va notato però che le stigmate di paese di emigrati sono rimaste a lungo. Il saldo delle rimesse dell’Italia – secondo la Banca d’Italia – è diventato negativo dalla metà degli anni ‘90, quando l’ammontare delle rimesse in uscita, inviate da un numero via via crescente di lavoratori immigrati, ha superato quello declinante delle rimesse in entrata, lascito della storia di passata emigrazione dell’Italia. Dal 2010 il saldo è stato in media negativo per circa cinque miliardi di euro; le rimesse in uscita sono oltre dieci volte quelle in entrata (rispettivamente 6,1 e 0,5 miliardi nel 2019).

In altri tempi, quando si parlava di emigranti si parla di nostri compatrioti che andavano a cercare in altre nazioni – spesso assai lontane – quel lavoro che non trovavano in Italia e che veniva rifiutato dai lavoratori dei paesi (poco) ospitanti. Tanto per fare un esempio, il 23 giugno 1946 fu firmato il “Protocollo italo-belga” che prevedeva l’invio di 50.000 lavoratori italiani in cambio di carbone. Nacquero così ampi flussi migratori verso il paese, uno dei quali, forse il più importante, fu quello degli italiani verso le miniere belghe. Nel 1956, fra i 142.000 minatori impiegati, 63.000 erano stranieri e fra questi 44.000 erano italiani. Ed erano nostri compatrioti. A Marcinelle (vicino a Charleroi), nell’agosto del 1956, si verificò una grave tragedia in una miniera, a seguito di un improvviso incendio, dove persero la vita 262 uomini, di cui 136 italiani e 95 belgi. Solo 13 minatori sopravvissero.

Oggi siamo divenuti un paese che importa manodopera, anche negli ultimi dieci anni è emigrato all’estero un milione di italiani, spesso scolarizzati, senza che vi sia stato in cambio un flusso di apprezzabile consistenza. Secondo il rapporto 2021 della Fondazione Moressa, dopo i forti aumenti dei primi anni 2000, la popolazione straniera in Italia è sostanzialmente stabile dal 2014.

Oggi gli stranieri residenti sono 5 milioni, l’8,5% della popolazione (e superano il 10% in molte Regioni). Tuttavia, da 10 anni cala la natalità e nel 2020 è aumentata la mortalità (effetto Covid). Il saldo migratorio (differenza arrivi-partenze) è ancora positivo, ma a livelli più bassi che in passato. Si assiste ad un crollo degli ingressi per lavoro. Se fino al 2010 si registravano più di 500 mila nuovi permessi di soggiorno ogni anno, negli ultimi anni si è registrato un drastico decremento. E nel 2020 si è toccato il picco minimo, con (solo) 106 mila permessi. Di questi, la maggior parte è per motivi familiari (58,9%), mentre quelli per lavoro sono appena 10 mila (meno del 10% del totale). Gli occupati stranieri in Italia nel 2020 erano 2,35 milioni, in calo (-6,4%) rispetto al 2019 (per gli Italiani la variazione è stata -1,4%). Tra i 456 mila posti di lavoro persi nel 2020, un terzo ha riguardato lavoratori stranieri, in prevalenza donne. Per la prima volta, quindi, il tasso di occupazione degli stranieri (57,3%) scende al di sotto di quello degli italiani (58,2%).

A livello territoriale, il tasso di occupazione degli stranieri è diminuito maggiormente nel Nord Ovest (-5,3 punti) e nelle Isole (-7,0 punti). Al Nord Est, invece, si è registrata la più alta diminuzione nel tasso degli italiani (-1,3 punti). Dalle dichiarazioni dei redditi 2021 (anno d’imposta 2020) emerge l’impatto dell’emergenza Covid, che ha colpito anche gli immigrati. Il numero di contribuenti nati all’estero diminuisce (per la prima volta) del -1,8%; diminuiscono ancora di più i redditi dichiarati (-4,3%) e l’Irpef versata (-8,5%). I contribuenti stranieri in Italia sono 2,3 milioni e nel 2020 hanno dichiarato redditi per 30,3 miliardi e versato Irpef per 4,0 miliardi. Sommando le altre voci di entrata per le casse pubbliche (Irpef, IVA, imposte locali, contributi previdenziali e sociali, ecc.), si ottiene un valore di 28,1 miliardi.

Dall’altro lato, si stima un impatto per la spesa pubblica per 27,5 miliardi. Il saldo, dunque, è positivo (+600 milioni). Gli stranieri sono giovani e incidono poco su pensioni e sanità, principali voci della Spesa Pubblica. E le rimesse verso i paesi di origine? Ci rivolgiamo di nuovo alla Fondazione Moressa e ai suoi rapporti sull’economia dell’immigrazione, in collegamento con la Banca d’Italia. Le rimesse inviate dagli immigrati residenti in Italia a sostegno delle famiglie nei Paesi d’origine sono in costante aumento dal 2017. Il volume complessivo si avvicina al picco massimo registrato nel 2011 (8 miliardi). Nel 2021 registrano un +12,2% rispetto all’anno precedente e un +46,3% rispetto al 2016. Anche l’incidenza sul PIL torna a crescere (0,44%).

Il primo Paese di destinazione è il Bangladesh con 873 milioni di euro (11,3% del totale). Seguono Pakistan e Filippine. Calano invece i flussi verso l’Est Europa, in particolare Romania (-8,5%), Ucraina (-8,0%) e Moldavia (-7,3%). In questo caso è probabile che la riapertura delle frontiere abbia fatto ripartire i viaggi su strada degli immigrati, che spesso portano con sé regali o denaro per la famiglia. Durante il lockdown, invece, l’invio di denaro era rimasto l’unico strumento di sostegno. Poi, nel caso dell’Ucraina, vedremo ad ottobre quando sarà presentato il rapporto sull’anno in corso e gli effetti della guerra.

Confrontando la distribuzione delle rimesse nel 2021 con quella di dieci anni fa, emerge un profondo cambiamento. Nel 2011 vi era una minore frammentazione, con il 70% delle rimesse concentrato verso soli 7 Paesi (e un terzo solo verso un Paese). Nel 2021, invece, i primi 7 Paesi raggiungono poco più del 50% delle rimesse, e nessun Paese supera il 12%.

Osservando il rapporto tra rimesse e popolazione residente per ogni Paese d’origine, mediamente, ciascuno dei 5,2 milioni di residenti stranieri ha inviato 125 euro al mese in patria. Osservando le prime 20 comunità straniere presenti in Italia, i valori massimi si registrano tra i cittadini del Bangladesh (460 euro medi pro-capite). Il Senegal è il secondo Paese più attivo, con 370 euro al mese pro-capite. Generalmente, le comunità asiatiche sono mediamente molto attive: oltre al Bangladesh, anche India, Filippine e Pakistan.

Oltre un quinto delle rimesse parte dalla Lombardia (1,75 miliardi). La seconda Regione è il Lazio, con 1,13 miliardi. Seguono Emilia-Romagna, Veneto e Toscana, tutte con più di 600 milioni di euro inviati nel 2021. A livello di singole province, Roma supera di poco Milano. Quasi un quarto di tutte le rimesse italiane parte da queste due città. Seguono Napoli e Torino, rispettivamente con 364 e 268 milioni di euro.

La presenza di lavoratori e lavoratrici stranieri impiegati nelle case degli italiani ha ricadute non solo nel nostro paese ma anche in quelli d’origine. In particolare, sarebbero oltre 1,4 miliardi le rimesse inviate ogni anno da colf e badanti verso Romania, Filippine, Ucraina, Moldavia e altri paesi.

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