Economia

Tutti i rischi della politica del bastone e della carota di Bruxelles con il Patto di stabilità

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Che cosa sta architettando la Commissione europea sul Patto di stabilità e crescita? L’analisi di Giuseppe Liturri

 

Questa settimana, a proposito del Patto di Stabilità e Crescita, abbiamo capito tre cose, una per l’immediato e le altre per il futuro:

  1. La Commissione si appresta, nell’ambito delle procedure del Semestre Europeo, a mantenere attiva la clausola generale di salvaguardia anche per il 2022 e quasi sicuramente a disattivarla nel 2023. Fatta eccezione per i Paesi che non avranno ancora raggiunto i livelli di PIL pre Covid, a cui sarà garantita la massima flessibilità.
  2. Quali regole saranno reintrodotte dal 2023? La risposta è affidata all’esito di una consultazione pubblica (peraltro annunciata già prima dell’epidemia). Cioè le calende greche. O meglio, In altre parole, prima che a settembre si voti in Germania e chi si insedi un nuovo governo, è tutto congelato. Nel dibattito fa capolino la proposta di non conteggiare nel deficit gli investimenti “green” (la cosiddetta “limited golden rule”). Ma si tratta di un osso gettato per far passare il tempo. Fino a quando i tedeschi non saranno nuovamente operativi, non si metterà in discussione tutto il vetusto e dannoso armamentario costituito dal Patto di Stabilità e Crescita (SGP) e dai suoi degni comprimari introdotti nel 2011/2012, cioè il Six-pack, Two-pack ed il Fiscal Compact.
  3. Nell’impossibilità di modificare alcunché in termini legislativi, si procede come d’uso nella UE: si interpreteranno le regole per agli amici e si applicheranno per i nemici. Tra cui potrebbe finire un governo italiano eventualmente sgradito (come quello del 2018), scaturito dalle elezioni del 2023.

Se queste sono le coordinate che domineranno il futuro, nel presente l’assalto della realtà sta portando la Commissione a procedere con estrema prudenza con gli strumenti di tortura sopra elencati. Anche alla luce degli infausti esiti del 2011/2012.

A Bruxelles sono così terrorizzati dal ripetere gli errori fatali commessi all’inizio dello scorso decennio – quando precipitarono mezza UE (Italia in testa) in una seconda recessione, della quale ora ammettono candidamente la responsabilità – che mercoledì hanno ritenuto opportuno pubblicare una Comunicazione ufficiale su come intendono procedere nei prossimi mesi. L’eccezionalità del documento, di cui è sottolineato il carattere informale, è da sottolineare perché anticipa in modo inconsueto le prossime mosse della Commissione, che saranno poi formalmente adottate entro fine maggio, seguendo il calendario del ciclo di coordinamento delle politiche economiche che va sotto il nome di Semestre Europeo. L’urgenza è data anche dal fatto che gli Stati devono preparare i Piani per la Stabilità e la Convergenza per il prossimo aprile e queste linee guida servono a non farli operare al buio.

È anche probabile che questa particolare attenzione sia il frutto di una parvenza di fronte comune che si sta creando tra Paesi in seria difficoltà come Italia, Francia, Spagna, la cui forza potrebbe essere aiutata anche dall’autorevolezza di Mario Draghi nel gestire un dossier decisivo come quello costituito dalle politiche di bilancio pubblico degli Stati membri e dalle regole Ue che le disciplinano.

I Commissari Valdis Dombrovskis e Paolo Gentiloni, ormai abilmente calati nella parte del poliziotto cattivo e del poliziotto buono, si sono subito precipitati ad annunciare che – nonostante le procedure del SGP non siano affatto sospese, ma sia consentita solo una temporanea deviazione dagli obiettivi di medio termine – è essenziale che le politiche di bilancio siano adeguatamente espansive sia nel 2021 che nel 2022 e che deve essere evitato un prematuro ritiro di tali sostegni. Secondo il parere della Commissione, “la decisione di disattivare la clausola generale di salvaguardia dovrebbe essere presa dopo una valutazione globale dello stato dell’economia sulla base di criteri quantitativi. Il livello di attività economica nell’UE o nell’area dell’euro rispetto ai livelli pre-crisi (fine 2019) sarebbe il criterio quantitativo chiave per la Commissione nell’effettuare la sua valutazione complessiva della disattivazione o della continuazione dell’applicazione della clausola di salvaguardia generale. Pertanto le attuali indicazioni preliminari suggerirebbero di continuare ad applicare la clausola di salvaguardia generale nel 2022 e di disattivarla a partire dal 2023.”

Successivamente, una volta che i rischi per la salute diminuiscono, “le misure fiscali dovrebbero gradualmente passare a misure più misure più mirate e lungimiranti”, concludono i Commissari.

Ma ai Commissari è noto che l’impatto della crisi è stato fortemente asimmetrico ed altrettanto sarà la ripresa (Bankitalia prevede il ritorno del PIL dell’Italia al livello pre crisi alla fine del 2023) e quindi annunciano che “le situazioni specifiche dei paesi continueranno ad essere prese in considerazione anche dopo la disattivazione della clausola di salvaguardia generale. Nel caso in cui uno Stato membro non abbia recuperato il livello di attività economica pre-crisi, tutte le flessibilità all’interno del Patto di stabilità e crescita saranno pienamente utilizzate”. Purtroppo non rinunciano affatto al loro strumentario, ne allentano solo la presa, intestandosi una flessibilità di cui conosciamo bene le modalità applicative, e questo non può che preoccuparci.

Ove tali concetti non fossero arrivati in modo chiaro all’opinione pubblica italiana, li abbiamo ritrovati esattamente riproposti giovedì 4 nell’intervista di Federico Fubini a Dombrovskis, apparsa sul Corriere della Sera: per il momento fanno esercizio di bontà, ma mantengono comunque la pistola sul tavolo, e pure carica.

In quell’intervista Dombrovskis conferma che lo spazio per spendere per la ripresa, senza indebitarsi, sarà quello offerto dal Recovery Fund. Perché la Commissione ritiene che “Le spese finanziate dalle sovvenzioni dell’RRF daranno un impulso sostanziale all’economia nei prossimi anni, senza aumentare i deficit nazionali e il debito”. Ma questa affermazione fa a pugni con l’evidenza dei numeri: il RRF prevede sussidi per circa il 3% del PIL UE (per l’Italia il 5% del PIL) suddivisi in 6 anni fino al 2026 (con impegni da assumersi tutti entro il 2023).

Ma è la stessa Commissione ad ammettere che la risposta dei bilanci pubblici nazionali alla crisi – tra spese aggiuntive, minori tasse e stabilizzatori automatici – è stata pari a circa l’8% del PIL nel 2020. Senza essa, avremmo perso ulteriori 4,5 punti percentuali di PIL.

Allora, non può non balzare all’occhio l’enorme differenza di scala dimensionale tra l’elefante degli impegni di bilancio nazionali ed il topolino del RRF che dovrebbe fornire, secondo Bankitalia, una modesta crescita aggiuntiva di 2 punti percentuali entro il 2023-2024. Se la Commissione pensa di imporre agli Stati prudenza nella spesa, confidando nel RRF, potrebbe commettere l’ennesimo fatale errore.

Per il momento questo passa il convento e dobbiamo accontentarci di linee guida che assurgono al ruolo di fonti del diritto. Il trionfo della discrezionalità che non possiamo non leggere come una spada di Damocle pendente sul nostro Paese, soprattutto se ci azzarderemo a votare non seguendo l’insegnamento dei mercati.

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