Economia

Tutti i rischi del Mes che Conte dimentica

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Conte non può non sapere che i documenti di dettaglio di cui parla e che si riserva di valutare, sono informati alle disposizioni del Trattato che non lasciano scampo, a meno di farne uno nuovo. Il Mes, piaccia o no, è quello e non è adatto alle attuali circostanze. L’analisi di Giuseppe Liturri

 

Lo scontro al calor bianco sul tema dell’accesso ai prestiti del MES e sul connesso tema del progetto di emissione di eurobond per la ripresa, prosegue senza sosta e, probabilmente, si accentuerà sempre più in vista del decisivo Consiglio Europeo del 23 aprile.

Si fa sempre più largo il racconto farlocco del “regalo” di 36 miliardi per gli ospedali, all’insegna del “a caval donato non si guarda in bocca” di Romano Prodi . E la pressione sul M5S e sulla tenuta della maggioranza politica rischia di divenire insostenibile, soprattutto dopo che Vito Crimi non ha usato mezze misure: “Il MES senza condizionalità non esiste”.

Allora su questa vicenda bisogna essere netti. Crimi ha ragione. E sorge il dubbio che chi sostiene il contrario, nel migliore dei casi, sia semplicemente ignorante o, peggio, in malafede. Come autorevolmente sostenuto anche dal professor Giulio Sapelli.

Giova ripetere che il comunicato del Presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno è stato discusso parola per parola per 3 giorni, prima di arrivare al testo definitivo. Non è possibile che frasi come “si applicano le disposizioni del Trattato del MES” siano state scritte a caso. Oppure che sia anche casuale la frase “dopo la fine della crisi da COVID 19 gli Stati membri si impegneranno a rafforzare i fondamentali economici e finanziari coerentemente col quadro di sorveglianza macroeconomica, inclusa la relativa flessibilità”. Chi l’ha scritta parlava a nuora affinché suocera intendesse, ed aveva ben chiaro il funzionamento del Trattato sul MES. Che ha un unico principio informatore scolpito dappertutto, da cui non si può prescindere: “la rigorosa condizionalità”. Per cui, chi intende ricevere prestiti senza condizioni, ossimoro a parte, decida: o riesce in pochi giorni a scrivere un altro Trattato o si prende il MES in purezza. Tertium non datur.

La lettura delle linee guida del MES, 5 pagine e 7 articoli, sull’assistenza finanziaria precauzionale taglia la testa al toro e spiega per bene quale sia la trappola in cui si sta infilando il nostro Paese. IL MES ha due linee di assistenza finanziaria: una precauzionale (PCCL) ed una rafforzata (ECCL). Ed i prestiti “per gli ospedali” sono, in modo sospetto, erogati con quest’ultima linea (ECCL). L’ammissione alla prima linea è soggetta solo al rispetto di specifiche condizione predefinite di ammissibilità, sostanzialmente riconducibili al quadro di sorveglianza macroeconomica intorno a cui ruota il semestre europeo: la principale è il rispetto del Patto di Stabilità e dell’obiettivo di medio termine di saldo di bilancio pari al +0,5% del PIL.

La linea rafforzata, disponibile per chi non rispetta i criteri di ammissibilità precedenti, richiede invece un programma di misure correttive “alla greca”.

La concessione del prestito passa dalla preventiva definizione di queste condizioni in un protocollo di intesa, che il beneficiario negozia con la Commissione, la BCE e, laddove possibile, anche il FMI. Si presume che, nel caso specifico, questo protocollo d’intesa dovrebbe contenere solo il vincolo di destinazione del prestito per costi sostenuti per assistenza sanitaria cura e prevenzione per il COVID 19. Fin qui, tutto bene.

Ma, poiché il Trattato continua ad applicarsi, e non è sospeso come pretende di farci credere David Sassoli, il Paese beneficiario, per tutta la durata del prestito è sottoposto ad un intenso scrutinio, cosiddetta “sorveglianza rafforzata”, addirittura con missioni specifiche della Troika, per verificare la solidità delle sue finanze. E qui scatta la trappola. Se “il sistema di allerta” (art. 13 commi 6 e 7) lancia segnali preoccupanti, il Board del MES valuta se mantenere la linea di credito e può addirittura revocarla. A quel punto al Paese sarà richiesta l’adozione di un programma di aggiustamento macroeconomico in piena regola a cui inizialmente non era stato assoggettato. E tale programma può in seguito anche essere ulteriormente modificato a maggioranza qualificata dal Consiglio. È la logica ferrea che seguirebbe qualsiasi creditore.

Allora perché porre questa rigida ipoteca sulla residua agibilità della politica economica del nostro Paese, per una somma pari al 2% del nostro PIL?

Ce lo spiegò a novembre 2019, quasi voce dal sen fuggita, il professor Giampaolo Galli: “le regole formali (Patto di Stabilità e Crescita, Fiscal Compact) non hanno funzionato, talché alcuni paesi hanno continuato a accumulare debiti la cui sostenibilità nel tempo è sempre più dubbia […] L’idea dunque è che prima di fare operazioni che comportino condivisone di rischi – ad esempio, l’assicurazione comune sui depositi o un bilancio dell’Eurozona con finalità di stabilizzazione – occorre indurre i paesi devianti a ridurre i rischi. Un passaggio essenziale di questa strategia consiste nello spostare l’asse del potere in materia economica dalla Commissione Europea, considerata troppo politicizzata, ad un organismo intergovernativo e teoricamente più tecnico quale il MES”.

Lo stesso Galli che ha scritto su Twitter “lo spread è salito quasi a 240. Sicuri che si debba continuare con la lagna NoMES?”.

Se qualcuno avesse ancora dei dubbi, il MES serve a metterci definitivamente sotto tutela, in vista di un’ipotetico strumento di debito comune. L’ipoteca su qualsiasi futuro governo, magari non subalterno a Bruxelles sarà pesante. Ma rischiamo di fare la fine già fatta nel 2011 con Tremonti, che firmò il primo MES senza eurobond, nel 2013 con Letta, che firmò il bail-in senza garanzia sui depositi, e Conte nel 2019, che stava per firmare la riforma del MES, senza alcun pacchetto.

In settimana la linea di difesa di Conte si è ancora abbassata e si è quindi attestata al “bisognerà attendere prima di valutare”. Ciò che fino a ieri era inadeguato tout court, e poi adeguato solo per le spese sanitarie, oggi diventa oggetto di valutazione con tanti dubbi.

Forse qualcuno dei suoi consiglieri gli avrà fatto notare che continua ad applicarsi l’articolo 13 (commi 6 e 7) che prevede il monitoraggio e la valutazione costante del Paese debitore per tutta la durata del prestito. Così come si applica l’articolo 14 (comma 6) del Trattato, che dispone il potere di decidere “se la linea di credito è ancora adeguata o se sia necessaria un’altra forma di assistenza finanziaria”. E quando hai un debito/PIL proiettato al 160%, basta un attimo e ti ritrovi sotto programma di aggiustamento lacrime e sangue, anche se non inizialmente previsto.

Allora Conte, colto dal dubbio, per valutare l’effettiva convenienza dell’accesso al MES, rinvia alla lettura dei documenti che dettaglieranno le condizioni del prestito (protocollo di intesa e dispositivo di assistenza finanziaria). Ma qui finge di non ricordare che, per ottenere quei documenti, il Trattato richiede prima una domanda, seguita da un’istruttoria a cura della Commissione e della BCE, ed infine una decisione da parte del consiglio dei governatori. Solo a quel punto si negoziano le condizioni del protocollo d’intesa ed il direttore del MES prepara una proposta di accordo con tutti i dettagli. Conte ci conferma che intende chiedere il MES e poi ritirarsi se non gli vanno bene le condizioni. In altre parole, egli vorrebbe comportarsi come chi chiede un mutuo in banca, ottiene la delibera, e poi, quando il notaio legge il capitolato, si alza e va via perché non è d’accordo.

Ma anche questa imbarazzante tesi non regge. Infatti Conte non può non sapere che i documenti di dettaglio di cui parla e che si riserva di valutare, sono informati alle disposizioni del Trattato che non lasciano scampo, a meno di farne uno nuovo. Il MES, piaccia o no, è quello e non è adatto alle attuali circostanze.

Gli analisti di Citigroup hanno elencato tutte le caratteristiche che il MES dovrebbe avere, nessuna delle quali è posseduta dall’attuale meccanismo disciplinato dal Trattato del 2012. Merita evidenziare che il MES oggi sarebbe creditore privilegiato con il conseguente impatto negativo sul costo del debito da rinnovare che diventerebbe subordinato. Rischiamo di risparmiare pochi spiccioli su 36 miliardi di prestito e ritrovarci con maggiori interessi su 2.100 miliardi di titoli pubblici.

Cosa pensa di trovare Conte in quelle condizioni, che non sia già possibile prevedere, soprattutto da parte di un avvocato?

Ma nell’attesa che Conte faccia le sue valutazioni sull’effettiva convenienza a chiedere prestiti al MES, sia pure solo per finanziare le spese sanitarie, c’è un altro tormentone che impazza: gli Eurobond. La strategia di Conte punta a farci accettare obtorto collo il MES, in un negoziato che comprende le magnifiche sorti e progressive degli Eurobond. Il famoso “pacchetto di ventagli”. Il rischio per l’Italia è che il pacchetto si riveli semivuoto, come spesso accaduto in passato. Le parole con cui il Presidente del Consiglio Charles Michel ha annunciato la prossima riunione (“esaminare la possibilità di istituire un fondo temporaneo per la ripresa”) non sembrano proprio l’espressione di una ferrea volontà.

(domani la seconda parte dell’approfondimento che sarà dedicata agli Eurobond)

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