Economia

Tutte le sfide di Leonardo-Finmeccanica e Fincantieri

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 L’intervento di Michele Zanocco, segretario nazionale Fim Cisl

 

I mercati a cui fanno riferimento Fincantieri e Leonardo (ex Finmeccanica) sono prevalentemente di carattere istituzionale, sia nell’ambito civile sia della difesa, sia interno sia internazionale o caratterizzati da pochi grandi armatori o produttori che determinano la vita, lo sviluppo tecnologico delle società che operano in questi mercati.

L’asse attorno al quale ruotano i mercati della cantieristica, dell’aerospazio e difesa, si sta progressivamente spostando verso nuove aree economiche emergenti come Brasile, India, Cina, Turchia, Argentina o verso i paesi del Golfo che dispongono di importanti ricchezze da investire, seguendo anche i nuovi equilibri geopolitici in ridefinizione.

In Europa sono 3 i paesi leader nelle competenze tecnologiche e produttive: Francia, Italia e Germania, con Francia ed Italia davanti alla Germania per completezza di asset e tecnologie.

Ogni Paese dovrebbe puntare a rimanere leader nel settore, sostenendo la propria industria di avanguardia tecnologica e strategica, partendo dai fabbisogni del Paese stesso, per poi vendere anche nei mercati istituzionali esteri della difesa o del civile. È questo ciò che serve a garantire lo sviluppo occupazionale (quantitativo e qualitativo) e industriale nazionale e importanti vantaggi economici derivati dall’export.

Fortunatamente Fincantieri e Leonardo sono i “campioni italiani” anche nella fondamentale capacità di esportare i loro prodotti civili e militari. Complessivamente il mercato estero supera il 70% e in alcune produzioni si arriva alla quasi totalità.

Leonardo, ad esempio, si attesta ormai su circa l’80% di export che, soprattutto per il settore militare, è però già una soglia limite: è importante, infatti, mantenere una presenza solida anche nel mercato domestico poiché il cliente italiano, se operativamente soddisfatto, diventa la migliore promozione per la vendita all’estero.

Purtroppo, sempre più, il mercato della difesa italiano si contraddistingue per investimenti governativi deboli che, per la stragrande maggioranza, sono destinati al mantenimento del personale militare e civile delle Forze Armate. Sono pertanto ancora troppo scarse le risorse utilizzate per gli ammodernamenti e gli investimenti in nuovi programmi Anche al fine del supporto all’export risulta fondamentale un piano di politica di investimenti da parte del nostro Paese; è il “sistema-Italia” che deve funzionare, il sistema in cui, a partire dal Governo e dalle Istituzioni per arrivare ad aziende come Leonardo o Fincantieri e alla loro rete di fornitura costituita da piccole e medi imprese e non solo, tutti sono impegnati a sostenere e promuovere l’offerta italiana all’estero, in un gioco di squadra che deve puntare al rafforzamento reciproco dei soggetti in campo.

Insieme all’ambito militare bisogna sempre considerare anche il mercato civile poiché sempre più gli investimenti tecnologici nella difesa hanno ricadute ed utilizzi duali con diversi moltiplicatori di vantaggio tra cui la generazione di indotto qualificato in un rapporto triplo ai dipendenti diretti e un ritorno degli investimenti per il paese pari a circa 2,5 volte.

L’approccio duale che è, ormai, intrinseco nella domanda del mercato, lo deve essere anche nel profilo di aziende che puntano ad essere system integrator.

Ciò richiede di cogliere le sinergie delle competenze e delle infrastrutture del C5ISTAR, dell’Agenda Digitale e delle Smart Solutions (intermodalità), della Cyber Security e della Cyber Warfare, del presidio delle Exclusive Economic Zone (EEZ), della tecnologia Unmanned, della Homeland Defence e del CSAR del Controllo del Traffico Aereo e di orientare la sua evoluzione in base agli obiettivi di sviluppo e mantenimento delle tecnologie e dei componenti “civili”, che sono considerati strategici per il livello competitivo del prodotto.

Gli investimenti in questo settore quindi possono consentire la superiorità e l’avanguardia tecnologica anche per mercati diversi da quello della difesa, ampliando le possibilità di produzioni ed esportazioni a vantaggio del sistema Paese.

Tutto questo non può che avvenire con un nuovo protagonismo del governo attraverso scelte chiare di politica industriale coordinate e sostenute dai vari Ministeri interessati MEF, MISE, MIUR, Difesa, Interni Trasporti e Infrastrutture.

Questo sarà fondamentale nel processo sempre più ineludibile di una Politica Industriale Civile e della Difesa della Cantieristica, dell’Aerospazio, dell’Elettronica e delle Reti, che genererà accorpamenti, fusioni e programmi comuni (questi ultimi finanziati dai recenti fondi Europei), sia in una logica di efficienza degli investimenti comunitari, che per mantenere la prevalenza tecnologica nel mercato internazionale, sempre più competitivo ma più ampio, vista la velocità di crescita di importanti aree del mondo.

Dobbiamo evitare di arrivare a questi appuntamenti con un’industria italiana complessivamente debole o marginale: questo ci porterebbe a non avere alcun peso nelle alleanze che inevitabilmente si creeranno nel futuro, mettendo a rischio le capacità industriali e le opportunità occupazionali ad alto valore, condannandoci per sempre a dipendere da altri in questi settori sensibili e strategici. Dobbiamo affrontare queste sfide da protagonisti e non da comprimari, seppur nobili, pena l’uscita progressiva dal gruppo di testa.

Le alleanze internazionali pertanto non vanno viste come merce di scambio o strumenti per far quadrare i conti ma come ambiti dove far valere il nostro peso, sia all’interno dei luoghi decisionali, sia nello sviluppo dei prodotti, che per le ricadute industriali complessive nel nostro Paese.

La posta in gioco per tutti sarà la forza di mediazione tra governi e tra paesi: servirà pertanto essere attenti nella definizione delle intese, misurandone la qualità con parametri oggettivi sulle ricadute per il nostro paese come la capacità di cogliere gli importanti investimenti che l’Europa metterà a disposizione garantendo ricadute tecnologiche e di valore complessive per l’Italia, la crescita delle competenze complessive del sistema paese e il miglioramento dell’occupazione anche nella qualità dei posti di lavoro, in rafforzamento della ricerca e sviluppo funzionale alla crescita tecnologica, la generazione di un indotto qualificato in grado di supportare la crescita e soprattutto il mantenimento e lo sviluppo della design authority su sistemi e prodotti evitandone la cessione diretta o indiretta in ogni tipo di collaborazione.

Importanti progetti internazionali di successo (ad esempio l’EFA) ci dimostrano che la collaborazione fra imprese, sia italiane sia di paesi diversi, può avvenire senza la cessione della proprietà intellettuale di sistemi propri e senza il conferimento di tecnologie proprietarie.

Laddove ciò è avvenuto, al contrario, abbiamo assistito ad un progressivo depauperamento delle competenze espresse nell’ambito delle nostre aziende con la duplice conseguenza di un abbassamento del livello delle competenze richieste (anche all’indotto) e di un alto rischio di marginalizzazione del ruolo del nostro Paese negli ambiti politici e di politica industriale internazionali del settore.

Un paese che punta a stare tra i primi non può però pensare di basarsi solo su grandi “campioni nazionali”: è indispensabile che questi siano generativi di un indotto di fornitori a supporto sempre più qualificato e integrato nei processi di crescita.

È pertanto fondamentale una rete di Pmi (e non solo) che abbiano capacità tecnologiche, siano dotate di competenze, strutture snelle e flessibili, capaci di accompagnare e stare al passo con le grandi aziende per cui lavorano.

Oltre a queste servono anche dei fornitori che abbiano la capacità di essere business partner, società di più grandi dimensioni e che associno alle competenze e professionalità necessarie, la capacità di reggere finanziariamente i rapporti con i “campioni”, potendo a loro volta sostenere investimenti in tecnologie allo stato dell’arte in periodi medio lunghi.

Fincantieri e Leonardo sono stati, da sempre, importanti generatori per il paese di aziende come queste e tutt’ora, la catena della fornitura interviene in fasi importanti dei prodotti, dei processi e dei sistemi, anche per attività “core”, occupando multipli dei lavoratori loro dipendenti diretti.

Questo è un patrimonio che va sostenuto anche dal sistema bancario privato e pubblico del paese anche dal punto di vista finanziario, proprio in considerazione dei tempi di sviluppo delle tecnologie e dei lunghi tempi di ritorno degli investimenti.

Fincantieri e Leonardo possono pertanto essere le fondamenta solide da cui ricostruire non solo un forte e qualificato rilancio industriale ed occupazionale per l’Italia ma carte importanti da usare nell’attività di politica estera, europea ed internazionale, per far valere il peso del nostro paese nel mondo.
Dobbiamo averne cura. Di entrambe.

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