Economia

Tutte le ipocrisie sullo stipendio di Tridico (Inps)

di

emergenza

“Mi rifiuto di considerare uno scandalo che al presidente di un ente come l’Inps si autorizzi da parte delle autorità competenti, o vigilanti, uno stipendio annuo di 150 mila euro lordi, dai 62 mila iniziali, che rimane pur sempre inferiore di 90 mila euro a quello dei 40 suoi direttori generali”. I Graffi di Damato

Sarebbe il colmo, da comica finale, se il secondo governo di Giuseppe Conte a maggioranza giallorossa, diversamente da quella gialloverde del primo, scivolasse su una buccia di banana come quella dello stipendio del presidente dell’Inps Pasquale Tridico. Sarebbe il colmo se fosse travolto dalla “bufera” annunciata dal Messaggero a proposito di questa vicenda, per fortuna non ancora tradotta su altri giornali in una tromba d’aria o in una bomba d’acqua, cui cominciano ad abituarci anche in Italia. Sarebbe davvero il colmo. E infatti non accadrà.

Vedrete che di questa faccenda, al netto o al lordo degli arretrati controversi, rimarrà sul tappeto, quando e se mai se ne tireranno le somme, solo la conferma dell’infimo stato di ipocrisia e doppiezza in cui è stata ridotta la politica italiana. E ciò solo per inseguire sotto l’arco del Tito di turno – prima Umberto Bossi, a cavallo tra la prima e la seconda Repubblica, e poi Beppe Grillo – le farfalle della demagogia e del moralismo.

Stento, anzi mi rifiuto di considerare uno scandalo, sperando di non contribuire con questo a danneggiare l’interessato, che al presidente di un ente come l’Inps si autorizzi da parte delle autorità competenti, o vigilanti, uno stipendio annuo di 150 mila euro lordi, dai 62 mila iniziali, che rimane pur sempre inferiore di 90 mila euro a quello dei 40 suoi direttori generali. E che questa verità non abbia avuto il coraggio di dirla o rivendicarla, riservandosi invece di riflettere e informarsi, l’attuale ministro degli Esteri Luigi Di Maio, cui Tridico deve la sua nomina al vertice dell’Inps, la dice lunga sulla credibilità e dimensione politica – o persino umana – dell’ex capo forse addirittura rientrante del Movimento 5 Stelle. Attorno ai cui gruppi parlamentari ruotano da più di due anni e mezzo i cosiddetti equilibri politici nazionali, cioè squilibri.

L’idea che il giovane Tridico possa essere cacciato via dall’Inps non per gli errori commessi nella valutazione, per esempio, del cosiddetto reddito di cittadinanza di stampo grillino, che avrebbe dovuto abolire la povertà in Italia, o nella gestione delle misure di emergenza virale disposte dal governo nel campo dell’assistenza e della previdenza, ma per il tentativo di ottenere un compenso meno basso di quelli riservati ai dirigenti che lo affiancano, o dovrebbero affiancarlo, non mi fa ridere ma indignare. Altrettanto dico della pausa di riflessione e informazione che si è preso non solo Di Maio, proveniente dalle scalinate dello stadio di Napoli con birre e simili a tracolla da vendere agli spettatori, ma anche l’avvocato civilista e professore di diritto Giuseppe Conte.

Sul piano più strettamente politico è a dir poco penoso il palleggio di responsabilità in corso a livello di cosiddetta vigilanza, con i ministri attuali dell’Economia e del Lavoro che ritengono di dover giustificare il loro sì all’aumento di stipendio di Tridico, risalente al 7 agosto, con l’accordo preso e le procedure avviate in quella direzione dai loro predecessori l’anno scorso, quando la maggioranza era gialloverde e non giallorossa.

Mi chiedo ciceronianamente sino a quando riterranno di abusare della pazienza degli italiani sia i governanti di oggi sia quelli di ieri, che ora dall’opposizione -parlo naturalmente dei leghisti- usano Tridico come un pupazzo sputandogli addosso e reclamandone le dimissioni, dopo averne consentito la carriera di pubblico amministratore.

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