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I fini dei dazi di Trump non sono commerciali ma fiscali

La strategia trumpiana su dazi e non solo commentata dall'economista Lorenzo Bini Smaghi intervistato da Stefano Feltri di Appunti.

A posteriori, qual era il vero scopo dei dazi?

Per capire l’obiettivo occorre tornare alla campagna elettorale del 2024. Il messaggio vincente è stato che gli Stati Uniti, pur in un anno di crescita e con disoccupazione ai minimi, restavano un Paese in cui una parte della popolazione soffriva: soprattutto gli Stati del Midwest, colpiti dall’inflazione e dalla deindustrializzazione. Dopo la grande crisi finanziaria, la manifattura americana si è sostanzialmente dimezzata.

Trump ha costruito un messaggio politicamente efficace, perché facilmente comprensibile da certi segmenti di elettorato: la colpa è degli stranieri, «ci hanno portato via i posti di lavoro». I responsabili dei problemi americani diventano i Paesi con surplus commerciale verso gli Stati Uniti: la Cina, il Messico e, in parte, anche l’Europa.

In questo quadro, i dazi — cioè tasse per penalizzare chi produce all’estero e importa negli Stati Uniti — vengono presentati come lo strumento naturale per reindustrializzare il Paese e riequilibrare gli scambi, quindi per ricreare posti di lavoro.

Questa è la dimensione elettorale. Ma se l’obiettivo fosse stato davvero quello, i dazi sarebbero stati applicati in modo selettivo, sui prodotti che possono essere sostituiti da produzione nazionale. Non si sarebbero tassate le banane, ad esempio, che negli Stati Uniti non si producono; si sarebbero colpiti, semmai, beni come automobili e motociclette.

Invece l’approccio è stato diverso: dazi generalizzati, anche verso Paesi che non hanno un surplus commerciale con gli Stati Uniti. Il caso del Regno Unito — che ha un deficit commerciale verso gli Stati Uniti, ma viene comunque trattato come l’Unione europea che è in surplus — indica che, al di là del racconto della campagna elettorale, lo scopo potrebbe essere un altro, comprensibile da una prospettiva di politica fiscale, e non commerciale.

La Corte Suprema dovrà stabilire se Trump avesse o meno il potere di imporre questa ondata di dazi. I dazi, in concreto, funzionano come una tassa; e negli Stati Uniti le tasse non sono materia esclusiva del Presidente, ma coinvolgono anche il Congresso, per l’equilibrio tra potere esecutivo e legislativo.

Il Presidente può invocare poteri straordinari in situazioni di emergenza legate alla politica estera; ma se l’imposizione tariffaria viene letta come politica fiscale interna, allora diventa necessario un passaggio parlamentare.

Trump, non a caso, sta già preparando il terreno sostenendo che una bocciatura della Corte Suprema provocherebbe un danno per le casse federali.

È un indizio ulteriore: oltre al tema dei posti di lavoro, i dazi servono soprattutto ad aumentare le entrate, tassando i consumi. La “comunicazione” politica è semplice: far credere che le tasse le paghino gli stranieri. In realtà, i dazi ricadono su consumatori e imprese americane.

Questa impostazione rientra in una tradizione repubblicana: tassare i consumi e ridurre, invece, l’imposizione sugli investimenti e sugli utili delle imprese. Il cosiddetto Big beautiful bill è sostenibile solo se, almeno in parte, viene finanziato da nuove entrate.

Poiché aumentare esplicitamente le tasse è politicamente difficile, i dazi consentono di farlo in modo “indiretto”, presentandoli come un onere imposto agli altri.

Quindi i dazi sono da leggere come strumento di politica fiscale e non commerciale?

La strategia, in realtà, appare più ampia. L’obiettivo di fondo è sostenere gli investimenti, soprattutto nell’alta tecnologia, perché è lì che si gioca la competizione con la Cina. Il primato tecnologico è un obiettivo bipartisan negli Stati Uniti. La leva americana è la riduzione delle tasse; la leva cinese sono le sovvenzioni, più o meno esplicite.

Da entrambe le parti si osservano disavanzi pubblici elevati, nell’ordine del 7-8 per cento del Pil, con debito in crescita: è una corsa all’indebitamento e agli incentivi che alimenta la competizione tecnologica. In questa cornice, i dazi sono una componente di quella strategia.

Se ci si concentra solo sui dazi, si tende a chiedersi se producano inflazione e quali effetti abbiano sui prezzi. Ma l’economia americana, finora, tiene: cresce oltre il 2 per cento, e il mercato azionario beneficia della riduzione fiscale, con effetti indiretti sui consumi, dato che molte famiglie americane detengono una quota significativa di attività rischiose come le azioni.

Di per sé, i dazi hanno un impatto recessivo: riducono il potere d’acquisto, e se non c’è una sostituzione rapida delle importazioni con produzione interna possono comprimere la domanda nel Paese che li impone, mentre riducono le esportazioni nel Paese colpito. Ma, combinati con tagli fiscali, nell’insieme sostengono la crescita.

Il punto spesso trascurato nelle analisi è il debito pubblico: oggi è intorno al 120 per cento del Pil e le proiezioni per i prossimi anni lo portano verso il 140 per cento, quindi oltre il livello italiano. Non esiste un indicatore univoco del livello “sostenibile” del debito pubblico di un paese, ma la dinamica americana è sicuramente problematica. È uno di quei dossier che, spesso, vengono rinviati al governo successivo.

L’andamento del dollaro e del prezzo dell’oro indicano che queste scelte di Trump stanno mettendo in discussione il ruolo del dollaro nel sistema finanziario internazionale o rispecchiano soprattutto l’incertezza diffusa e i nuovi rischi geopolitici?

Se questa politica fosse sostenuta a lungo, è plausibile che aumenti il premio per il rischio per i titoli in dollari e, più in generale, sulle attività americane. La domanda, però, è: quale alternativa esiste davvero? Si può discutere se l’euro possa essere un’opzione in prospettiva, ma oggi non lo è.

C’è poi un terzo elemento, oltre a politica fiscale e dazi: la deregolamentazione e l’uso del sistema finanziario americano come leva di crescita.

Leggendo la nuova National Security Strategy, colpisce che tra gli strumenti della politica estera americana venga citato anche il sistema finanziario. La forza del dollaro non è solo la moneta, ma l’ecosistema finanziario statunitense: mercati profondi e liquidi, molti intermediari, grandi fondi, grandi banche.

Per questo, nonostante il rischio dollaro — che può tradursi in un dollaro più debole e in tassi a lungo termine più elevati — l’alternativa, per gli investitori globali, oggi è limitata.

Il mercato americano continua a essere il più attrattivo, soprattutto nei settori che beneficiano delle riduzioni fiscali.

E perché aumenta il prezzo dell’oro?

L’oro tende a salire con l’inflazione e con la percezione di rischio geopolitico. Nelle ultime settimane, i timori legati ai conflitti sono aumentati. Inoltre, alcune banche centrali — a partire dalla Cina — stanno riducendo l’esposizione in dollari perché vogliono limitare la dipendenza dalla valuta americana.

Le alternative, però, non sono molte. L’euro potrebbe esserlo, ma il mercato finanziario europeo resta troppo frammentato.

In questo spazio si inseriscono l’oro e, in parte, anche le criptovalute: strumenti temporanei per chi vuole protezione e preferisce attendere prima di riallocare su altri asset.

Trump esercita da tempo pressioni per aumentare l’influenza sulla Federal Reserve, con i tentativi di far dimettere la governatrice Lisa Cook e poi l’attacco al presidente Jerome Powell, che però scade comunque tra pochi mesi. Perché accelerare lo scontro adesso e quale risultato immediato cerca di ottenere Trump?

Powell è in uscita; nel Board della Fed ci sono già membri nominati da Trump; e a maggio il Presidente potrà nominare il nuovo presidente, consolidando una maggioranza all’interno del Board. Perché, allora, questa urgenza?

L’ipotesi è che la strategia fiscale non stia producendo benefici diffusi per quella parte dell’elettorato a cui Trump aveva promesso miglioramenti, soprattutto su occupazione e inflazione.

I sondaggi e i risultati elettorali intermedi segnalano un’erosione del consenso, anche in Stati tradizionalmente repubblicani. Con le elezioni di midterm a novembre, il rischio politico è alto: perdere la maggioranza al Congresso significherebbe esporsi al blocco delle politiche messe in atto dall’Amministrazione e, nei casi più estremi, a procedure di impeachment.

Servono dunque risultati rapidi sull’economia. Ma un taglio dei tassi impiega diversi mesi per trasmettersi all’economia reale. Da qui la spinta per tassi più bassi “subito”: per sostenere il settore immobiliare, le borse e i consumi.

Nei prossimi mesi, se non si vedrà un miglioramento— non solo per le imprese tecnologiche, ma anche per redditi e occupazione — aumenterà la pressione per misure più espansive, monetarie e fiscali. Nel dibattito è comparsa persino l’ipotesi di un bonus famiglia: 1.000 euro a persona per nuclei sotto i 100.000 dollari annui.

A un osservatore esterno può sembrare irrazionale; in una logica elettorale, invece, è coerente: più si avvicina la scadenza, più aumenta la pressione per mettere in atto misure di forte stimolo monetario e fiscale.

(Estratto da Appunti)

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