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Guerra di comunicatori in Tim, il destino di Mps e Carige, Chigi pro aiuti all’editoria, cosa fa Israele sulla quarta dose anti Covid

Arnese

Tim, Carige, Mps, Palazzo Chigi, Covid, Israele, Portogallo, Google e non solo. Pillole di rassegna stampa (solo web) nei tweet di Michele Arnese, direttore di Startmag

 

MPS E CARIGE? BANCHE ZOMBIE. PAROLA DELL’ECONOMISTA PENATI

 

GUERRA DI COMUNICATORI IN TIM

 

PUTINATE ANTI GOOGLE

 

FRODI A STELLE E STRISCE

 

PALLONI AMERIKANI

 

OMICRON LUSITANA

 

STOP QUARTA DOSE IN ISRAELE?

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ESTRATTO DI UN ARTICOLO DI ALESSANDRO PENATI SU MPS E CARIGE: FONTE: DOMANI QUOTIDIANO

L’offerta di Bper per Carige ha la stessa struttura di quella di Unicredit per Mps. Per prima cosa si vuole che l’acquisizione, e la successiva fusione, non peggiori i requisiti patrimoniali e la struttura dei costi della banca acquirente, e per questo si chiede: la cessione di tutti i crediti deteriorati e una valutazione conservativa dell’intero attivo; la manleva per rischi legali e contingenze negative; la ristrutturazione per ridurre i costi operativi; e dopo che tutte le minusvalenze, costi di ristrutturazione e svalutazioni sono state fatte emergere, un aumento di capitale “preventivo” a carico dei vecchi azionisti per portare i ratio patrimoniali in linea con quelli più elevati dell’acquirente.

Se si guarda alle offerte di Bper e Unicredit con occhio disincantato si coglie un elemento curioso: oltre al valore economico dei vari benefici concessi all’acquirente, il venditore, lo Stato per Mps, o il Fidt per Carige, verserebbe nella banca come aumento di capitale “preventivo” più soldi di quanti ne incasserebbe dalla successiva vendita. In pratica, è il venditore che paga l’acquirente, anche se indirettamente; l’opposto di quanto avviene in ogni normale transazione. Il che equivale ad attribuire a Mps o Carige un valore negativo.

Con la tipica creatività italica questo prezzo negativo è stato ribattezzato “dote”, ma altro non è che il pagamento da parte del venditore affinché il compratore si accolli la banca.In entrambi i casi l’aumento di capitale “preventivo” serve solo a mascherare questo pagamento a favore del compratore.

Anche se nessuno lo dice apertamente, Mps e Carige sono banche zombie: nello stato in cui sono non hanno reali possibilità di sopravvivenza; ma come tutti gli zombie possono camminare ancora a lungo anche se, più passa il tempo, minore sarà il loro valore.

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ESTRATTO DI UN ARTICOLO DI REPUBBLICA SU AIUTI STATALI ALL’EDITORIA:

Gli aiuti che lo Stato italiano indirizza all’editoria giornalistica non rappresentano né un caso unico in Europa né un’anomalia. Al contrario, sono in linea — per caratteristiche e finalità — a quelli che ogni Nazione europea riserva al settore dell’informazione. L’ammontare del sostegno italiano, peraltro, non è il più alto. In una classifica di sette Paesi — che la Presidenza del Consiglio valuta in un suo studio — il nostro si classifica tra il quinto e il sesto posto (a seconda del criterio adottato). Lo studio — “Il sostegno all’editoria nei principali Paesi d’Europa” — è stato curato dal Dipartimento per l’informazione e l’editoria della Presidenza del Consiglio. Nel grafico di pagina 66, lo studio misura il gettito dello Stato verso l’editoria in rapporto alla ricchezza che la comunità nazionale produce nell’anno. Ed è qui che l’Italia si posiziona quinta (con una percentuale di contributi dello 0,014 rispetto al Pil). Nel girone, cediamo il passo a Danimarca, Svezia, Norvegia e Francia (che è allo 0,017). E siamo addirittura sesti se consideriamo le risorse pro capite. Nell’introduzione dello studio, il sottosegretario all’Editoria Giuseppe Moles ricorda le critiche che gli aiuti ricevono. Qualcuno sostiene che lo Stato, mentre si occupa del settore editoriale, va al di là dei suoi compiti. Qualcuno sospetta che lo Stato finanzi gli editori per conquistarsi la loro benevolenza. Quale testata giornalistica, supportata da un governo, avrebbe interesse a fare le pulci al suo benefattore? Moles smonta entrambe le argomentazioni. Osserva, intanto, che gli aiuti pubblici non deprimono e semmai esaltano la libertà delle redazioni. Il World Press Freedom Index — che misura la libertà di fare informazione in tutte le Nazioni — vede nelle prime posizioni (e più libere) Norvegia, Svezia e Danimarca, dove i sostegni dello Stato sono tra i più generosi. Sempre Moles fa sua una frase dell’economista statunitense Joseph Stiglitz: «L’informazione è un bene pubblico e in quanto bene pubblico ha bisogno di sostegno pubblico». Parole che anche l’organizzazione internazionale Unesco è solita rilanciare. Lo studio conduce, poi, un viaggio in otto Nazioni, oltre alla nostra. Ci sono Austria e Germania. C’è la Francia, il Regno Unito. Poi l’area scandinava, rappresentata da Danimarca, Finlandia, Svezia, Norvegia. Il giro dell’Europa rivela che le norme non sono esattamente le stesse. Ma i tratti comuni sono molto diffusi tra aiuti diretti, aiuti indiretti e di emergenza (perché conseguenza della pandemia). La strategia italiana dunque non è un fenomeno isolato, tutt’altro. Finanche il regime dell’Iva, che premia ovunque l’editoria giornalistica, ha un profilo ricorrente. Scrive lo studio: «Nel Regno Unito, il pane gode di un’esenzione totale dall’aliquota Iva non diversamente dai prodotti editoriali. Della stessa aliquota agevolata dei prodotti editoriali godono alcuni prodotti alimentari essenziali in Germania (7%), in Italia (4%) e in Austria (10%)».

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