Economia

Luci e ombre del sistema pensionistico

di

sistema pensionistico

L’intervento di Pietro Gonella e Stefano Biasioli sul sistema pensionistico dopo la presentazione del Rapporto del centro studi Itinerari Previdenziali 


PREMESSA

Il Rapporto evidenzia che UE, FMI, OCSE hanno paventato situazioni di insostenibilità nel medio lungo periodo della spesa per pensioni.

Ciò è giustificabile per alcune questioni di grande rilievo come:

  • eccesso di debito pubblico,
  • spesa assistenziale molto elevata e inefficiente,
  • bassi tassi di occupazione.

Uno stesso livello di preoccupazione non è però giustificabile per la spesa pensionistica “pura”.

SITUAZIONE DEL SISTEMA PREVIDENZIALE ITALIANO

Nel 2018 il rapporto occupati/pensionati ha raggiunto il valore più alto degli ultimi 22 anni: 1,45 contro 1,35 del 2013.

La spesa pensionistica effettiva al netto dei trasferimenti monetari di natura assistenziale ha segnato nell’ultimo quinquennio un incremento annuale dello 0,7%.

Il modello della EPC-WGA ( Economic Policy Committee – Working Group on Ageing) indica una spesa per pensioni ad un livello del 15,6% rispetto al PIL. Addirittura del 18,4% nel 2042!

I VARI MODELLI PREVISIONALI

Domanda da porsi: i vari modelli previsionali sono metodologicamente coerenti?

Tali modelli previsionali presentano aspetti metodologici e una affidabilità dei dati diversificati, non omogenei. Si riassumono le loro proiezioni rispetto al PIL italiano:

                   2040                2070

RGS            16,2%             13,1%

WGA          18,3%             13,8%

FMI             20,5%             15,7%

 

Sussistono concordi valutazioni generali che lasciano presagire un futuro non roseo per l’Italia. L’effetto combinato determinato da:

  • aumento aspettative di vita
  • bassa natalità
  • riduzione dei flussi migratori netti

induce infatti, per il futuro, un ulteriore processo di invecchiamento (processo che già oggi è al disopra della media europea).

WGA, ma ancor più il FMI, ipotizzano una dinamica della produttività (e quindi crescita economica) sistematicamente al di sotto delle medie europee.

Per verificare la fondatezza delle previsioni il Rapporto ha svolto un’analisi valutativa delle ipotesi assunte dai vari modelli attraverso una serie di capitoli che approfondiscono:

1. le conseguenze delle proiezioni a lungo termine e ipotesi di scenari alternativi;
2. il quadro demografico;
3. popolazione in età di lavoro, forze lavoro e occupazione;
4. variabili macroeconomiche, produttività e crescita dell’economia;
5. risultati, conclusioni e proposte: cosa non fare e cosa invece fare.

IL RAPPORTO SPESA PENSIONISTICA SUL PIL

* Il Rapporto di Itinerari Previdenziali, che utilizza la metodica del disciolto Nucleo di Valutazione della Spesa Previdenziale, valuta questo rapporto, al netto della componente assistenziale (GIAS), al 12,87% per il 2017, con una media a 10 anni attorno al 12,6%.

* L’Inps nella relazione annuale per l’anno 2018 specifica che la spesa pensionistica al netto della componente assistenziale (GIAS) è pari al 12,01% mentre al lordo dell’assistenza è pari al 15,12%.

* La Ragioneria Generale dello Stato nel suo rapporto annuale “Le tendenze di medio lungo periodo della spesa pensionistica, sanitaria e LTC” posiziona il rapporto al 15,5% ma comprende tutta la componente GIAS (circa 2 per cento del Pil), le pensioni e gli assegni sociali che sono assistenza pura e le pensioni delle Regioni e degli organi costituzionali.

*Infine Istat calcola il rapporto che comunica a Eurostat nella misura del 16,1% (dato 2016) che considera anche tutte le prestazioni assistenziali, quelle erogate da sistemi privati, le invalidità civili, le indennità di accompagnamento, le pensioni indennitarie erogate dall’Inail e altre prestazioni. peraltro è la stessa Istat a chiarire che non si tratta di pensioni.

Vale la pena di mettere sequenzialmente a confronto tali rapporti:

*Itinerari Previdenziali 12,87%

*Inps 12,01%

*Rgs 15,5%

*Istat 16,1%

E’ stato proprio il dato comunicato da Istat (causato in parte dalle scelte di policy che negli ultimi anni hanno caricato tutti gli interventi assistenziali e di sostegno al reddito sul capitolo pensioni) la causa scatenante della Riforma Monti-Fornero del 2011, poiché all’epoca la spesa per pensioni italiana nella versione Istat era superiore al 16,5%, mentre la media europea era inferiore al 13%; era quindi ovvio che la Commissione chiedesse come manovra principale la riduzione di almeno 2,5 punti percentuali del rapporto, misura realizzata facendo leva prevalentemente sui lavoratori che già versano elevati contributi sociali al sistema pensionistico con finalità previdenziali; per contro i beneficiari “assistiti”, cioè che non hanno totalmente o parzialmente contribuzione, si sono visti aumentare le loro prestazioni, con un relativo incremento dello squilibrio finanziato dalla fiscalità generale.

L’ASSISTENZA

Il problema italiano, dopo la serie di riforme di sistema dal 1992 al 2012, non riguarda perciò le pensioni di natura previdenziale, il cui rapporto tra contributi pagati dalla produzione (lavoratori e datori di lavoro) e prestazioni è in equilibrio (addirittura in attivo se si considera la spesa pensionistica al netto delle imposte, pur considerando che la contribuzione del datore di lavoro e del lavoratore alla previdenza sociale non sono assoggettate a imposizione fiscale). L’Italia è uno dei pochi Paesi ad avere sia un aggancio automatico tra aumento dell’aspettativa di vita ed età di pensionamento che coefficienti di trasformazione che si riducono automaticamente all’incremento delle stesse aspettative di vita. Grazie a questi due potenti stabilizzatori, la spesa pensionistica può crescere ma solo in modo marginale. Il problema vero è la spesa assistenziale che è aumentata in questi ultimi 11 anni di ben 43 miliardi l’anno in modo strutturale, riflettendosi negativamente sul debito pubblico. Ed allora va costruita in Italia, come prevede anche il Jobs Act del 2015, una banca dati dell’assistenza con la prospettiva verosimile di ottenere risparmi annui di oltre il 5%.

COSA FARE

E’ necessario rivedere i sistemi contabili e le classificazioni della spesa sociale e di quella pensionistica, in particolare poiché sono proprio i risultati contabili che determinano le decisioni politiche e le valutazioni europee. Come si è visto sopra la spesa pensionistica calcolata dalle differenti istituzioni varia di molto e, salvo per Inps e Itinerari Previdenziali, non viene scomposta in spesa pensionistica al netto dell’assistenza; ancor di più Istat inserisce una quantità di voci che non sono pensioni in senso stretto. Tuttavia il dato Istat è quello che conta in sede europea ed essendo molto alto crea all’Italia parecchi problemi.

Nonostante la Commissione UE abbia più volte invitato l’Italia a non caricare sul “ capitolo pensioni” voci di spesa che sarebbe stato più appropriato imputare ad altri capitoli, l’Italia ha puntato tutto sulle pensioni. Dopo il periodo delle grandi riforme di Amato, Dini, Berlusconi (in parte), Prodi, fu proprio Berlusconi a caricare sulla spesa pensionistica le cosiddette pensioni da “un milione di lire al mese” nel 2001. Sono poi arrivati altri provvedimenti:

– contribuzione per giovani e disoccupati,

– decontribuzione al Sud,

– prepensionamenti,

– 14^ mensilità,

– APE social,

– precoci,

– pensione di cittadinanza,

– quota 100,

che, pur essendo nella sostanza assistenziali, sono stati caricati sulla “voce pensioni”.

E’ necessario fare, per quanto sopra e innanzitutto, la “anagrafe generale dell’assistenza”, cioè la banca dati sull’assistenza dove confluiscono per codice e per nucleo familiare tutte le prestazioni erogate dallo Stato, dagli enti pubblici e dagli enti locali cui associare le prestazioni offerte dal settore privato, al fine di conoscere correttamente e completamente quanto ogni soggetto e ogni nucleo familiare percepisce dai vari soggetti erogatori e, come già avvenuto/riscontrato per il Reddito di Cittadinanza, non sarebbe da escludere un risparmio sui circa 130 miliardi di spesa a carico della fiscalità generale.

Inoltre occorre realizzare un indice per la sola spesa pensionistica, un altro indice per la spesa assistenziale che annualmente aumenta del 5%, un terzo indicatore per le rendite infortunistiche Inail.

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