I giornali più impegnati sul fronte del NO, che dunque si sono rivelati in sintonia con una maggioranza del Paese in una battaglia per il consenso molto aspra e polarizzante, sono tutti in una fase di complessa e spesso dolorosa evoluzione.
E questo spinge a pensare che avere una linea editoriale politicamente efficace, poter contare su opinionisti molto visibili, insomma, avere una grande influenza sul dibattito pubblico sia ormai una faccenda completamente sganciata dai conti e dalla sostenibilità economica.
Il caso più clamoroso è quello di Repubblica: proprio nel giorno del referendum, chissà se per una coincidenza o per una strategia di comunicazione, la Exor di John Elkann ha ufficializzato la cessione di tutto il gruppo GEDI tranne La Stampa alla holding greca Antenna, di cui poco si sa nonostante gli sforzi di indagine dei giornalisti delle stesse testate oggetto della cessione.
Il governo nei mesi scorsi aveva anche ventilato l’uso del golden power, come se GEDI fosse un asset di rilevanza strategica per la sicurezza nazionale, ma poi anche quella polemica è svanita nel frastuono della campagna elettorale.
E la vendita si è consumata nella sostanziale indifferenza generale, appena una settimana dopo la chiusura della mostra celebrativa a Roma per i cinquant’anni del giornale. Inaugurata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e chiusa, simbolicamente, dalla vendita.
Da qualche anno GEDI non è più quotata in Borsa, dunque ci sono meno informazioni, e ha cambiato perimetro societario più volte, dunque i confronti col passato sono difficili. Ma dal 2020, quando è entrato John Elkann con Exor, GEDI ha accumulato circa 277 milioni di perdite e non sembra avere margini di ripresa a parità di modello di business.
La Stampa è rimasta fuori dall’operazione di vendita da Exor ai greci di Antenna, passa al gruppo SAE guidato da Alberto Leonardis, ma non è detto che sia una notizia più rassicurante: come ha ricostruito Gianni Dragoni sul Fatto Quotidiano, Leonardis è un “aggregatore di capitali” che non ha: in questi anni ha rilevato molte testate locali dismesse dal gruppo GEDI, dalla Toscana all’Emilia-Romagna alla Sardegna, ma i capitali venivaNO da soci terzi. Di SAE Leonardis controlla soltanto il 3 per cento del capitale, per il resto servono partner.
In Sardegna, per esempio, Leonardis, ha costruito una operazione editoriale che ha al centro due poteri forti locali, Antonello Cabras e Michele De Pascale, quest’ultimo proprietario dell’aeroporto di Cagliari.
Niente di nuovo, i giornali sono sempre stati in mano a imprenditori in cerca di influenza e con interessi in altri settori: ma al conflitto di interessi di solito corrisponde una certa tolleranza alle perdite. Se vuoi influenza con giornali che non hanno sufficienti ricavi, metti in conto di sostenere dei costi.
Oggi, invece, non sembra più essere così: nel settore in crisi, gli editori impuri riescono ad avere giornali senza grandi investimenti.
Il caso del Fatto Quotidiano è diverso: come ai tempi del referendum 2016, quando anche io ci lavoravo, è stato il vero centro di coordinamento della campagna referendaria per il NO. E, come nel 2016, il suo direttore Marco Travaglio è stato il volto più riconoscibile dell’opposizione alla riforma della Costituzione.
Proprio nei giorni del referendum, nei quali il Fatto dimostrava la sua massima capacità di impatto politico, la società editrice SEIF annunciava la decisione di chiedere un finanziamento pubblico che è in contrasto con la testata stessa del giornale, dove si legge “non riceve alcun finanziamento pubblico”.
In un comunicato, l’azienda annuncia di aver presentato domanda per un “un contributo straordinario all’editoria per la stampa dei giornali cartacei nella misura di 10 centesimi per ogni copia venduta” previsto da un decreto del governo Meloni di dicembre.
Non è il contributo discrezionale ai giornali gestito da palazzo Chigi che il Fatto ha sempre contestato, ma è comunque un aiuto pubblico necessario, scrive l’azienda, “per garantire la continuità aziendale, supportare la transizione digitale in corso e prevenire eventuali situazioni di rischio”.
Sia l’azienda che il direttore Travaglio, per rassicurare un pubblico educato a diffidare dai finanziamenti pubblici, hanno detto che la speranza è quella di non averne bisogno. Se ci saranno abbastanza abbonamenti e pubblicità, l’azienda non lo incasserà.
In realtà, la situazione del Fatto Quotidiano è singolare: poiché l’azienda è quotata in Borsa, pubblica relazioni semestrali sulla gestione.
Nell’ultima, quella del 30 giugno 2025, si legge che all’alta influenza del giornale corrisponde un modello di business solido, nel senso che il margine operativo lordo che misura l’andamento dell’attività caratteristica è positivo per oltre un milione di euro. Ma quando al conto si aggiungono gli ammortamenti per investimenti passati, soprattutto in campo televisivo, che evidentemente non hanno dato i risultati previsti il risultato finale è una pesante perdita di 1,5 milioni di euro in sei mesi.
Anche Domani, quotidiano che ho fondato e diretto fino al 2023 e che è stato molto schierato per il NO, ha annunciato un cambio della struttura societaria atteso fin dalla nascita quasi sei anni fa nel 2020: la proprietà dovrebbe passare dall’editore Carlo De Benedetti a una fondazione. E il controllo di un ente no profit è uno dei requisiti per diventare idonei a ricevere i fondi del dipartimento editoria di palazzo Chigi.
Il Fatto Quotidiano sconta, come molti altri giornali, un’evoluzione del contesto che è diventato sempre più difficile e che ora viene stravolto dall’arrivo dell’intelligenza artificiale.
La diffusione dei chatbot come ChatGpt o Claude sta facendo crollare il traffico verso i siti dei giornali, sia perché le persone si informano direttamente dai servizi di AI, sia perché i motori di ricerca offrono contenuti autoprodotti invece che indirizzare altrove. E così crolla una delle fonti di ricavo, quella dalla pubblicità online.
Nel frattempo i social si sono evoluti in una dimensione centrata sui video, e contribuiscono ancora meno che in passato a portare traffico e favorire la vendita di abbonamenti, mentre l’AI consente ai giornalisti con un loro pubblico di mettersi in proprio, perché gran parte delle mansioni svolte da redattori e figure di supporto all’attività giornalistica è stata automatizzata.
Dunque, le “grandi firme” una volta portavano ricavi ai giornali che pagavano loro uno stipendio, ora riescono a trattenere per sé gran parte del valore generato. E il caso di maggiore successo in Italia è proprio quello di una “grande firma” del Fatto Quotidiano, Selvaggia Lucarelli con la sua newsletter Vale Tutto.
(Estratto da Appunti)









