Economia

Recovery Fund? Non saranno tutti aiuti a fondo perduto

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conte Conte emergenza

Ecco perché l’annuncio del premier Giuseppe Conte sugli aiuti a fondo perduto con il Recovery Fund è piuttosto farlocco. Il corsivo del direttore di Start

Ma davvero i 500 miliardi indicati nella proposta Merkel-Macron per sbloccare lo stallo della Commissione europea sul Recovery Fund saranno a fondo perduto per gli Stati, come ha annunciato il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte?

Su questa domanda clou – al di là dei Paesi del Nord che dicono No, dell’ammontare ballerino complessivo e di altri aspetti tecnici tutt’altro che chiari – una risposta certa ancora non c’è, anche se la stragrande maggioranza della stampa italiana sostiene la tesi del presidente del Consiglio nonostante il testo della proposta non lo dica.

Tra l’altro il Cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, ha annunciato un “piano alternativo” a quello franco- tedesco insieme a Olanda, Danimarca e Svezia, e il suo ministro delle Finanze ha affermato: «Ci rifiutiamo di finanziare prestiti non rimborsabili».

Il vicepresidente Valdis Dombrovskis ha ribadito che nel piano della Commissione ci sarà «un mix di sovvenzioni e prestiti». Non soltanto sovvenzioni, non tutto dunque sarà a fondo perduto: «Non faremo un copia-incolla del piano di Merkel e Macron», ha sentenziato Dombrovskis.

L’Italia si aspetta di ricevere fino a 100 miliardi di euro.

C’è chi dice che – 100 o meno – andranno restituiti tutti.

Fantasie? Sentiamo le parole della ministra austriaca per gli Affari europei Karoline Edtstadler: “Gli aiuti devono andare a coloro che sono stati colpiti di più. Una cosa è comunque certa: i soldi che ora vanno a Italia, Spagna oppure Francia vanno usati per superare la crisi e vanno restituiti”.

L’analista Giuseppe Liturri su La Verità oggi ha sintetizzato in 4 punti “che cosa non va bene per l’Italia” del Recovery Fund.

“1. Il vincolo di destinazione. Saranno infatti privilegiati gli investimenti verso la tutela dell’ambiente e la digitalizzazione. E se avessimo altre priorità?

2. Le risorse ricevute potrebbero richiedere una quota di cofinanziamento nazionale, avranno una entità ed una scadenza ben definita e, soprattutto, saranno strettamente correlate ad un piano di rimborso vincolante il cui orizzonte temporale oltrepassa quello del QFP. Se c’è un rimborso, allora è un prestito.

3. C’è la condizione di un chiaro impegno degli Stati membri a seguire un’agenda di riforme ambiziosa e sane politiche economiche. In altre parole, Troika a Palazzo Chigi.

4. Il saldo tra entrate ed uscite. Non bisogna dimenticare i termini della nostra partecipazione al bilancio UE: siamo i terzi contribuenti ed i quinti beneficiari. Nel 2018, il contributo netto al bilancio Ue è stato di circa 6 miliardi (differenza tra 16 miliardi di contributi erogati e 10 miliardi di contributi ricevuti). È immaginabile che questa ripartizione possa subire un ribaltamento a nostro favore? Al punto da farci diventare beneficiari netti per una somma che abbia un qualche rilevanza a livello macroeconomico? Com’è possibile credere che un fondo di 500 miliardi per 27 Paesi, distribuisca il 25% solo all’Italia? Sarà decisivo conoscere la chiave di ripartizione dei benefici e quella dei rimborsi, necessariamente diverse”.

Eccessivo lo scenario di una “Troika a Palazzo Chigi”?

Il documento franco-tedesco prevede che il sostegno alla ripresa (Recovery Fund) “sarà basato su un chiaro impegno degli Stati membri a perseguire delle politiche economiche sane e un’ambiziosa agenda di riforme”.

Ha chiosato oggi La Stampa: “La questione delle condizionalità è cruciale per i quattro nordici, che vogliono distribuire i soldi attraverso prestiti e non con sovvenzioni a fondo perduto. All’Ecofin di ieri i ministri di Austria e Danimarca sono stati molto netti. Il gruppo dei frugali resta contrario anche al fatto che la Commissione raccolga fondi sui mercati per finanziare la ripresa a debito”.

Siamo ancora tutti convinti che saranno aiuti a fondo perduto?

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