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Quota 100: fatti, numeri e scenari

Quota 100

Che cosa emerge dalla nota diffusa da Ufficio parlamentare del Bilancio e Inps su Quota 100. L’approfondimento di Giuliano Cazzola

 

L’Ufficio parlamentare del Bilancio (Upb) e l’Inps hanno tirato le somme, in un convegno, del triennio (2019-2021) di vigenza sperimentale di “Quota 100”.

Leggendo la Nota diffusa non si riscontrano particolari novità rispetto a precedenti monitoraggi. I dati confermano le solite tendenze del pensionamento anticipato in Italia: una prestazione erogata in larga prevalenza a lavoratori, residenti nelle regioni settentrionali.

Nel caso di “Quota 100”, la Nota conferma quanto era emerso fin dall’avvio della misura ovvero una sopravvalutazione dei soggetti che ne avrebbero fatto uso. Al 31 dicembre 2021 le domande complessivamente accolte nel triennio 2019-2021 sono risultate poco meno di 380.000, ampiamente al di sotto di quelle attese sottostanti alla Relazione tecnica del DL 4/2019 (più di 900mila in un triennio).

A ricorrere a “Quota 100” sono stati – moro solito – soprattutto gli uomini. Quasi l’81 per cento dei pensionati con “Quota 100” vi è transitato direttamente dal lavoro, poco meno del 9 per cento da silente (soggetti che pur avendo in passato versato contributi non lavoravano né percepivano altre prestazioni), poco più dell’8 per cento da una condizione di percettore di prestazioni di sostegno al reddito, circa il 2 per cento da prosecutori volontari di contribuzione.

La gestione di liquidazione è stata da lavoro dipendente privato per quasi la metà dei casi, da lavoro dipendente pubblico per poco più del 30 per cento, da lavoro autonomo per circa il 20 per cento.

Se in valore assoluto le pensioni con “Quota 100” sono state più concentrate al Nord, meno al Mezzogiorno e ancor meno al Centro, in percentuale della base occupazionale o del flusso medio delle uscite per pensione anticipata (quelle più simili a “Quota 100”) mostrano le incidenze maggiori al Mezzogiorno e minori al Nord, con il Centro in posizione intermedia.

I pensionamenti dal comparto privato sono lo 0,4 per cento della relativa base occupazionale (con un picco dell’1,2 per cento per il settore “Trasporto e magazzinaggio”), quota che diventa dell’1,3 per cento nel comparto pubblico (con picco del 2,9 per cento per le “Funzioni centrali”).

Si è registrata una prevalenza a lasciare il lavoro alla prima decorrenza utile, con almeno uno dei requisiti di età e anzianità al livello minimo. L’anticipo rispetto al più vicino dei requisiti ordinari è di 2,3 anni e ha inciso in maniera significativa sul valore dell’assegno: mediamente lo ha ridotto del 4,5 per cento per anno di anticipo per i lavoratori autonomi, del 3,8 per cento per i dipendenti privati e del 5,2 per cento per i dipendenti pubblici.

L’età media alla decorrenza si è attestata poco al di sopra di 63 anni, mentre l’anzianità media è di 39,6 anni. In sostanza, come si sapeva, essendo i due requisiti (62 anni e 38 di contributi) tra loro distinti e obbligatori dovevano essere raggiunti entrambi: ciò poteva avvenire ad una età o ad un’anzianità superiori a quelle disposte per legge.

Per farla breve, nella maggioranza dei casi è capitato che chi aveva maturato 38 anni di contributi non aveva ancora compiuto 62 anni di età oppure il caso inverso di un 62enne che non disponeva ancora di 38 di contributi. Così i requisiti effettivi si sono spostati in media verso l’alto.

La Nota non tratta questo argomento; ma sappiamo che è maggiore il numero di pensioni anticipate erogate con i requisiti ordinari che non prevedono un limite anagrafico. Tenendo conto di queste evidenze, la Nota stima che la spesa effettiva – di consuntivo sino al 2021 e proiettata dal 2022 al 2025 – potrà attestarsi a circa 23 miliardi. Si tratta di un importo inferiore di circa 10 miliardi rispetto ai 33,5 originariamente stanziati dal DL 4/2019 e di oltre 5 miliardi se si tiene conto dei definanziamenti decisi solo pochi mesi dopo (quando ormai si era capita l’antifona) nell’ambito della NADEF 2019 e nella legge di bilancio per il 2020.

La Nota, poi, pone un altro problema. Pur se rispetto alle previsioni ufficiali iniziali “Quota 100” ha registrato un minore numero di adesioni, questo canale di uscita è stato comunque utilizzato da un’ampia platea di lavoratori che a fine 2025 (quando saranno pressoché esauriti i potenziali aderenti) potrebbe anche superare i 450.000 soggetti.

Ma il clou della Nota si trova avviandosi alla conclusione, quando l’Upb e l’Inps mettono le mani avanti avvertendo il governo – sia pure con tono istituzionale corretto – a fare attenzione a quanto potrebbe scaturire dal confronto con i sindacati (ammesso e non concesso – aggiungiamo noi – che si arrivi ad una conclusione).

Le maggiori informazioni a disposizione dopo il triennio “magico” di Quota 100, “potrebbero consentire in futuro di stimare in modo più accurato gli impatti sulla finanza pubblica di eventuali nuove misure pensionistiche in chiave di flessibilità con caratteristiche simili a “Quota 100”. Ciò consentirebbe – prosegue la Nota – pur mantenendo sempre un adeguato grado di prudenza, di evitare di accantonare risorse in eccesso rispetto alle esigenze distraendole pro-tempore da altre destinazioni.

Dato lo stato attuale dei conti pubblici, le risorse economiche sono limitate e quindi occorre riservare molta attenzione al processo di allocazione delle stesse, attraverso programmazioni che, da un lato, colgano le reali esigenze dei destinatari delle prestazioni e, dall’altro, assicurino l’equità intergenerazionale e la sostenibilità di medio-lungo termine della finanza pubblica”.

A buon intenditor poche parole: si faccia tesoro degli errori compiuti per non destinare risorse in eccesso rispetto al loro effettivo utilizzo. E soprattutto si presti attenzione a “misure pensionistiche in chiave di flessibilità” con caratteristiche simili a “Quota 100”.

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