Economia

Quanto è grave il problema Neet

di

lavoro

L’approfondimento di Alessandra Servidori

Ma come, i sindacati lo scoprono oggi che c’è un consistente numero di giovani italiani che rifiutano qualsiasi forma di educazione, di inserimento sociale e di lavoro, i cosiddetti Neet (acronimo di Not in Education, Employment or Training) che, secondo i dati di Eurostat sono i più numerosi in Europa? E’ almeno una decina di anni che registriamo questo dato e drammaticamente in Italia sono esattamente oltre 2,2 milioni i giovani Neet e crescono di anno in anno: un fenomeno che era già lievitato di oltre una decina di punti rispetto al 2008, l’anno della grande crisi internazionale.

La fascia d’età dei Neet va dai 15 ai 29 anni per ragioni legate alla situazione di maggior difficoltà in cui versano qui i giovani rispetto agli europei. Nel 2007 il tasso Ue era pari al 13,2%, è lievitato di 2,7 punti percentuali durante la crisi del 2008 per poi scendere a 14,2% nel 2016 (solo +1 superiore al 2007). Il dato italiano era nel 2007 pari a 18,8%, è cresciuto di 7,4 durante la crisi, per poi scendere nel 2016 a 24,3% (ancora +5,5 rispetto al 2007) fino ad arrivare ad oggi.

La composizione dei Neet è molto eterogenea: va dal neolaureato con alta motivazione e alte potenzialità che sta attivamente cercando un lavoro in linea con le proprie aspettative (prima eventualmente di riallinearsi al ribasso con ciò che il mercato offre), fino al giovane uscito precocemente dagli studi, scivolato in una spirale di marginalità e demotivazione.

Delle percentuali delle singole categorie non abbiamo notizie certe, però, perché non esiste in Italia un Rapporto che indichi la dispersione scolastica e l’abbandono. E la differenza non è piccola, poiché con la dispersione non sappiamo, quando lasciano la scuola e l’università, dove vanno e cosa fanno, e nell’abbandono si suppone rientrino anche le persone che non hanno un impiego per scelta, perché vogliono prendersi tempo per esperienze di diverso tipo o per dedicarsi alla famiglia. Il quadro è quello di una generazione non aiutata con adeguata formazione e strumenti di politiche attive efficienti a trovare il proprio posto nei processi di sviluppo sempre meno solido e competitivo del Paese.

Ne consegue un elevato rischio sia di lasciare ai margini i più vulnerabili, sia un alto grado di sottoutilizzo del capitale umano dei giovani ad alto potenziale. E poi vero è che l’elevato numero di Neet deriva in larga parte dalle inefficienze nella transizione scuola-lavoro ed è un fatto che in Italia molti giovani all’uscita dal sistema formativo si trovano carenti di adeguate competenze e sprovvisti di esperienze richieste dalle aziende. Pesano anche le scarse opportunità nel sistema produttivo: molti giovani, infatti, con elevata formazione non trovano posizioni all’altezza delle loro capacità e aspettative e chi è occupato oggi si adatta a svolgere un’attività poco o per nulla coerente con la propria formazione. Sappiamo da oltre un decennio, dai nostri dati Istat, che più della metà della generazione Neet, il 56,5 per cento, è costituito da donne che vivono al Sud e hanno un livello di istruzione medio basso, licenza media o al più diploma superiore.

Se si guarda alle percentuali delle donne la situazione appare più drammatica. Ogni cento ragazze, 72 si sono rassegnate a rimanere disoccupate e a non entrare nel mercato del lavoro. Anche in questo caso le performance peggiori si registrano al Sud, con picchi che superano l’80%, a dimostrazione che quello dei Neet è un problema strutturale. Una percentuale di inattivi superiore alla media nazionale la fa registrare il Trentino Alto Adige, e molto alta è anche la percentuale della Lombardia.

I dati statistici sono importanti ma ancora più importante deve essere capire i motivi per cui un giovane smette di studiare e di cercare lavoro: i percorsi che lo hanno portato in un limbo di inattività cronica e le difficoltà strutturali e sistemiche del mercato del lavoro italiano, concause del problema.

La verità è che anche con gli ultimi provvedimenti del reddito di cittadinanza questi giovani si trasformeranno nel tempo in disoccupazione strutturale, una componente che nemmeno i contratti più flessibili riuscirebbero a inserire nel mondo del lavoro, con conseguenze a catena anche dal punto di vista pensionistico.

Il sindacato e le istituzioni devono occuparsi dei ragazzi e delle ragazze, favorire il loro ingresso nel mercato del lavoro, creare dei percorsi virtuosi che tendano a scardinare il concetto che l’istruzione tecnica è di Serie B rispetto a quella intellettuale di Serie A e che le innovazioni tecnologiche saranno una banca preziosa per lo sviluppo imprenditoriale e per l’occupabilità giovanile anche modificando profondamente la formazione.

Per fare ciò, uno strumento fondamentale è il contratto di apprendistato in tutte le sue forme, che aiuta sia i giovani sia le aziende, che in questo momento hanno bisogno di forza lavoro da impiegare per uscire dalla crisi. L’alternativa è quella di continuare a zavorrare la ripresa economica e il sistema Italia, ingrossare le fila di questi due milioni e oltre di “analfabeti lavorativi” e ampliare il divario tra le necessità delle imprese e l’offerta di diplomati e laureati. E’ poi necessario focalizzare l’attenzione sui tredicenni, sulle ragazzine e ragazzini che frequentano la terza media per sostenerli e orientarli al sapere professionalizzante, indirizzarli e accompagnarli in questi percorsi, fare di tutto per favorire l’alternanza scuola-lavoro. Altro che reddito di cittadinanza.

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