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Tassi

Quando avverrà il taglio dei tassi di interesse

Nel Regno Unito, Stati Uniti ed Eurozona i tassi sono ormai vicini al loro picco e le banche centrali hanno dichiarato che taglieranno i tassi nella prima parte del 2024. L'analisi di Steven Bell, Chief Economist EMEA di Columbia Threadneedle Investments.

Quando potrebbero scendere i tassi di interesse?

Può sembrare una domanda strana da porsi subito dopo l’ultimo aumento dei tassi da parte della Banca Centrale Europea e in vista delle riunioni della Fed e della Banca d’Inghilterra di questa settimana. Quest’ultima aumenterà probabilmente i tassi, mentre la Federal Reserve statunitense si appresta a mantenerli fermi, confermando però la volontà di ulteriori possibili aumenti. Anche la Banca del Giappone, dopo aver mantenuto i tassi ufficiali in territorio negativo per molti anni, prevede ora un aumento, sebbene non prima della fine dell’anno. È naturale, dunque, chiedersi quando i tassi potrebbero scendere. Nel Regno Unito, Stati Uniti ed Eurozona questi hanno raggiunto, o quasi, il loro picco e le rispettive banche centrali hanno dichiarato che i tagli dei tassi avverranno quando si sentiranno sicure che l’inflazione si stia muovendo in modo sostenibile verso il target del 2%.

Quando avverranno i primi tagli?

Prevediamo che gli Stati Uniti ridurranno i tassi di interesse all’inizio del 2024 e che Regno Unito ed Eurozona seguiranno subito dopo. Se così fosse, sarebbe una piacevole sorpresa per il mercato, che stima oggi un mantenimento dei tassi ai livelli attuali, o al di sopra, fino al 2024 inoltrato. Abbiamo, infatti, chiaro che la politica monetaria opera con ritardi lunghi e variabili. Le banche centrali cercano di guardare avanti, inasprendo la politica prima che l’inflazione decolli e allentandola prima che la recessione colpisca. Il problema è che collettivamente non sono riuscite a prevedere l’attuale impennata dell’inflazione. Hanno perso fiducia nei loro modelli di previsione e dichiarano ora di essere “dipendenti dai dati”, senza fornire dettagli su cosa questo possa esattamente significare, al di là delle ripetute affermazioni che i tassi di interesse potrebbero aumentare ulteriormente e che probabilmente rimarranno alti per un periodo prolungato. Tuttavia, la disoccupazione potrebbe cambiare l’attuale atteggiamento da falco, al momento vicina o inferiore ai minimi livelli storici in tutte e tre le economie. Con l’inflazione al di sopra dell’obiettivo, è facile per le banche centrali servirsi di toni più duri.

Personalmente, ritengo che la disoccupazione sia destinata ad aumentare in tutte e tre le economie. Gli Stati Uniti sono l’economia con i migliori fondamentali, ma anche qui la crescita dell’occupazione sta rallentando costantemente. La media trimestrale degli aumenti dell’occupazione nel settore privato negli Stati Uniti è di 140.000 unità. Può sembrare molto, ma è in calo rispetto ai 200.000 di tre mesi fa e a quelli precedenti. E questo è importante perché l’offerta di lavoro, soprattutto grazie alla ripresa dell’immigrazione, sta aumentando di 200.000 unità al mese. La disoccupazione sembra destinata a salire e probabilmente potrebbe raggiungere entro Natale la soglia della regola di Sahm, che ha identificato con precisione le recessioni passate. Inoltre, sebbene l’inflazione rimanga al di sopra dell’obiettivo, il tasso di inflazione core CPI negli ultimi tre mesi è sceso al 2,4%, un calo notevole.

Nel Regno Unito, l’occupazione è in calo e la tendenza al rialzo della disoccupazione sembra ormai consolidata. Il problema che la BoE si trova ad affrontare è che l’inflazione salariale è ben al di sopra del livello coerente con il suo obiettivo del 2%. Anche il tasso di inflazione di fondo è troppo elevato, sebbene se la situazione potrebbe cambiare a fronte dei dati che verranno pubblicati in settimana. La BoE necessita di prove concrete del fatto che l’indebolimento del mercato del lavoro sta rallentando il ritmo dell’inflazione salariale, prima di poter anche solo iniziare a prendere in considerazione una riduzione dei tassi. Ma questo potrebbe avvenire prima di quanto molti pensino: i sondaggi indicano già un marcato rallentamento della pressione salariale.

Infine, nell’Eurozona la disoccupazione è ai minimi storici e continua a scendere. La disoccupazione è solitamente un indicatore ritardato e i dati suggeriscono che l’eurozona sia già entrata in recessione. È dunque probabile che la disoccupazione aumenti presto e, sebbene la BCE debba convincersi che questa dinamica si traduca poi in una riduzione dell’inflazione di salari e prezzi prima di prendere in considerazione un taglio, ciò dovrebbe essere evidente entro la prossima primavera. Un aspetto incoraggiante è che la recente ondata di inflazione non ha aumentato di molto le aspettative di inflazione a lungo termine. C’è una buona probabilità che la riduzione dell’inflazione globale si traduca rapidamente in una riduzione delle retribuzioni, con la spirale salari/prezzi che si inverte. Una simile dinamica è già evidente negli Stati Uniti.

Pertanto, ci stiamo avviando verso l’ora del taglio dei tassi che, una volta giunto, dovrebbe essere particolarmente significativo e molto più consistente di quanto attualmente previsto. Questo dovrebbe portare sollievo a tutti i mercati finanziari. La battaglia contro l’inflazione è stata dura – molto più dura di quanto molti si aspettassero – ma la marea è cambiata e dovremmo vedere i frutti della vittoria tra non molto.

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