Economia

Come cambieranno le fondazioni bancarie? Il libro di Greco e Tombari

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Pubblichiamo un estratto di “Fondazioni 3.0 — Da banchieri a motori di un nuovo sviluppo”, il volume scritto dal giornalista Andrea Greco e dall’avvocato Umberto Tombari edito da Bompiani

Questo libro si occupa solo marginalmente della nascita e dell’evoluzione normativa delle Fondazioni di origine bancaria.

La finalità del lavoro è altra. Riteniamo giunto il momento di chiedersi cosa siano oggi questi soggetti non profit e soprattutto quale ruolo possano e debbano svolgere nel futuro del nostro Paese. Una prima risposta – istituzionale, ma cristallina – è fornita dall’art. 2 della cosiddetta legge Ciampi, ove le nostre Fondazioni sono definite come “persone giuridiche private senza fine di lucro, dotate di piena autonomia statutaria e gestionale” e si chiarisce che esse “perseguono esclusivamente scopi di utilità sociale e di promozione dello sviluppo economico secondo quanto previsto dai rispettivi statuti”. Una definizione molto bella ed efficace. Siamo in presenza, dunque, di un grande (quanto meno per dimensione dei patrimoni complessivamente considerati) soggetto non profit con molteplici potenzialità applicative a favore dello sviluppo culturale, civile ed economico del Paese.

Una grande domanda sorge a questo punto spontanea: questo potenziale è stato sfruttato e prima ancora compreso appieno? La risposta sembrerebbe negativa, se è vero che dalla loro nascita le Fondazioni sono state caratterizzate da incomprensioni e da interventi emergenziali (e non di sistema) da parte del nostro legislatore e della politica in generale. E se in parte ciò è sicuramente dipeso anche da episodi di cattivo governo di questo mondo (di cui le cronache giornalistiche si sono ampiamente occupate), in generale sono mancate una visione d’insieme e una riflessione pacata e approfondita su quale ruolo questo tipo di fondazioni potesse e possa svolgere non solo a sostegno dei territori di riferimento, ma dell’Italia intera.

In tutte le realtà avanzate assistiamo, ormai da decenni, alla crisi del modello di welfare occidentale. Lo Stato fatica a fornire al cittadino tutti i servizi essenziali e il problema della sostenibilità del modello è comunque sempre più evidente. Emerge da tempo la necessità – in merito agli sviluppi del welfare state – di passare da un welfare curativo (che raccoglie i cocci quando ormai sono rotti) a un welfare preventivo, incentrato sull’investimento sul cosiddetto capitale umano2 e sul tentativo di offrire a tutti eguali possibilità nei primi anni di vita; un nuovo sistema, ove i servizi pubblici devono innanzitutto aiutare le persone ad aiutare se stesse.

Come è stato poi recentemente osservato, per incrementare la possibilità che la società globale rimanga democratica e liberale, abbiamo bisogno di profondi cambiamenti che riequilibrino i tre pilastri (Stato, mercato e comunità); abbiamo bisogno di un maggior localismo in modo da dare più potere alla comunità.

Più in particolare, in un’epoca di globalizzazione, la “comunità basata sulla prossimità” svolge ancora importanti funzioni: ci conferisce un senso di potere, la possibilità di creare il nostro futuro di fronte a forze globali, ci aiuta nei periodi difficili in cui nessun altro è disposto a farlo.

Ebbene cosa possono fare le Fondazioni in questo mutato contesto storico di forte crisi del sistema di welfare?

In primo luogo, se la comunità di prossimità è così importante anche in questo inizio di secolo, allora la Fondazione di origine bancaria – per il suo forte legame con il territorio – può svolgere un ruolo essenziale. Muovendosi a livello locale e supportando fortemente le comunità di riferimento, il mondo delle Fondazioni può aiutare a superare questo problema globale e a rafforzare il tessuto della nostra democrazia.

Se volgiamo poi uno sguardo al nostro Paese, è diffusa la consapevolezza che i capitali finanziari scarseggino e che sia estremamente complesso creare e mantenere sul nostro territorio adeguati capitali umani e sociali. In Italia la quota della ricchezza prodotta ogni anno e destinata a servizio del debito pubblico (oltre il 3,5 per cento del Pil) è ormai superiore a quanto si spende per scuola e università6 (ove, prima ancora, mancano da anni una politica e una visione generale). E non possiamo che concordare che “un Paese che spende per finanziare il passato più di quanto investa nel futuro ha davanti a sé un destino segnato”.

I nostri territori si stanno impoverendo. Si sta andando verso un Paese che ha una sola grande e moderna metropoli: Milano. Eravamo la patria delle mille città e dei mille campanili, ma oggi queste realtà stanno scomparendo. La provincia italiana soffre e stenta a ritrovare un proprio equilibrio.

Occorre allora recuperare l’importanza delle identità territoriali e trasformare il territorio “da arena dove interagiscono diversi attori in soggetto collettivo capace di coordinare, di indirizzare, di darsi una strategia condivisa”. E in questo processo le Fondazioni possono indiscutibilmente avere un ruolo importante, anche considerando la debolezza attuale delle istituzioni politiche nazionali e locali.

Infine la crisi dei valori.

A livello globale abbiamo forse accettato l’inaccettabile: dall’approfondirsi delle ingiustizie sociali e delle disuguaglianze economiche, giustificabili solo se crediamo a una “doppia umanità”, alla progressiva degradazione dell’ambiente (prima la tecnica serviva a proteggere l’umanità dalla natura, ora dobbiamo proteggere la natura dalla tecnica).10 Pensando all’Italia, la sensazione è che valori etici forti continuino a essere presenti, ma mancano sempre di più collettori e organizzazioni capaci di riunirli e di incidere sulle dinamiche quotidiane e civili. Anche in questo caso le Fondazioni possono fare qualcosa e proveremo in seguito a dare qualche indicazione.

Ma perché proprio le Fondazioni di origine bancaria? Per una duplicità di ragioni.

In primo luogo, il sistema delle Fondazioni è una grande ricchezza del Paese. Secondo il Rapporto Acri 2018, il patrimonio contabile delle Fondazioni a fine anno era pari a 39,6 miliardi di euro e l’attività erogativa, intesa come delibere assunte, è stata pari, nel 2018, a 1024,6 milioni di euro, in aumento del 4,1 per cento rispetto al 2017 (cui corrisponde un tasso di erogazione del 2,6 per cento sul patrimonio medio dell’insieme delle Fondazioni). Nel periodo tra il 2000 e il 2015 le ottantotto Fondazioni di origine bancaria hanno erogato risorse, prevalentemente nel loro territorio di riferimento, pari a 19,3 miliardi di euro; a oggi si contano oltre ventidue miliardi di erogazioni.

In secondo luogo e non meno rilevante, le Fondazioni (quanto meno le maggiori) hanno creato strutture progettuali di primo livello, con un capitale umano dedicato a pensare, a immaginare e a realizzare lo sviluppo sociale ed economico del territorio di riferimento (e indirettamente del Paese); le principali Fondazioni sono tesori non solo per capitale finanziario, ma anche e sempre di più per quel capitale umano che rappresenta una delle risorse più importanti in questo momento storico.

E allora si comprende perché le nostre Fondazioni sono il più grande corpo intermedio e il più grande sistema non profit del nostro Paese. Non solo: come abbiamo ricordato sono legislativamente obbligate a perseguire un unico fine (poi variamente declinato a livello di statuto del singolo soggetto fondazionale): l’utilità sociale e la promozione dello sviluppo economico. Come gli amministratori di una grande società per azioni sono premiati e sono giudicati sulla base dei dividendi che producono per i loro azionisti, così il consiglio di amministrazione di una Fondazione è valutato sulla base delle erogazioni che è in grado di assicurare ogni anno e, più in generale, sull’impatto della propria azione sul territorio di riferimento e sui propri stakeholders, oltre che, naturalmente, sulla capacità di gestire il proprio patrimonio finanziario.

Possiamo tornare, a questo punto, all’interrogativo iniziale per meglio declinare la risposta: cosa stanno facendo e soprattutto cosa potranno fare le Fondazioni nei prossimi anni per supportare lo sviluppo del Paese? A questa domanda le stesse Fondazioni non possono sottrarsi, se intendono rafforzare la propria legittimazione di fronte a un’opinione pubblica che stenta a riconoscerle e ad attribuire loro un ruolo significativo. Appare allora sempre più chiaro che le Fondazioni bancarie non possono più agire prevalentemente come casseforti o bancomat, come spesso è accaduto in passato. Si delineano, invece, nuove funzioni.

In primo luogo, devono fungere da incubatori di idee e di progetti innovativi. Le Fondazioni sono soggetti privati, agili e capaci di elaborare e realizzare grandi progetti strategici e innovativi per i loro territori di riferimento (e in tempi molto inferiori rispetto a quelli necessari per i soggetti pubblici tradizionali).

Quindi, sviluppatori di idee prima ancora che finanziatori di progetti propri e di terzi. Per questa via, le Fondazioni di origine bancaria possono assurgere a veri e propri motori di sviluppo per le comunità circostanti e indirettamente per il Paese.

In un momento storico caratterizzato da quella “crisi di valori” sopra sinteticamente tratteggiata, le Fondazioni hanno inoltre il dovere di ergersi a baluardo a difesa della coesione, dell’inclusione e della mobilità sociale in un Paese ove l’ascensore delle opportunità è fermo oppure in forte discesa.

Dovrebbero rappresentare sempre più quelle “ancore della democrazia” (definizione data dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo messaggio al Ventiquattresimo Congresso nazionale dell’Acri, svoltosi a Parma nel 2018), protagoniste tra i corpi intermedi capaci di evitare la deriva del Paese, stabilizzando valori, prassi e iniziative feconde per la coesione sociale e il tessuto economico locale.

Ritornando al primo profilo (che vuole le Fondazioni come incubatori di idee e motori di sviluppo), occorre una precisazione preliminare. Il modello è quello di una sussidiarietà orizzontale, in coerenza con il quale “le Fondazioni rivendicano con forza un ruolo autonomo, complementare o integrativo rispetto a quello del soggetto pubblico, ma non riconducibile a una funzione meramente sostitutiva”.

Sempre in chiave preliminare, è nostra opinione che le Fondazioni debbano trovare un giusto equilibrio tra l’orientamento più tradizionale della fondazione erogativa (grant-making) e forme di filantropia più strategica, incentrate sulla realizzazione di progetti propri, complessi e innovativi (operating). Più in particolare, occorre orientarsi anche e sempre più verso modelli operativi improntati non solo al finanziamento di progetti di terzi, ma (e ancor prima) alla progettazione e realizzazione di progetti strategici propri. Non può sfuggire, del resto, che alcune Fondazioni già si sono fortemente mosse o comunque si stanno muovendo in questa direzione. E iniziative come l’housing sociale o il cosiddetto welfare di comunità stanno a dimostrare la fantasia e la creatività che le nostre Fondazioni hanno messo in campo nel loro nuovo ruolo di laboratori di idee (prima ancora che di erogatori di risorse).

Lo stesso momento più tradizionale delle erogazioni su richiesta di terzi deve essere svolto con maggior consapevolezza in merito all’impatto che le proprie scelte – in questo campo – possono avere sul variegato mondo dell’associazionismo italiano e dei corpi intermedi. Se è infatti indubitabile che le Fondazioni possono giocare un ruolo fondamentale nel tenere in vita i corpi intermedi e che i corpi intermedi sono un decisivo strumento di coesione sociale e di pluralismo, l’impossibilità di soddisfare tutte le richieste impone a ogni Fondazione di fare scelte. E tali scelte non appariranno arbitrarie solo se giustificate alla luce di una politica generale della Fondazione, come resa nota alla comunità in assoluta trasparenza. Su questo punto ritorneremo a breve.

Per realizzare questi grandi obiettivi le Fondazioni non possono più essere monadi, ma devono lavorare insieme ad altri soggetti privati e pubblici. Ciò in quanto le Fondazioni possono non avere le forze per aumentare, da sole, in modo significativo le erogazioni e per realizzare interventi ambiziosi e stabili sul territorio. Per far questo occorre aggregare altre forze. Si pensi, in primo luogo ad altri stakeholders locali, pubblici e privati, oppure al sistema delle Fondazioni (tramite Acri, le Consulte regionali o anche singolarmente). Fondersi, consorziarsi, associarsi può essere poi, in certi casi, uno strumento necessitato per vivere a lungo: specie per gli operatori con patrimoni più piccoli, che con la caduta dei tassi di interesse fanno sempre più fatica a trovare le risorse su cui basare le erogazioni annuali sul territorio. Su questi aspetti torneremo alla fine del Capitolo I.

È dunque sempre più importante lavorare con altri soggetti per obiettivi comuni e strategici per la comunità di riferimento. E in questa direzione si sono già mosse, del resto, alcune grandi Fondazioni, come avremo occasione di vedere nel prossimo capitolo.

Allo stesso tempo (e anche per la via sopra indicata) le nostre Fondazioni devono pensare a come accrescere le risorse oltre il proprio patrimonio. Attrarre nuove risorse deve diventare una direttiva cardine. In altri termini, sino a oggi generalmente le Fondazioni pensavano al proprio patrimonio come all’unico strumento in grado di supportare la propria attività.

Una corretta ed efficiente gestione del patrimonio era dunque il segreto di ogni successo. Intendiamoci: deve continuare a essere così, ma non è più sufficiente. Gradualmente occorre che si trasformino in enti catalizzatori anche di risorse altrui, per provocare una sorta di effetto leva sulle erogazioni e sui progetti strategici. In questa prospettiva alcune realtà si muovono già territorialmente non solo per instaurare partnership strategiche, ma ancor prima per intercettare lasciti testamentari o donazioni.

Si potrebbe poi osare in misura maggiore e guardare oltre i confini della propria comunità e, per le realtà con un territorio di riferimento più visibile, anche oltre i confini nazionali. La mente corre, in particolare, al mondo delle grandi Fondazioni nordamericane o di quelle legate ai fondi sovrani mediorientali e asiatici. O ancora alle Fondazioni legate alle grandi famiglie o alle grandi istituzioni finanziarie europee, nell’alveo di quella filantropia, come intesa all’estero, che rappresenta forse il possibile approdo prossimo venturo del sistema delle Fondazioni.

 

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