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Qual è la situazione dei metalmeccanici in Italia. Report Fim Cisl

Metalmeccanici

L’occupazione del settore dei metalmeccanici tiene nonostante la crisi; migliora la produttività di 15 punti mentre resta critico lo scenario sulle competenze e il Mezzogiorno. Che cosa emerge dal rapporto Fim Cisl con il centro studi Ref

I metalmeccanici in Italia sono ormai 2 milioni e, come emerge dal “1° Cruscotto del lavoro nella metalmeccanica” l’indagine della Fim Cisl e del Centro ricerche REF, il comparto presenta tutele migliori rispetto a quelle dell’economia italiana in tema di livelli salariali.

SALARI E CONTRATTI DEI METALMECCANICI

Un lavoratore metalmeccanico guadagna in media oltre 40mila euro e i salari, anche grazie agli accordi cosiddetti separati, sono aumentati fino al 2021 più dell’inflazione. Rispetto a molti altri settori c’è un minor utilizzo di contratti precari e livelli di tutela più concreti e sostenuti mentre i differenziali retributivi di genere sono più bassi.

La produzione industriale metalmeccanica è stata trainata da 241 miliardi di esportazioni nel 2021, superiore a quella del 2019 che si era fermata a 224 mld. Per quanto riguarda la produttività, si legge nel report, negli ultimi 10 anni è cresciuta di 15 punti percentuali.

LE INTERRUZIONI DELLE SUPPLY CHAIN

L’ultimo triennio, viene evidenziato nel report, è stato caratterizzato da una serie di problemi nel funzionamento delle catene globali del valore che hanno causato ritardi nell’approvvigionamento di semilavorati e rallentamenti della produzione in molti comparti industriali. In questo contesto alcune imprese stanno modificando le proprie strategie di approvvigionamento, anche sulla spinta di politiche pubbliche in questa direzione.

Per quanto riguarda il funzionamento delle supply chain, il tema ha visto coinvolte in misura maggiore le imprese che operano all’interno delle catene globali del valore. E’ anche possibile, viene riportato nello studio, che le imprese italiane abbiano saputo reagire meglio a queste difficoltà cercando di sostituire i fornitori esteri con produttori locali eventualmente ancora presenti all’interno dei distretti industriali.

Questo cambio di strategia naturalmente è più semplice per imprese più piccole, rispetto a aziende molto grandi, che necessitano di volumi che richiedono organizzazioni ben strutturate. Per un approfondimento sul tema si veda il capitolo dedicato del presente rapporto.

In particolare, un fenomeno a cui si assiste negli ultimi anni è quello del reshoring, che consiste nel ricorso a produttori nazionali (back-shoring) o geograficamente più vicini (nearshoring) per forniture precedentemente delocalizzate.

I dati, ricavati principalmente da indagini dirette presso le imprese, mostrano una dinamica nel fenomeno profondamente differenziata a livello settoriale, anche nello stesso comparto metalmeccanico, che in generale mostra una discreta propensione al reshoring.

IL MOTORE DEL SETTORE AUTO SINGHIOZZA

Il comparto automotive, è noto, è stato penalizzato da diversi fattori, tanto dal lato della domanda, quanto da quello dell’offerta. Dal lato della domanda, viene riportato nello studio, l’incertezza normativa riguardo alla possibilità di limiti alla circolazione per alcune motorizzazioni disincentiva l’acquisto (anche perché rende più difficile la collocazione delle vetture esistenti sul mercato dell’usato); l’aumento del costo d’uso legato ai rincari dei carburanti ha peggiorato ulteriormente le cose.

Dal lato dell’offerta, invece, vanno ricordate le difficoltà nella fornitura di semiconduttori. In questo quadro non è motivo di sorpresa che l’auto e il suo indotto siano state attraversate da una fase di recessione nella maggior parte dei Paesi europei. L’Italia da questo punto di vista ha subito conseguenze inferiori, dato che l’industria automobilistica da noi pesa meno rispetto a Germania a Francia.

Tuttavia, viene evidenziato nel report sul mondo dei metalmeccanici, non vanno dimenticati i produttori dell’indotto, che producono anche per le compagnie tedesche, localizzati prevalentemente nelle regioni del Nord; si tratta di settori che vedono difficoltà di tipo congiunturale sovrapporsi ai problemi che nei prossimi anni deriveranno dalla transizione verso l’auto elettrica, e dalla conseguente dismissione di alcune parti della componentistica.

L’OCCUPAZIONE NEGLI ANNI DELLE CRISI (COVID E GUERRA)

L’occupazione ha sofferto gli anni della pandemia, della guerra e dei costi energetici, ma non ha subito gravi perdite nel confronto con altre crisi e al passato ma ha anzi recuperato i livelli pre-covid e le retribuzioni reali sono rimaste stabili prima del calo del 2022 a causa della guerra e dello shock energetico e dell’inflazione.

I settori della metalmeccanica sono del resto fra quelli che hanno beneficiato intorno alla metà del decennio degli effetti del cambiamento di regime fiscale, con l’introduzione degli incentivi di Industria 4.0; alcuni di questi settori hanno da un lato ricevuto più domanda da parte delle imprese di altri settori che hanno aumentato gli investimenti grazie agli incentivi, e dall’altro sono stati indotti essi stessi a investire di più.

I PROBLEMI DEI METALMECCANICI

Infine, il “1° Cruscotto del lavoro nella metalmeccanica” a opera di Fim Cisl e del Centro ricerche REF si concentra sui problemi della categoria, legati alla formazione, acuiti dall’’accelerazione dell’innovazione tecnologica, e alla scarsità di manodopera professionalizzata rispetto ai bisogni delle imprese, come pure l’indebolimento della presenza della metalmeccanica nel Mezzogiorno del Paese.

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