Economia

Popolare di Vicenza, ecco agonia e morte di una banca. Il “Romanzo Impopolare” di Gatti e Gervasutti

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Come è finita la Popolare di Vicenza? Pubblichiamo un estratto dell’ultimo capitolo di “Romanzo impopolare – La vera storia della scomparsa di una banca e dei suoi 120mila azionisti. Perché un intero territorio è stato spolpato e perché può accadere ancora” di Cristiano Gatti e Ario Gervasutti per Aviani & Aviani editori

È il 23 giugno 2017: la Banca centrale europea, dopo roventi settimane di trattative con il ministro italiano dell’Economia, Pier Carlo Padoan, comunica che essendo la Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca “a rischio di dissesto”, “l’Italia ritiene necessari gli aiuti di Stato per evitare turbolenze economiche nella regione Veneto”. Un intervento che stavolta l’Europa condivide. A spiegarlo è Margrethe Vestager, commissario alla Concorrenza. Chi può capirle, certe sottigliezze: se lo Stato usa 4,7 miliardi per diventare proprietario di due banche, risanandole allo scopo magari poi di rivenderle, sono aiuti di Stato tossici. Se invece lo Stato mette una cifra analoga per coprire i buchi di due banche decotte, allora va benissimo. Misteri della finanza e della politica. In sostanza, è comunque il passo necessario per dare via libera al Piano di salvataggio concordato con il governo Gentiloni. Due giorni dopo, lo stesso governo approva il Decreto-legge n. 99/2017, che dispone la liquidazione coatta delle due banche. All’ortofrutticolo si direbbe che bisogna trovare il modo di svenderle, costi quel che costi. Davanti alla povera bancarella si presenta solo Intesa Sanpaolo. Il colosso mette sul piatto la sua offerta irresistibile: la mirabolante cifra di 1 euro per prendersi entrambe le banche.

Non senza una certa dose di ironia, il direttore generale della banca, Carlo Messina, così accompagna la pietosa trattativa: “È l’unica offerta significativa che il governo abbia ricevuto”. Cinquanta centesimi l’una. E comunque non sarà Intesa a mettere i 4,7 miliardi dell’aumento di capitale necessario. No, quelli deve metterli lo Stato. Non solo: ai 4,7 miliardi se ne aggiungono doverosamente altri 12 formali, come garanzie statali per i crediti non deteriorati, sperando non si deteriorino mai. Fare la somma non richiede la calcolatrice: sono in sostanza 17 i miliardi messi a vario titolo dallo Stato nell’avventura. Rassicura però il ministro Padoan: “Non si tratta in realtà di un esborso effettivo. I soldi messi in concreto sono solo i 4,7 miliardi dell’aumento di capitale, soldi che lo Stato riuscirà comunque a recuperare nel medio termine, perché i crediti deteriorati potranno essere valorizzati”. Per valorizzati, lui che è professore, intende recuperati, ma evidentemente gli sembra volgare dirlo a quel modo. Da parte sua, il premier Gentiloni spiega all’opinione pubblica, in tutte le sedi, la filosofica dell’intervento: “È un passo importante, urgente e necessario per evitare il fallimento A ciascuno il suo disordinato delle due banche”.

Anche questa è una notizia in più: il fallimento, secondo il premier e la Bce, in questo preciso momento, 23 giugno 2017, non c’è. L’accordo stringente, avvolto nella logica molto umana del prendere o lasciare, prevede l’uscita “su base volontaria” di 3.900 dipendenti e la chiusura di circa 600 filiali. Dal punto di vista di Intesa San Paolo, è un’operazione da manuale, parola di Messina: “Il nostro intervento consentirà di mettere in sicurezza gli oltre 50 miliardi di risparmi affidati alle due banche e di tutelare 2 milioni di clienti, tra i quali spiccano le 200.000 aziende operanti in aree tra le più dinamiche del Paese”. Questo è ciò che rimane delle due leggendarie popolari venete, questo è ciò che si mette in tasca Intesa Sanpaolo. Il 25 giugno la Banca d’Italia nomina praticamente in tempo reale i commissari incaricati di seguire la liquidazione dei due istituti. Per Popolare di Vicenza sono Claudio Ferrario, Giustino Di Cecco e Fabrizio Viola, per Veneto Banca lo stesso Viola con Alessandro Leproux e Giuliana Scognamiglio. Nella notte fra il 25 e il 26 giugno, la notte di una domenica, i commissari cedono ufficialmente l’intero pacco veneto, pieno di rabbia e di malinconia, a Intesa Sanpaolo. I crediti deteriorati, esclusi dal passaggio di proprietà, vengono trasferiti come rifiuti tossici in una speciale società a partecipazione pubblica, la SGA. La mattina presto del lunedì, gli operai iniziano a smontare le antiche insegne dalle filiali delle Popolari e le sostituiscono con le decalcomanie di Intesa San Paolo. Nella mestizia soffocante, finisce una storia potente e familiare, tra indimenticati splendori e impossibili illusioni, lunga 150 anni. Finisce con 50 centesimi buttati sul tavolino. La carità.

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