Economia

Popolare Vicenza, Banca Etruria e non solo. Ecco fisse Ue e tartufismi italiani

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Pubblichiamo un breve estratto del libro “Il populismo non esiste – La dittatura dei competenti alla prova delle Europee” scritto da giornalista Martino Cervo (libro in allegato al quotidiano La Verità in edicola)

Altro capitolo decisivo sulle prestazioni dei competenti cantori dell’eurozona è quello relativo al bail in. Nel periodo che va dal 2012 al 2015 si completano i passaggi comunitari, governativi e parlamentari che fanno aderire l’Italia al complesso meccanismo di risoluzione delle banche in crisi. In quei mesi, presidenti del Consiglio come Enrico Letta («Finita ora sessione Consiglio Europeo. Approvata Banking Union. Per tutelare risparmiatori ed evitare nuove crisi. Buon passo verso Ue più unita», tweet del 19 dicembre 2013), ministri dell’Economia come Fabrizio Saccomanni («Con l’unione bancaria risparmiatori meglio tutelati, possibilità più credito e costo denaro più basso», stessa data), l’Abi (che diffuse una guida a-critica per spiegare le nuove modalità), Bankitalia («Le nuove norme consentiranno di gestire le crisi in modo ordinato attraverso strumenti più efficaci e l’utilizzo di risorse del settore privato, riducendo gli effetti negativi sul sistema economico ed evitando che il costo dei salvataggi gravi sui contribuenti», documento ufficiale tuttora presente sul sito di Palazzo Koch), partiti di maggioranza e grandi giornali salutano l’introduzione delle nuove norme (anticipate con il cosiddetto decreto salvabanche nel novembre 2015, e poi in vigore dal 1° gennaio successivo) come un passaggio cruciale per la tutela del risparmio, senza che dal Colle si sollevi alcun sopracciglio all’atto della firma.

Nel giro di poco più di tre anni, il bail in diventa «incostituzionale» (Antonio Patuelli, presidente dell’Abi), da rivedere (Ignazio Visco, che in effetti già dalla fine del 2015 aveva messo in guardia su possibili complicazioni). A fine 2017 l’allora ministro Saccomanni scandisce davanti alla Commissione Banche, parlando delle trattative in sede comunitaria del 2013: «Si era in una situazione in cui non c’era alcuna possibilità di bloccare il negoziato», e conferma nella sostanza le clamorose dichiarazioni del futuro omologo Giovanni Tria, che in Senato parlerà di un’Italia sotto «ricatto» tedesco. Nel 2019, più o meno tutti concordano sul fatto che il regolatore abbia contribuito in maniera non irrilevante allo sconquasso del sistema bancario italiano, passato dal calvario di Etruria, Marche, Carife, Carichieti, Mps, Popolare Vicenza, Veneto Banca, Carige.

Perfino Carmelo Barbagallo, responsabile della vigilanza della Banca d’Italia, a marzo 2019 definisce «affrettato», «rischioso» e «di fatto inapplicabile» il bail in. Ma fino a tutto il 2015, i competenti plaudivano una norma che metteva in sicurezza il sistema, impedendo finalmente di coprire con soldi del contribuente il moral hazard di banchieri spregiudicati. A cose fatte, il 19 marzo 2019, arriva la clamorosa sentenza della Corte di giustizia Ue a sconfessare platealmente la decisione della Commissione che, nel 2014, aveva bloccato – con la supina accettazione di governo, Abi e Bankitalia – l’intervento del fondo interbancario in favore di Tercas, una banca di Bari.

Nel frattempo, quella banca aveva creato un precedente in base al quale il governo Renzi aveva ritenuto, nel 2015, di dover anticipare alcuni principi del bail in azzerando centinaia di migliaia di obbligazionisti nei citati crac di Bpel, Marche, Carife e Chieti. Non è esagerato dire che buona parte della nuova regolamentazione bancaria, che ha inferto colpi oggettivi alla tenuta del sistema italiano (al netto delle malversazioni dei singoli), si sia basata su un pronunciamento della Commissione sancito come illegale dal massimo organo giudiziario comunitario. Potevano l’esecutivo, il Parlamento e gli organismi di controllo e vigilanza utilizzare una maggiore tutela dell’interesse nazionale e del risparmio, peraltro costituzionalmente vincolata? La domanda non può neppure essere posta, se il “ce lo chiede l’Europa” resta l’unico binario dialettico.

A decidere di non spostarsi da questo binario è anzitutto la sinistra espressa dal Partito democratico: una prova non trascurabile ne è la candidatura di Beatrice Covassi, capo della Rappresentanza in Italia della Commissione europea. La funzionaria, ambasciatrice di Jean-Claude Juncker, è nelle liste del Pd dell’Italia centrale.

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