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A cosa deve servire il Pnrr?

Pnrr

Ecco i veri obiettivi da centrare su innovazione e ambiente con il Pnrr. L’analisi dell’economista Carlo Alberto Carnevale Maffè tratta da Lavoce.info

C’è un errore di fondo nella logica alla base della bozza di Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) approvata dal governo, almeno nei due assi strategici della digitalizzazione (“digital”) e dalla transizione ecologica (“green”).

L’obiettivo di fondo della Recovery and Resilience Facility (Rrf) della Commissione europea, dalla quale il Pnrr prende le mosse, è infatti quello di indurre una strutturale trasformazione del sistema di offerta industriale europeo che insiste sui settori “digital” e “green”, e solo secondariamente quello di stimolare la domanda finale nei singoli paesi. In altre parole, il piano punta a far nascere una nuova filiera tecnologica dell’energia sostenibile da esportare in tutto il mondo e, tramite essa, ridurre le emissioni di CO2 nei singoli stati dell’Unione europea. Per fare un esempio ancora più chiaro: i fondi non vanno dedicati ad assumere funzionari per i tribunali italiani, dotandoli finalmente di un computer, ma a sviluppare tecnologie scalabili per i servizi di cybersecurity e di natural language processing mirati a gestire in modo più efficiente i processi della giustizia.

La scelta dei due specifici ambiti di intervento da parte della Commissione, infatti, non è orientata ai soli obiettivi di efficientamento e compatibilità ambientale della domanda finale, bensì alla creazione di nuove “trade specialisation” (specializzazioni) per riposizionare l’economia europea nella competizione globale su innovazione e sostenibilità. I soldi pubblici meglio spesi sono quelli che favoriscono la nascita di nuove specializzazioni industriali, per sostenere le quali co-finanziano con capitali privati lo sviluppo di tecnologie a monte con investimenti di lungo termine e alimentano la domanda a valle con impegni di procurement strategico.

La bozza del Pnrr identifica correttamente il digitale come “general purpose technology”, ovvero tecnologia abilitante e trasversale, con applicazioni intersettoriali ed effetti di esternalità positive su ambiti diversificati di mercato. La definizione è fin dall’origine applicata anche all’energia elettrica, la cui evoluzione verso l’impatto zero a monte e l’applicazione tramite tecnologie intelligenti a valle costituisce l’essenza dell’asse strategico “green”.

Le priorità europee su innovazione e sostenibilità vanno quindi viste come interventi abilitanti di natura trasversale, con impatto positivo su tutti i contesti applicativi, sia economici che sociali. Anche per questa ragione gli investimenti del Pnrr vanno destinati in via prioritaria a monte delle catene del valore che caratterizzano le tecnologie in ambito green e digital. La quota di valore aggiunto che può essere ottenuta in queste fasi è infatti molto maggiore di quella che si può estrarre nei segmenti a valle.

ALLA RICERCA DI TECNOLOGIE INNOVATIVE

Le tecnologie che consentono di mettere a punto e rendere economicamente efficienti le fonti di energia rinnovabile producono fenomeni di scala a livello globale; la loro applicazione nella produzione di energia influisce invece solo localmente, mentre il consumo non ha significativi effetti di scala. In più, la produzione da fonti rinnovabili riceve tuttora una grande quantità di sussidi pubblici, e spesso impone sovrapprezzi iniqui ai consumatori finali, con impatti regressivi. Interventi che puntino allo sviluppo di nuove tecnologie rinnovabili nelle fasi upstream, come ad esempio quelle sull’idrogeno green, possono quindi ottenere il doppio effetto di aprire nuovi mercati globali e di ridurre l’ammontare di spesa pubblica corrente attualmente dedicata a compensare il differenziale di costo rispetto alle fonti fossili.

Analogamente, la filiera delle tecnologie digitali ha effetti di scala globali nelle fasi a monte della catena del valore, dai processori agli algoritmi di intelligenza artificiale, alle architetture di cybersecurity. Ha invece un’efficacia essenzialmente regionale per le installazioni di cloud computing ed effetti solo locali nella parte di infrastrutture di connettività e nelle fasi di applicazione di mercati a valle. Per intenderci: un conto è finanziare lo sviluppo di Gaia-X, puntando su un’architettura tecnologica federata, sicura e distribuita, definendo così la risposta tecnologica europea a Google, Microsoft, Ibm e Cisco. Un altro è spendere miliardi per comprare computer e pacchetti applicativi esistenti da far adottare alla pubblica amministrazione locale, con effetti sulla produttività tuttora incerti. Il rischio da evitare è quello di un malinteso keynesismo tecnologico, sprecando soldi per scavare buche nei database e poi riempirle di dati che non si sanno analizzare.

Il Pnrr, quindi, non deve servire a trasformare il paese in un mercato di consumo di soluzioni un po’ più digitali e un po’ meno inquinanti. Deve servire a farlo diventare fabbrica di nuove tecnologie da adottare localmente e da esportare globalmente, inserendole in catene del valore articolate in tutto il resto d’Europa, con un’adeguata divisione del lavoro basata sulle relative specializzazioni settoriali. La Recovery and Resilience Facility non è un mero trasferimento di risorse finanziarie per compensare uno shock asimmetrico, ma uno strumento strategico di lungo termine per rinsaldare il legale economico e sociale tra Italia e Unione europea, riallineando il nostro paese al percorso di crescita degli stati più dinamici e integrandolo nelle nuove filiere sostenibili ad alta tecnologia che favoriranno la trasformazione dei mercati globali nei prossimi anni. I fondi dovranno essere ripagati dalle nuove generazioni: non vanno destinati a distribuire bonus e prebende per i padri d’Italia, bensì a costruire piattaforme d’offerta di prodotti e servizi innovativi e sostenibili per i figli dell’Europa di domani.

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