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Pnrr

Il Pnrr fra contabilità, riforme e competenze

L'intervento di Massimo Balducci

Il 16 novembre la Commissione UE ha rinviato l’Italia alla Corte di Lussemburgo per il ripetuto mancato rispetto da parte delle nostre amministrazioni pubbliche del limite di 30 giorni entro cui vanno saldate le fatture. Non è la prima volta che ci facciamo tirare le orecchie da Bruxelles per la lentezza con cui le pubbliche amministrazioni saldano i loro debiti.

A dire il vero non è che l’Italia non abbia preso sul serio tutte queste sollecitazioni. La Ragioneria Generale dello Stato ha emanato una serie di circolari (ricordiamo tra le altre la circolare della RGS n. 7 del 2022). In maniera particolare ci sforziamo di chiarificare la gestione degli enti locali che sembrano essere un po’ il tallone di Achille dei ritardati pagamenti.

Il problema degli Enti Locali si concentra quasi esclusivamente nel fatto che hanno grande difficoltà ad approvare il bilancio preventivo prima dell’esercizio. Quest’anno i termini per l’approvazione del bilancio preventivo del 2023 sono stati rinviati più volte e sono scaduti il 15 settembre 2023!

LE CONSEGUENZE DEI RITARDI SUL BILANCIO

Che conseguenze ha il rinvio del bilancio preventivo sul ritardo del saldo delle fatture? Il fatto è che, in assenza di un preventivo regolarmente approvato, l’ente può spendere (o meglio può impegnare) ogni mese un dodicesimo di quanto era previsto dal bilancio preventivo dell’anno precedente.  Quindi ogni mese l’ente può prendere impegni di spesa per quanto era stato previsto che potesse spendere l’anno precedente. Senza nessuna verifica a consuntivo. Non c’è da meravigliarsi se, al momento di erogare il pagamento per le cifre impegnate, ci si trovasse di fronte ad una cassa che non dispone di quelle cifre. Semplicemente perché i dodicesimi che l’ente è autorizzato a spendere sono calcolati su delle previsioni che potrebbero non essersi verificate.

CHE COSA HA FATTO IL MINISTERO DELL’ECONOMIA

Il Ministero dell’Economia non si è impegnato soltanto ad emanare circolari con indicazioni su come attrezzarsi per far fronte alle scadenze europee delle fatture ma si è anche impegnato per cercare di por fine alla pratica del rinvio dei termini per l’approvazione del bilancio preventivo da parte dei comuni, rinvio, peraltro, che deve essere autorizzato con un decreto del Ministero dell’Interno.

Che cosa ha dunque fatto il Ministero dell’Economia nel tentativo di porre rimedio a questa malpractice? Il 25 luglio 2023 ha emanato un decreto con cui si impone ai Comuni tutta una procedura con relative scadenze per la messa a punto del bilancio preventivo. La domanda che dobbiamo porci è la seguente: “ma siamo sicuri che serva una normativa stringente?”. Innanzi tutto va notato che il Decreto del Ministero dell’Economia del 25 luglio del 2023 è illegittimo in quanto non rispetta il principio della gerarchia delle norme. Non va dimenticato che i Comuni sono enti autonomi e, in quanto tali, non possono essere sottoposti a incursioni impositive dei livelli superiori di governo miranti a imporre prassi organizzative. I Comuni potrebbero, anzi dovrebbero, ignorare questo decreto. Non solo. Dei ca. 8.000 comuni italiani quasi 2.000 riescono ad approvare il bilancio preventivo entro il 31 dicembre dell’anno precedente. Non  ci sono evidentemente impedimenti strutturali. Il vero problema è rappresentato dalla insufficiente competenza professionale delle risorse umane degli enti comunali. Tentare di imporre prassi amministrative (peraltro molto dubbie) corre il rischio di deresponsabilizzare i funzionari e il personale politico dell’ente, peggiorando ulteriormente la situazione.

Il fatto che ca. 5.000 dei quasi 8.000 comuni non riesce ad approvare il bilancio preventivo entro il 31 dicembre dell’anno precedente è da ricondurre a gravi carenze dal punto di vista della competenza professionale della tecnostruttura dell’ente e a mera ignoranza delle regole di base da parte di assessori e consiglieri.

C’È BISOGNO DI FORMAZIONE PER REALIZZARE IL PNRR

Non è di una camicia di forza burocratica di cui si ha bisogno ma di formazione. Tradizionalmente il nostro livello centrale di governo sembra temere che i livelli inferiori di governo siano dotati di professionalità adeguate preferendo cercare di ingessare le burocrazie degli enti locali in vincoli burocratici. Vincoli che, non solo sono illegittimi e quindi non potranno mai essere imposti, ma portano solo ad una progressiva deresponsabilizzazione dei singoli.

Quello di voler sostituire la competenza con camicie di forza burocratiche è un po’ un mantra delle riforme che si cerca di realizzare per rispondere alle aspettative di Bruxelles come precondizioni per ricevere le risorse del PNRR. Vogliamo qui ricordare due aspetti di questa tematica: l’organizzazione per processi e le riforme della Giustizia.

La nostra amministrazione non ha processi il che rende problematica la sua digitalizzazione dal momento che lo strumento informatico sa soltanto gestire processi, senza dei quali si imballa. Orbene il DL 80/2021 in cui si concentrano le riforme della PA da presentare alla Commissione  UE, anziché definire quali sono le caratteristiche di un processo (in modo che poi i singoli dirigenti e funzionari possano organizzare il loro lavoro in maniera autonoma ma rispettando queste caratteristiche) prescrive la definizione di 200 processi da realizzare a livello centrale. Anche qui si sclerotizza anziché dotare il management pubblico delle competenze necessarie.

LA CATTIVA STRADA DELLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA

Nel caso della riforma della giustizia  la strada intrapresa è ancora peggiore. Da una parta si impongono criteri di gestione delle singole controversie talmente rigide da rendere l’accesso  alla giustizia problematico e da rendere impossibile il libero svolgimento del dibattito tra le parti. Anche qui anziché potenziare gli operatori del diritto fornendoli delle competenze necessarie si preferisce imporre norme sostanzialmente non in linea con i principi del Diritto Europeo. Ridurre i tempi della giustizia diminuendo il carico di lavoro di fatto impedendo l’accesso libero alla giustizia non è un metodo congruente con i principi dello Stato di Diritto.

La cosa assume caratteristiche quasi comiche quando il legislatore tenta di ridurre la lunghezza patologica delle motivazioni. Con il Decreto 110 dell’agosto 2023 emanato dal Ministero della Giustizia si vogliono imporre agli avvocati, liberi professionisti, regole di ”sintassi” per compilare i loro documenti. Anziché accertarsi che gli avvocati siano dotati delle competenze in materia di logica formale adeguate (intervenendo sui contenuti dei corsi di laurea e sulla formazione dei futuri avvocati, si vuole imporre a questi stessi avvocati il rispetto della logica attraverso vincoli burocratici del tutto illogici.

Ci dobbiamo augurare che Bruxelles si renda conto di questi stravolgimenti e ci imponga delle vere riforme non accontentandosi di leggi aventi ad oggetto le riforme che comunque, anziché semplificare, complicano ulteriormente il rapporto cittadini/Stato introducendo meccanismi di per sé illegittimi.

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