Economia

Perché io, liberista, bistratto il manifesto firmato dai ceo dei grandi gruppi Usa. Parla De Nicola

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Conversazione di Start Magazine con Alessandro De Nicola, docente della Bocconi di Comparative Business Law, presidente Adam Smith Society, editorialista di Stampa e Repubblica e senior partner delle sedi italiane di uno studio legale internazionale

 

La priorità non sono solo più gli azionisti: le aziende nelle loro decisioni devono considerare anche il benessere dei loro lavoratori, e non solo il perseguire ciecamente i profitti.

Il Business Roundtable, il gruppo che riunisce 200 aziende americane fra le quali Amazon, Blakcrock, General Motors e Jp Morgan, cambia la filosofia per gli azionisti che ha guidato il capitalismo americano per decenni.

Gli azionisti, è il nuovo motto, vanno considerati alla pari dei lavoratori, dei clienti, dei fornitori e delle comunità in cui si opera. Le aziende devono “proteggere l’ambiente” e trattare i dipendenti con “dignità e rispetto” nel perseguire profitti di lungo termine agli azionisti, afferma il Business Roundtable.

“Le società devono proteggere l’ambiente e trattare i dipendenti con “dignità e rispetto”, si legge nel documento pubblicato nei giorni scorsi dal Financial Times.

Professor De Nicola, dunque le società s’impegnano a proteggere l’ambiente e trattare i dipendenti con “dignità e rispetto”. Ma non sono banalità? Ci sono aziende che dicono di non proteggere l’ambiente e di violentare i dipendenti?

Come lei ben coglie, sono banalità. Prima di tutto ci sono le leggi a protezione dell’ambiente e dei diritti fondamentali dei dipendenti. Questi ultimi hanno lo strumento del negoziato contrattuale (individuale o collettivo) per proteggere la propria posizione. Inoltre, è l’economia di mercato che impone alla aziende di offrire le migliori condizioni possibili compatibilmente con il risultato economico ai propri collaboratori per potere essere attraenti per i più validi. Quindi, gli amministratori delle imprese, non si devono prender carico della salvezza dell’umanità con i soldi degli azionisti. Semmai saranno questi ultimi a decidere. Si ricordi che Adriano Olivetti e la sua idealistica comunità d’impresa, metteva denaro suo nella società, non di altri.

E che c’è di male a fare un po’ di propaganda buonista? In tempi di clima anti establishment meglio fare un po’ di populismo aziendale, o no?…

Come dicono a Roma, manfatti! Se finanziare la salvezza del pappagallo a pois delle isole Comore serve per proiettare un’immagine positiva dell’impresa e quindi ad attirare i consumatori, è assolutamente apprezzabile. C’è una Ong americana che concede il bollino Fair Trade a tutte le società che applicano certi principi nel trattare con i fornitori del Terzo Mondo. I clienti che vedono il bollino Fair Trade comprano più volentieri perché quel prezzo in più che magari pagano equivale ad un contributo volontario di solidarietà verso i contadini guatemaltechi. Va benissimo, lo trovo commendevole. Le dirò di più.

Cioè?

Quasi tutti gli ordinamenti prevedono la possibilità di costituire le cosiddette società “benefit” il cui scopo sociale — deciso dagli azionisti che, ripetiamolo, sono quelli che mettono il capitale — comprende anche l’attenzione a particolari stakeholders, le comunità circostanti, l’ambiente e così via. Va benone anche questo, è la bellezza dell’economia di mercato e della società aperta, ognuno si sceglie i suoi fini. Ma i ceo scelgono i fini al posto degli azionisti se decidono di non massimizzare il valore dell’investimento di questi ultimi e allora si arrogano un diritto che non hanno.

E a quali modelli dovrebbero ispirarsi allora?

Al modello medico-paziente, che in letteratura si chiama agent-principal. Il ceo è come un medico cui il paziente chiede di essere guarito da una malattia (l’azionista gli chiede di far fruttare i suoi risparmi). È ovvio che il paziente si affida ad uno specialista e quindi non sarà lui a dirgli come operare o che medicine prescrivergli. Ma il medico non potrà né utilizzare il paziente per fare esperimenti medici non autorizzati per il bene dell’umanità, né imporgli una sua particolare etica per la quale siccome la sofferenza tempra il carattere non gli fa l’anestesia.

E se il paziente guarisce?

Una volta guarito, il paziente potrà decidere cosa fare del suo corpo rinato, così come Gates e Buffet e tutti i grandi filantropi stabiliscono come utilizzare l’enorme quantità di denaro frutto dei profitti delle aziende di cui sono soci. Nel caso di Gates e Buffet impiegare decine e decine di miliardi per le migliori cause umanitarie. Ma i soldi loro, non di Microsoft o di Berkshire Hathaway.

Perché considera particolarmente surreale che questo appello arrivi dagli Usa?

Perché negli Stati Uniti gli azionisti principali delle società sono spesso i fondi pensione che gestiscono i contributi previdenziali dei lavoratori, i fondi di investimento che gestiscono i risparmi della classe media, le famiglie o altre società a loro volta quotate. Insomma, gli azionisti sono i “common people” che dovrebbero essere protetti!

Però non sarebbe davvero auspicabile che i vertici aziendali guardassero a una crescita di medio-lungo periodo?

Certamente, e questo è nell’interesse degli azionisti stessi perché se si guarda troppo alle trimestrali si rischia di non investire e quindi di non garantire il futuro dell’impresa. Anche qui, però, si tratta di un equilibrio delicato, perché con la scusa del lungo periodo i ceo potrebbero fare degli investimenti cosiddetti “imperiali” e non particolarmente redditizi perché è meglio essere il boss di una società da 100 miliardi di fatturato che di una con 10 miliardi sebbene più profittevole. Redditività e sguardo lungo sono in costante dialettica, insomma.

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