Economia

Perché dobbiamo imparare a convivere con il virus

di

statuto lavoratori

Come e quando ripartire dopo l’epidemia? L’opinione dell’editorialista Giuliano Cazzola

A volte mi sento un ‘’terrapiattista’’ e dubito delle mie facoltà mentali. Ma non posso fermare il mondo per scendere. Che la pandemia del Covid-19 sia un flagello dell’umanità, che per descriverne la gravità non bastino i superlativi relativi ed assoluti di tutte le lingue che si parlano su questa terra martoriata, che migliaia siano in morti e centinaia di migliaia i contagiati costituiscono, una per una, delle implacabili verità. Ma io non riesco ad accettare che il mondo – se vogliamo – l’Europa e l’Occidente mettano a repentaglio la qualità della esistenza di intere popolazioni, la solidità delle istituzioni democratiche, la stabilità dei conti pubblici e la struttura dell’economia. Queste preoccupazioni sono state riassunte in alcuni slogan che rendono l’idea attraverso il ricorso ad una drammatica ironia: ‘’Non possiamo morire guariti’’; ‘’non ha senso suicidarsi per non ammalarsi’’. Il Report del Centro Studi della Confindustria ha provocato un brivido gelido lungo la spina dorsale della Penisola. Se la quarantena dovesse durare fino a maggio, il Pil crollerebbe del 10% nella prima metà del 2020 e del 6% su base annua. Ogni mese di ‘’fermo’’ in più costerebbe un ulteriore taglio dello 0,75% ovvero di 13 miliardi. Avvertiamo subito che si tratta di previsioni clementi, perché altri osservatori – soprattutto internazionali – sono molto più severi. Così, si è aperto un dibattito sul ‘’che fare ?’’: si scontrano due visioni, che partendo dal  versante sanitario ricadono direttamente sulle scelte politiche da compiere. Naturalmente non sarà consentito di cambiare linea da un giorno all’altro.

La riapertura – ci auguriamo la più sollecita possibile – deve essere organizzata per tappe, attentamente monitorata ed accompagnata – ce lo auguriamo – da una campagna mediatica più equilibrata. Le due prossime settimane, ancora sottoposte al regime duro di quarantena, dovrebbero servire alla ricostruzione di un quadro normativo  ed organizzativo che non solo consenta ai cittadini una condizione di sopravvivenza e restituisca loro un minimo di libertà civili, ma che prepari quella ripartenza che molti auspicano, evocando, con tanta consapevole retorica intrisa di scongiuri,  la riscoperta dello ‘’spirito del dopoguerra’’. ‘’La questione chiave – ha sostenuto Mario Draghi – non è se, ma come lo Stato debba fare buon uso del suo bilancio. La priorità non deve essere solo quella di fornire un reddito di base a chi perde il lavoro. Dobbiamo, innanzitutto, proteggere le persone dal rischio di perdere il lavoro”. E il posto di lavoro si salva salvando le fabbriche, costi quel che costi. Perché ciò avvenga – e sarà una sfida tremenda – è necessario (è convinzione di chi scrive) cambiare mentalità: convincersi che dobbiamo imparare a convivere con il virus, anche quando avremo fatto quei progressi scientifici e terapeutici che consentiranno di contenere la sua ferocia. In primo luogo, però, dobbiamo contenere l’epidemia di psicosi che ha varcato gli Oceani e scalato le catene montuose. L’umanità non viveva un’esistenza felice, priva di insidie virali, di decessi e sofferenze prima che scoppiasse la nuova malattia. Senza togliere nulla alla gravità del momento sarebbe già un inizio di risalita inquadrare la pandemia maledetta in un quadro più generale delle patologie di cui soffrono i mortali.

Nel 2019 (dati Istat estratti il 20 marzo 2020) i decessi in Italia – per le più diffuse cause in tutto il territorio nazionale e di tutte le età – sono stati 641.768, suddivisi secondo la seguente scheda:

  1. Malattie del sistema circolatorio: 232.992
  2. Tumori: 180.085
  3. Malattie del sistema respiratorio: 53.372
  4. Malattie del sistema nervoso/degli organi di senso (Parkinson, Alzheimer…): 30.672
  5. Malattie endocrine, nutrizionali e metaboliche (diabete): 29.519
  6. Disturbi psichici e comportamentali: 24.406
  7. Malattie dell’apparato digerente: 23.261
  8. Cause esterne di traumatismo e avvelenamento (suicidi, omicidi, incidenti stradali…): 20565
  9. Cause mal definite e risultati anomali: 14.257
  10. Malattie infettive e parassitarie: 14.070
  11. Malattie dell’apparato genitourinario: 12.017
  12. Malattie del sistema osteomuscolare e del tessuto connettivo (es: artrite): 3.651
  13. Malattie del sangue e degli organi ematopoietici ed alcuni disturbi del sistema immunitari: 3.272
  14. Malattie della cute e del tessuto sottocutaneo: 1.413
  15. Malformazioni congenite ed anomalie cromosomiche: 1.399
  16. Condizioni morbose che hanno origine nel periodo perinatale: 801
  17. Complicazioni della gravidanza e del parto: 16

 

Come si può vedere, non compaiono dati specifici relativi alla c.d. influenza stagionale (si indicano infatti malattie del sistema respiratorio). Questo aspetto viene chiarito dal Portale dell’IIS. ‘’Se analizziamo i dati di mortalità specifici per influenza che l’Istat fornisce ogni anno in Italia – sta scritto – i decessi per influenza sono qualche centinaio. Il motivo principale è che spesso il virus influenzale aggrava le condizioni già compromesse di pazienti affetti da altre patologie (per esempio respiratorie o cardiovascolari) fino a provocarne il decesso. In questi casi spesso il virus influenzale non viene identificato o perché non ricercato o perché il decesso viene attribuito a polmoniti generiche. Nel caso del Coronavirus, invece, (sono considerazioni di chi scrive) sembra esservi una ricorsa ad attribuirgli il decesso anche in presenza di numerose e più gravi patologie. Nei giorni scorsi, per esempio, è stato dichiarato defunto a causa del virus maledetto una persona di 95 anni. E’ evidente che non si muore di ‘’vecchiaia’’ o in modo ‘’naturale’’. Interviene sempre un fattore, anche banale, che ha ragione di un fisico debilitato, ma in verità, come Maramaldo, ‘’uccide un uomo morto’’. Ma noi ci ingegniamo ad attribuire al contagio anche i decessi di cui non è stata accertata la causa. Tornando al Portale, diversi studi pubblicati utilizzano differenti metodi statistici per la stima della mortalità per influenza e per le sue complicanze. È grazie a queste metodologie che si arriva ad attribuire mediamente 8mila decessi per influenza e le sue complicanze ogni anno in Italia. Si tenga presente che da noi, anche per l’influenza di stagione, non c’è un’adeguata copertura vaccinale (appena il 53%) anche nelle coorti di età over 65 (si veda il grafico).

 

Riserviamo un’ultima considerazione all’Istat. ‘’L’incremento della mortalità complessiva osservato nel mese di marzo rappresenta una brusca inversione di tendenza dell’andamento della mortalità giornaliera dei mesi di gennaio e febbraio 2020. Nei primi due mesi del nuovo anno, infatti, i decessi erano stati inferiori al numero medio osservato nello stesso periodo nel 2015-2019’’. Si parla, ovviamente, dei  decessi complessivi. Anche se i dati statistici sono ancora parziali, il picco di marzo, soprattutto in alcune aree, evidenzia l’entrata in scena del virus maledetto. Si è tardato a prendere delle misure contenitive? Oppure queste misure servono poco?

Una precisazione opportuna è venuta da Gian Carlo Blangiardo che non è solo il presidente dell’Istat, ma un importante demografo. In una intervista all’Avvenire ha dichiarato: ‘’Più che i morti per influenza, che è più difficile da attribuire come effettiva causa di morte, conviene ricordare i dati sui certificati di morte per malattie respiratorie. Nel marzo 2019 sono state 15.189 e l’anno prima erano state 16.220. Incidentalmente si rileva che sono più del corrispondente numero di decessi per Covid (12.352) dichiarati nel marzo 2020’’.

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