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Perché Bruxelles ci riserverà bruttissime sorprese

Gren Pass

Le raccomandazioni della Commissione Ue? È come se durante la seconda guerra mondiale qualche generale avesse ancora proposto di usare i fucili del ‘15/’18 e di scavare lunghe trincee lungo la linea del Piave.

 

La Commissione Ue ha inteso contribuire ai festeggiamenti per la festa della Repubblica a modo suo: pubblicando il suo consueto pacchetto di primavera del semestre europeo, in cui spiccano con le proposte di raccomandazioni di politica economica per agli Stati membri, da adottarsi da parte del Consiglio.

Il solito rito che si ripete dal 2011, quando, con i regolamenti del two-pack e del six-pack, accompagnati dal trattato sul “fiscal compact”, si completò l’architettura per il coordinamento e la sorveglianza della politica di bilancio dei Paesi UE.

Nulla di nuovo, dicevamo, se non fosse per la rivoluzione epocale che è accaduta nel frattempo:

  1. È ormai riconosciuto che quelle regole sono pro cicliche ed aggravano i problemi, anziché risolverli.
  2. La crisi economica da Covid 19 sta imponendo dappertutto politiche di bilancio espansive.

Invece a Bruxelles cosa accade? Ripropone i suoi report, come se nulla fosse.

È come se durante la seconda guerra mondiale qualche generale avesse ancora proposto di usare i fucili del ‘15/’18 e di scavare lunghe trincee lungo la linea del Piave.

D’altronde, non potrebbe essere diversamente. Le procedure del Patto di Stabilità continuano ad operare in tutta la loro pienezza. C’è solo la clausola di salvaguardia, attivata a marzo 2020 a fare la differenza e consentire una momentanea deviazione dal conseguimento dell’obiettivo di bilancio di medio termine. Nulla di più. E quindi la stanca liturgia del report emessa dalla Commissione deve continuare.

Per di più, mercoledì il Commissario Paolo Gentiloni, accompagnato dal suo “tutore” Valdis Dombrovskis, ha sconsolatamente ammesso che – pur essendo il Patto di Stabilità dannoso e non utilizzabile in futuro – sarà molto difficile trovare il consenso per cambiare quelle regole. Infatti, nei documenti ufficiali pubblicati il 2 giugno non c’è nemmeno traccia di un futuro dibattito sulla loro revisione.

L’orientamento della Commissione prevede che la clausola di salvaguardia resterà attiva fino a quando non si sarà recuperato il livello di PIL ante Covid. Il che, per alcuni Paesi coincide con fine 2021 o inizio 2022 e, per altri come Italia e Spagna, significa attendere almeno la fine del 2022. Sarà quindi la legge di bilancio per il 2023, da vararsi nell’autunno 2022, a doversi uniformare ai vecchi parametri.

Nell’attesa, la Commissione consente che nel 2021 e 2022 la politica di bilancio sia ancora espansiva ma, soprattutto per Paesi come l’Italia, caratterizzati da un livello di debito/PIL relativamente elevato, deve essere posta sin da subito la massima attenzione sul contenimento della spesa corrente e lasciare al Next Generation UE il ruolo di propulsore (fiacco) della spesa per investimenti.

Quasi tutti i Paesi violano la regola del disavanzo (24 su 27), molti altri violano la regola del debito (13 su 27) ma, considerata la particolare congiuntura economica, per nessuno di essi la Commissione ritiene di partire con una procedura di infrazione.

12 Stati membri sono stati sottoposti ad esame approfondito (in depth review), tra cui ovviamente l’Italia, che è nei tre Paesi che mostrano squilibri macroeconomici eccessivi, ed il cui rapporto si concentra particolarmente sulla traiettoria di rientro del debito pubblico. E la ricetta è sempre la stessa (fallimentare) che ci ha piegato all’inizio dello scorso decennio: avanzo primario di bilancio. Salvo realizzare che ha pesanti effetti recessivi ed allontana l’obiettivo della sostenibilità del debito.

Tutte le prospettive di crescita sono affidate al NGEU, cioè investimenti pubblici nell’ordine di poco meno di 2 punti percentuali di PIL all’anno fino al 2026. Il minimo necessario per riportarci in linea con la spesa dei nostri partner europei, non certo quanto auspicabile per rilanciare davvero il Paese.

La Ue non intende indietreggiare di un solo millimetro sulla strada dell’ortodossia in tema di bilanci pubblici e, giusto per mettere le cose in chiaro, afferma la politica di un bilancio “prudente” deve essere perseguita “non appena le condizioni economiche lo consentano”.

L’ultima raccomandazione per il nostro Paese è il manifesto dell’austerità che ci attende: “… privilegiare le riforme strutturali di bilancio che contribuiranno al finanziamento delle priorità delle politiche pubbliche e alla sostenibilità a lungo termine delle finanze pubbliche…”. Le “priorità” saranno soddisfatte solo attraverso la capacità del bilancio. Articolo 81 della Costituzione in purezza. Già il Def di aprile aveva offerto sconfortanti segnali che eravamo avviati lungo questa strada. Ora la Commissione conferma tutto.

Ammesso e non concesso che nei prossimi 18 mesi riuscissimo a rilanciare la nostra economia, quello che ci attende dopo è già segnato, non promette nulla di buono e, soprattutto, non sembrano esserci prospettive concrete di miglioramento.

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