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Perché banche e imprese russe rischiano il collasso finanziario

Fabi

Fatti e scenari sulle misure finanziarie anti Russia secondo il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni

 

“Aver deciso di escludere alcune banche russe dallo Swift è una delle mosse dell’Occidente che, in sostanza, ha sganciato una bomba atomico-finanziaria per mettere in ginocchio Vladimir Putin. Bisogna vedere, adesso, se l’Europa e gli Stati Uniti andranno fino in fondo con le loro decisioni. Così come bisogna vedere se, per esempio, andrà fino in fondo l’oligarca russo Roman Abramovic che ieri ha annunciato di voler mettere in vendita il Chelsea, la squadra di calcio inglese. Una cosa sono gli annunci, altro discorso i fatti concreti”. Lo ha detto il segretario generale della Fabi, Lando Maria Sileoni, durante la trasmissione Mattino Cinque in onda su Canale 5.

“Swift, che è nato in Belgio nel 1973, è il principale sistema comunicazione al mondo usato da banche. È una sorta di Pec, una posta elettronica certificata per le transazioni finanziarie. Serve per il commercio internazionale. Aderiscono 11mila istituzioni finanziarie di oltre 200 nazioni e ogni giorno favorisce la conclusione di 40 milioni di operazioni. La decisione riguarda solo alcune banche, in modo da favorire il pagamento del gas, e partirà in ogni caso il 12 marzo, per consentire le transazioni su alcuni, importanti contratti internazionali” ha spiegato Sileoni. “Con l’esclusione da Swift, le banche e le imprese russe rischiano il collasso finanziario che è l’obiettivo di Usa ed Europa: non far arrivare più denaro alla Russia. Le sanzioni dell’Occidente contro Mosca hanno già provocato una caduta del Rublo, la valuta locale, del 30%. Per quanto riguarda le riserve valutarie all’estero della Banca centrale russa, sono stati immediatamente bloccati i tentativi della Russia volti a trasferirle in alcuni paradisi fiscali” ha aggiunto il segretario generale della Fabi.

“La guerra in Ucraina avrà effetti negativi sull’economia italiana, sia in termini di punti persi di Pil sia per un incremento aggiuntivo dell’inflazione. Con un conflitto lungo, il Pil potrebbe subire, rispetto alle previsioni, un impatto negativo dello 0,7% quest’anno e dello 0,9%. Se, invece, la guerra della Russia durerà poche settimane, il Pil dovrebbe subire un impatto negativo dello 0,5% quest’anno, mentre non ci sarebbe alcun effetto nel 2023. Insomma, il Pil crescerà lo stesso, ma in ogni caso crescerà meno delle previsioni”, ha aggiunto Sileoni.

“Per quanto riguarda l’inflazione, con una guerra lunga l’incremento sarebbe dell’1,2% quest’anno, con il caro-vita che arriverebbe al 6,2%, e del 3,5% nel 2023, con il tasso finale che supererebbe il 7%. Con un conflitto breve, invece, l’inflazione salirebbe di un punto percentuale quest’anno, arrivando al 6% e dello 0,7% nel 2023, arrivando al 5,5%” ha aggiunto Sileoni. Secondo il segretario generale della Fabi “in generale, i rischi per l’economia italiana sono tre e riguardano la possibile carenza di energia elettrica derivante dalla minore disponibilità di materie prime, il riscaldamento delle abitazioni, l’aumento del costo dell’energia per le imprese che potrebbe causare un danno per la produzione industriale”.

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