Il logo di Mercedes-Benz non evoca nell’immaginario collettivo campi di battaglia, eppure da Stoccarda arriva un segnale che pochi avrebbero immaginato fino a pochi mesi fa: Ola Källenius, amministratore delegato del gruppo, non esclude un ingresso nella produzione di armamenti.
LA DICHIARAZIONE DI KÄLLENIUS
In realtà la notizia rimbalza dagli Stati Uniti. Le parole, misurate ma inequivocabili scelte dal manager svedese per annunciare quella che a molti osservatori appare una svolta forse annunciata, ma non per questo meno clamorosa, arrivano attraverso un’intervista rilasciata al Wall Street Journal: “Il mondo è diventato più imprevedibile e penso sia del tutto chiaro che l’Europa debba potenziare la propria capacità di difesa. Se potessimo svolgere un ruolo positivo in questo senso, saremmo pronti a farlo”. Un’uscita tutt’altro che accademica. Con l’Europa che corre a riarmarsi, il messaggio del Ceo di Mercedes non appare una riflessione filosofica, ma una precisa strategiaindustriale.
LA SCIALUPPA DI SALVATAGGIO PER UN COLOSSO IN CRISI
E la scelta del momento non è certo casuale. C’è un’emergenza nei bilanci: nel 2025 l’utile netto della stella a tre punte è crollato da 10,4 a 5,3 miliardi di euro. Praticamente dimezzato. Non va meglio al settore dei veicoli pesanti. Daimler Truck ha aperto il 2026 con un tracollo degli utili dell’80% nel primo trimestre. Davanti a numeri del genere, la difesa non è più un tabù o una scommessa bizzarra, ma diventa una scialuppa di salvataggio finanziaria.
Källenius l’ha detto chiaramente: se ne parla solo a patto che ci sia un ritorno economico. Sarebbe una nicchia rispetto alle auto, osserva il mensile finanziario del gruppo Spiegel Manager Magazine, però una nicchia che cresce e spinge i margini. Del resto, i tedeschi non partono da zero, dato che la divisione veicoli commerciali fornisce già da tempo mezzi di serie riadattati alle forze armate. Silenzio blindato, invece, dai quartieri generali di Stoccarda-Untertürkheim, dove nessuno commenta per il momento il contenuto dell’intervista.
UN SETTORE IN EBOLLIZIONE
Ma quella di Stoccarda è una scossa che attraversa tutta l’automotive tedesca. I budget militari europei volano, spinti dai nuovi target Nato e da una guerra in Ucraina che non vede la fine e dalle necessità (ambizioni?) europee di dotarsi di una difesa autonoma dall’ombrello sempre più bucherellato degli Usa.
E così i costruttori si muovono. Clamoroso il caso che l’agenzia Reuters ha fatto emergere a fine aprile su Volkswagen. Il gruppodi Wolfsburg starebbe trattando con gli israeliani di Rafael Advanced Systems, i padri dello scudo Iron Dome, per convertire lo storico impianto di Osnabrück alla difesa missilistica. Secondo la Bild i colloqui sono caldissimi ed è facile capire il perché, visto che dal 2027 la fabbrica perderà le sue attuali commesse automobilistiche e ci sono 2.300 tute blu da salvare.
Da Wolfsburg, scrive però l’Handelsblatt, nessuna conferma ufficiale. Anche in questo caso è prudente aggiungere “per il momento”. Intanto emergono
L’ECO DEL NOVECENTO
In fondo, basta sfogliare i libri di storia industriale per capire che non c’è nulla di davvero nuovo. In Germania, auto e apparato bellico hanno camminato insieme per un buon tratto del secolo scorso. I motori d’aereo della Luftwaffe uscivano dalle linee di Monaco di Baviera: nel 1929, anche allora nel pieno della crisi economica, la Bmw acquistò la licenza per produrre motori radiali aeronautici dalla statunitense Pratt & Whitney. Più a ovest, gli stabilimenti Daimler sostentavano la Wehrmacht a suon di autocarri e motori pesanti.
E le origini stesse di Volkswagen sono intrecciate a doppio filo con il regime nazionalsocialista: l’azienda fu fondata nella primavera del 1937 su iniziativa del Deutsche Arbeitsfront, il sindacato unico di regime sottoposto al partito nazista. Il progetto nasceva dalla propaganda del regime, che intendeva motorizzare la classe operaia tedesca attraverso una vettura economica e accessibile. Ma dagli stessi stabilimenti che avrebbero prodotto il mito del Maggiolino uscirono le Kübelwagen destinate ai fronti di guerra. Oggi, nell’Europa del riarmo e della crisi economica, quel nodo storico tra ruote e cannoni sembra ripresentarsi: ma per colpa dei bilanci più che di decreti di mobilitazione.





